PIERLUIGI SERRA.
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FANTASMI D'ITALIA.
Un itinerario suggestivo sulle tracce dei fenomeni pi misteriosi e inspiegabili del Bel Paese.
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2021. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il 1857 segna la nascita in Francia di un fenomeno nuovo, destinato a scuotere animi, suscitare interesse scientifico e culturale: lo spiritismo. L'Italia di fine Ottocento, con la nascita di discipline scientifiche e movimenti letterari,
seguir con interesse il mondo del paranormale: case private e circoli culturali ospiteranno sedute spiritiche, innescando un sempre maggiore coinvolgimento destinato a dilagare tra il grande pubblico. Questo libro traccia un itinerario ideale, regione per regione, dei luoghi che ancora oggi sono ammantati dall'aura del mistero e del fantastico: un viaggio tra le storie e i personaggi, le loro vite e gli eventi rimasti senza spiegazione. Da Villa Foscari e Ca' Dario di Venezia alla Villa delle Streghe in Lombardia; dal fantasma torinese di Camillo Benso di Cavour passando per il celebre castello di
Montebello, teatro delle apparizioni recenti del fantasma di Azzurrina. Un vademecum per conoscere non solo leggende e narrazioni antiche, in compagnia di antichi e moderni iniziati e di maghi, esoteristi e medium celebri, ma anche un diario di viaggio per percepire bellezza, fascino e storia di luoghi a volte dimenticati.
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L'AUTORE.
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PIERLUIGI SERRA  nato a Cagliari nel 1960. Giornalista e autore, ha collaborato con diverse testate giornalistiche, scritto per antologie e riviste e ha realizzato documentari per la televisione. Si occupa da diversi anni di esoterismo e dei fenomeni legati alla magia e alla spiritualit. Attualmente scrive per il quotidiano L'Unione Sarda nella pagina della cultura. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Sardegna misteriosa ed esoterica, Storia e storie di magia in Sardegna e I
racconti segreti della Sardegna.
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QUEST'ITALIA. La storia locale, gli usi, i costumi e le tradizioni popolari in una collana che mira a far conoscere al
grande pubblico i segreti e gli aneddoti meno noti del nostro Paese. Libri che promuovono la valorizzazione e la diffusione di un patrimonio artistico e storico senza pari.
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FANTASMI D'ITALIA.
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Indice.
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TRA I FANTASMI D'ITALIA:
IN VALLE D'AOSTA TRA CASTELLI E DAME, AMORI E TRADIMENTI.
IN LOMBARDIA SULLE TRACCE DI DIPINTI E PITTORI.
A TRENTO DOVE LO SPIRITISMO  IN RIMA.
GENOVA, TRA ROGHI, STREGHE E VENDETTE D'AMORE.
IL FANTASMA, GLI SPETTRI INNAMORATI E LA SERENDIPIT FIORENTINA.
A NARNI, L'ALCHIMISTA DELLE SEGRETE.
ABRUZZO: IN GIRO ANDIAMO TUTTA LA NOTTE E VENIAMO CONSUMATI DAL FUOCO.
CAMPANIA: LA ROSA ALCHEMICA.
DUE DEMONI INCATENATI IN CALABRIA.
NEL RIFUGIO DEI BEATI PAOLI IN SICILIA.
IN SARDEGNA: IL FANTASMA DEL MISTICO CABALISTA.
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Fine Indice.
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Se riandiamo con la mente alla storia passata dell'uomo, troviamo, tra molte altre convinzioni religiose, una fede universale nell'esistenza di fantasmi o esseri eterei che sono vicini agli uomini ed esercitano su di essi un'influenza invisibile ma possente.
CARL GUSTAV JUNG.
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Spesso l'immaginazione  la madre della verit.
ARTHUR CONAN DOYLE.
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PER INIZIARE IL CAMMINO.
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Lo sguardo dello statista, dell'uomo politico, di quel grande tessitore di alleanze e intrighi era perso nel vuoto, con l'aria sognante che contrassegnava spesso i suoi momenti pi intimi.
Occhi penetranti, abituati a scandagliare gli interlocutori, sembravano naufraghi abbandonati in un mare di ricordi.
Nello studiolo torinese di palazzo Graneri della Roccia, nella stanza che per diversi anni aveva occupato, Camillo Benso di
Cavour, il conte come i suoi pi stretti collaboratori usavano chiamarlo, si era accomodato come sua consuetudine dietro la piccola scrivania nella quale erano passati i pi importanti documenti del Regno. Le numerose sedie sparse per la stanza,
quelle che avevano un tempo sostenuto in maniera democratica le prominenze posteriori di consoli e combattenti, rivoluzionari
e notabili di corte, ora apparivano orfane di tanto fervore politico, sentinelle mute di sfarzi, amori, intrighi e combutte.
Illuminato da tre luci accese sul candelabro in bronzo, il volto del politico si contrasse fulmineo in una smorfia, passando
dal sorriso all'amarezza e poi alla rabbia: un grido dal timbro metallico, poi soffocato dal pianto, invase le pareti decorate del locale, di quel piccolo regno al primo piano dell'edificio nobiliare.
Vincenzo Scarpa fu percorso da un tremito, da un freddo brivido che lo immobilizz sull'uscio della stanza: nonostante la sua capacit di dominare le emozioni, l'ex segretario particolare del Cavour sent i propri sensi venir meno, mentre una morsa dolorosa giocava a torcergli lo stomaco e i polmoni.
Guard nuovamente in direzione della scrivania, cercando di mettere a fuoco la figura che ora si sollevava come sorretta da mani invisibili, procedendo con aria minacciosa verso la sua direzione. L'urlo di Vincenzo Scarpa richiam alcuni soci del Circolo degli Artisti, riuniti nella vicina sala da biliardo.
Cadendo riverso sul pavimento aveva fatto appena in tempo a scorgere il sogghigno malevolo del conte, di quel Camillo Benso morto il 6 giugno di due anni prima, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Niceforo Filalete, pseudonimo
letterario di Scarpa, animatore della Societ Spiritica Italiana, era destinato quell'anno, nel 1865, alla direzione della
Societ Torinese di Studi Spiritici, una delle tante associazioni nate sull'onda del fervore per lo studio sui fenomeni inspiegabili legati alle apparizioni e ai contatti con i fantasmi.
Nasceva cos ufficialmente anche in Italia un ambito di ricerca sistematica sull'invisibile, sul mondo dell'oltre, su quei
territori popolati dai defunti, dagli spiriti in grado di varcare le soglie del nostro mondo per contattare i viventi. Gi qualche anno prima in Francia, nel maggio del 1855, il pedagogista di Lione Hippolyte Lon Denizard Rivail era entrato ufficialmente in contatto con Zephyr, uno spirito guida evocato nel corso di una seduta medianica a casa di Madame de Plainemaison.
Con il nome iniziatico di Allan Kardec (1), suggeritogli proprio da Zephyr, mander alle stampe il Libro degli spiriti, pubblicato il 18 aprile del 1857 e destinato a divenire il pi importante manuale per i nascenti club europei contagiati dal fenomeno.
Gi qualche anno prima nel Nuovo Continente, nel 1848 a Hydesville, New York, le due sorelle Kate e Margaret Fox (2) erano
entrate in contatto con lo spirito del defunto Charles B. Rosma, dando cos inizio anche in America a una vera e propria
caccia al soprannaturale, alimentando un dibattito acceso tra i loro sostenitori e coloro i quali le ritenevano delle millantatrici e delle semplici invasate. Eppure i fantasmi, le presenze notturne, insieme a demoni, folletti, streghe evanescenti e maligni disturbatori dei sonni convivevano con l'uomo fin dai tempi remoti. La Bibbia, seppure con le dovute cautele imposte dalle interpretazioni e dalle traduzioni, riporterebbe l'episodio celebre della strega di Endor: medium o fattucchiera sarebbe stata il tramite per l'evocazione del profeta Samuele da parte di Re Saul.
Le anime dei trapassati trovano ampio spazio nell'Iliade e nell'Odissea, cos come nell'Orestea Eschilo introduce il fantasma
di Clitennestra. I fantasmi sono antichi come il mondo, legati in maniera indissolubile al desiderio estremo dell'uomo di conoscere, indagare e scoprire cosa vi sia oltre la vita e chi, eventualmente, abiti i mondi dell'ultraterreno. Poeti, scrittori e uomini di scienza si sono addentrati nelle loro descrizioni, tentando di avvalorare o negare l'esistenza dei revenant, ovvero delle anime dei defunti che tornano sulla terra in forma corporea. Dante, Shakespeare, passando attraverso i versi e la prosa di una nutrita schiera di scrittori, hanno indagato sull'aldil aprendo il varco di comunicazione tra il nostro e il mondo invisibile.
Cos l'Italia, appena unificata, vive altrettanto unitariamente le esperienze e le intense emozioni che scaturiscono dalle sedute spiritiche: ai tavolini, debitamente allestiti per i contatti con i defunti, partecipano nobili e borghesi, artigiani umili e ricchi commercianti. L'astro nascente dello spiritismo, Eusapia Palladino, viaggia tra Italia, Francia, Polonia, Russia e Germania per diffondere ci che per molti  divenuta una realt incontrovertibile: lo spiritismo conquista salotti e ritrovi richiamando l'attenzione della Chiesa che gi nel 1585 con papa Sisto Quinto aveva pesantemente condannato ogni attivit volta a richiamare le anime dei defunti, cos come la necromanzia, le evocazioni e i riti dello spiritismo.
Per il Trono di Pietro ogni tentativo di contatto con gli spiriti rappresenta una subdola tentazione del maligno,  il preambolo per l'eresia e come tale diviene minaccia per la religione. Proprio Eusapia Palladino, nonostante le sue umili origini, diventer tra il 1800 e il 1900 il principale canale di comunicazione con il mondo dei defunti. Da Minervino Murge, la sua citt natale, in seguito alla morte della madre si spost a Napoli per lavorare come bambinaia presso una nobile famiglia partenopea; nonostante la sua scarsa scolarizzazione Eusapia era dotata di un non comune acume e di un notevole
senso pratico, qualit che forse le faranno scoprire quelle doti medianiche che la condurranno al cospetto di autorit, ambasciatori e teste coronate europee.
Nel giro di pochi anni, dopo il matrimonio con un prestigiatore ambulante, vide crescere la propria fama di medium, tra materializzazioni di oggetti, tavoli levitanti e apporti di materiali ectoplasmatici. Racconter a Cesare Lombroso, lo scienziato che la segu nelle sue numerose rappresentazioni pubbliche, di essere in costante contatto con lo spirito di John King, il suo tramite per il dialogo con l'aldil.
Curiosamente, qualche anno addietro a Londra, il medium Florence Cook dialogava amabilmente con l'apparizione di Katie King, altrettanto noto fantasma e figlia defunta del pirata John King Studiata, osservata e soprattutto strapagata per le sue sedute medianiche, Eusapia Palladino negli ultimi anni di vita venne studiata da Filippo Bottazzi (3), il luminare che comp su di lei numerose analisi fisiologiche i cui risultati vennero poi raccolti nel libro Fenomeni medianici del 1909.
La fama della Palladino, il clamore suscitato da una nutrita schiera di medium e sensitivi che si aggiravano per l'Europa, le
numerose pubblicazioni e i gruppi di studio nati per indagare sullo sconosciuto, fecero emergere un mondo fino ad allora
tenuto nascosto: quello dello spiritismo. Trovavano cos spiegazione i rumori, le ombre, lo spostamento e la levitazione di
oggetti, che ora avevano un nome comune. Il fantasma.
Dalla punta estrema della Penisola fino alle Alpi, passando per le isole, non esisteva luogo che in qualche maniera non avesse il suo fantasma o una presenza demoniaca, infestazione o materializzazione di inquietanti personaggi del passato. Vennero riscoperte storie antiche e nel loro alveo si fecero scorrere i racconti terribili che, passando di bocca in bocca, furono adornati di particolari inquietanti. Le ville abbandonate erano popolate di spettri irrequieti, cos come i castelli dove le animedi leggiadre dame medievali si mostravano per ossessionare le notti insonni. Case e palazzi dei centri storici avevano il loro fantasma, capace di raccontare il trascorso dei luoghi. Luoghi positivi o infausti, dove si potevano percepire energie positive o essere scacciati da quelle negative: qualcuno, magari dotato di pi sensibilit, riusciva a intravedere nella penombra un volto che arrivava dal passato.
 datata alla seconda met dell'Ottocento quella che viene considerata l'epoca d'oro della medianit: saranno indiscussi
protagonisti gli apporti, le apparizioni, le presenze spiritiche, gli studi sull'aura, i sogni veridici, le bilocazioni e una nutrita schiera di fenomeni gestiti e condotti da medium famosi e meno noti: dalla sopracitata Eusapia Palladino a Beppina
Poggi, passando per le veggenti e le donne capaci di canalizzare l'etereo e l'invisibile. Ci si dedicher alla fotografia spiritica che, spesso e a discapito dei reali fenomeni, soffrir dei trucchi a volte banali di chi aveva visto in questo campo una nuova forma di guadagno.
Agli spiriti, qualunque significato si voglia dare alla loro esistenza, negandone o avvalorandone la realt, deve essere
riconosciuto il merito di aver fatto riscoprire storie e luoghi dimenticati, di aver contribuito - attraverso le vicende che ne hanno caratterizzato la vita e la morte - a riportare alla memoria sia il fascino dei luoghi che le gesta di personaggi altrimenti destinati all'oblio.
 un itinerario di viaggio nell'Italia inconsueta, tra spiriti e apparizioni note o poco conosciute, nei luoghi dove si concentrano ancora le energie difficilmente spiegabili da una scienza attuale.
Restano ferree e contemporanee, anche in questa epoca, le parole di Giordano Bruno, il Mago Naturale capace di veder nell'oltre e nell'infinit dei mondi.
Intrepido, fendo lo spazio con le mie ali e la fama non mi fa urtare contro mondi tratti da falsi principi secondo i quali rimarremo rinchiusi in una prigione immaginaria come se tutto fosse cinto da muraglie di ferro...
Ma fendo i cieli e all'infinito m'ergo.
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Per ricordare tutte le donne, vittime di soprusi e maldicenze, passate alla storia come sanguinarie o artefici di malefatte, divenute fantasmi per mantenere viva la loro vera essenza; per non dimenticare gli eretici, i liberi pensatori, i portatori della fiaccola della conoscenza, coloro che sono stati incarcerati e torturati, arsi sul rogo e divenuti spiriti e fantasmi, in grado di ricordare quanto di errato vi sia nell'ottusit dei dogmi.
Il viaggio ha una sua guida, un'artista che ha lasciato un segno profondo nella pittura italiana del Seicento: lungimirante, nonostante la sua giovane et, ebbe l'intuizione di formare nella propria bottega altre pittrici che come lei condividevano l'estetica della bellezza e del tratto.
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Alla preziosa musa ispiratrice.
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Note.
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1. Allan Kardec, pseudonimo di Hippolyte Lon Denizard Rivail (Lione, 3 ottobre 1804-Parigi, 31 marzo 1869),  stato un pedagogista e filosofo francese conosciuto per essere stato il fondatore e codificatore dello spiritismo, dottrina filosofica di cui fu il principale divulgatore a livello mondiale. La pratica dello spiritismo ha oggi valenza pseudoscientifica.

2. Kate Fox (1837-1892), Leah Fox (1814-1890) e in seguito Maggie Fox (1833-1893) furono le tre sorelle statunitensi che ebbero un ruolo fondamentale nella nascita e nel successivo sviluppo nei paesi anglosassoni del movimento spiritista, che in parallelo
muoveva i propri passi in Francia e negli altri paesi latini sulla scia degli insegnamenti di Allan Kardec.

3. Filippo Bottazzi (Diso, 23 dicembre 1867-Diso, 19 settembre 1941)  stato un fisiologo italiano.  considerato il padre della biochimica in Italia.
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PRELUDIO.
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LA GUIDA DEL VIAGGIO.
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Le forti fitte al ventre, gli spasmi e le contrazioni erano iniziati in un afosa domenica del 16 agosto, nell'anno del Signore 1665: nella bottega e scuola d'arte bolognese di via Urbana, proprio sotto la sua abitazione, aveva appena terminato l'ultimo dipinto, il recente suo lavoro commissionato dalla casata de' Medici.
Elisabetta Sirani, appena ventisettenne, nelle sue tele era cos capace di trasmettere tutta la forza pittorica e il tratto deciso che caratterizzava l'arte della giovane. Cos netto e corposo il colore, nelle sue ombreggiature e nei drappeggi, tanto era deciso il carattere della giovane entrata in bottega, nell'affermato studio del padre Giovanni Andrea, e cos influenzata e ammaliata dall'arte del maestro di cui il genitore era stato il primo assistente.
Guido Reni, cos capace di ammaliare lo spettatore nelle sue scene pittoriche, era stato il faro di famiglia, il punto di riferimento della loro formazione. Lei fin da piccola aveva giocato con colori e tavolozze, emulando la maestria del padre
e le gesta dell'antico maestro Reni. In bottega, tra i dipinti del genitore, Elisabetta si era da subito cimentata nel tratteggio e nello studio, mostrando una dote non comune nel realizzare con velocit e precisione opere di pregio. Una carriera di rottura, in un ambito prettamente maschile: lei, cos giovane e decisa, aveva avuto subito il plauso delle grandi committenze e dei pi importanti mercanti d'arte europei, producendo con tenacia dipinti a sfondo religioso e mitologico.
Tanto apprezzata da ricevere, dalle mani di Ferdinando de' Medici, un crocifisso d'oro nel quale erano incastonate 56 pietre preziose: ma a lei andavano anche gli onori per aver fondato una scuola pittorica destinata alle donne, prima bottega ad aver aperto i propri studi alle aspiranti pittrici. Immersa nello studio e nella realizzazione delle opere, Elisabetta era stata subito notata dal conte Carlo Cesare Malvasia, estimatore d'arte e suo grande ammiratore.
Sar lo stesso Malvasia a metterla in contatto con le grandi casate italiane e i ricchi mercanti d'arte, cos come stimoler l'interesse della giovane verso l'alchimia. Lui, attento osservatore della propria citt e dei fermenti culturali che dilagavano tra l'universit e le torri urbane, era divenuto uno dei pi curiosi studiosi della tavola del bolognese Achille
Volta. Uomo erudito dal carattere irruento e sempre propenso alla lite, aveva rinvenuto durante gli scavi di fondazione per la costruzione della sua residenza una misteriosa iscrizione, la stessa che agitava le menti di studiosi e cercatori, di alchimisti ed esoteristi.
A un secolo dalla morte improvvisa del Volta, il conte Malvasia si era ripetutamente impegnato nella traduzione e interpretazione di un testo complesso e misterioso, quella stessa epigrafe chiamata di Aelia Laelia Crispis sulla quale aveva
pi volte posato lo sguardo Elisabetta Sirani:
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D.M.
AELIA LAELIA CRISPIS.
NEC VIR NEC MULIER NEC ANDROGYNA.
NEC PUELLA NEC IUVENIS NEC ANUS.
NEC CASTA NEC MERETRIX NEC PUDICA SED OMNIA SUBLATA.
NEQUE FAME NEQUE FERRO NEQUE VENENO SED OMNIBUS.
NEC COELO NEC AQUIS NEC TERRIS SED UBIQUE IACET.
LUCIUS AGATHO PRISCIUS.
NEC MARITUS NEC AMATOR NEC NECESSARIUS.
NEQUE MOERENS NEQUE GAUDENS NEQUE FLENSHANC.
NEC MOLEM NEC PYRAMIDEM NEC SEPULCHRUM SED OMNIA SCIT ET NESCIT CUI POSUERIT.
HOC EST SEPULCRHUM INTUS CADAVER NON HABENS.
HOC EST CADAVER SEPULCRHUM EXTRA NON HABENS.
SED CADAVER IDEM EST SEPULCHRUM SIBI!
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Agli Di Mani
Aelia Laelia Crispis.
n uomo, n donna, n ermafrodita, n fanciulla, n giovane, n vecchia, n casta, n meretrice, n pudica  ma tutto ci, uccisa non dalla fame, non dal ferro, non dal veleno, ma da tutto ci, non in cielo, non in acqua, non in terra ma ovunque giace.
Lucius Agatho Priscius, n marito, n amante, n parente, non triste, n allegro, n piangente, questo non mausoleo, n piramide, n sepolcro, ma tutto ci, sa e non sa a chi  dedicato, questo  un sepolcro che non ha un cadavere; questo  un cadavere che non ha un sepolcro, ma lo stesso cadavere  sepolcro a se stesso.
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Un testo misterico che, come si tramandava da tempo, avrebbe celato al suo interno la ricetta alchemica per la vita eterna, per l'immortalit dello spirito. Pareva che la soluzione dell'epigrafe, l'arcano celato dietro la composizione, fosse trascritto nelle ultime righe, cos abilmente nascosto eppure visibile agli occhi di tutti. Nelle pause di lavoro e di insegnamento Elisabetta in compagnia del suo mentore faceva tappa per consultare e  riguardare la lastra in marmo: un interesse che trov ben presto riscontro nella sua produzione artistica, imbevuta di temi antichi e mitologici.
Aveva dunque individuato la chiave per comprendere quel mistero?
Era arrivata a decifrare, con la sua mente dinamica e veloce, il segreto contenuto tra le parole del testo latino?
La malattia, il rapido deperimento, i forti dolori che a met agosto dilaniarono il corpo della giovane pittrice la condurranno verso una morte inspiegabile nella sera di venerd 28 agosto del 1665. Nonostante le cure del medico di famiglia,
il cerusico Gallerati, si spegneva la vita in quel giovane corpo che fino a poche settimane prima risuonava di gioia e di energia.
Andava via, a 27 anni appena, tutto il genio pittorico della giovane artista, dell'instancabile maestra, della ragazza che
nella bottega bolognese aveva appena ultimato il pi misterico dei suoi lavori, un nuovo Amore e Psiche, riproposizione di una sua opera giovanile nella quale era chiaro il trionfo dei temi alchemici.
Un corteo a lutto aveva accompagnato, in un breve percorso, la salma di Elisabetta Sirani fino alla vicina basilica di San Domenico: in prima fila, insieme ai suoi congiunti, le sue allieve e gli studenti dell'accademia d'arte da lei diretta. Occhi abituati a scrutare nell'oltre avrebbero visto, confusa tra la folla, una figura eterea, un'ombra leggera che guardava incredula il carro che s'allontanava dalla propria abitazione. Lo spirito di Elisabetta Sirani aveva lasciato il proprio corpo qualche ora prima, in un distacco drammatico culminato poi con il sollievo dalle sofferenze che il male fisico le stava dando: l'ultimo respiro, con gli occhi gonfi di lacrime, le aveva riempito i polmoni degli odori a lei pi cari, gli aromi e i profumi delle tele appena dipinte. Le mani si erano strette in una forte contrazione a ricercare tra le dita la sensazione del legno dei pennelli, il morbido disciogliere le terre e le tinte sulla tavolozza.
Segu con amarezza, avendo compreso oramai che anche le anime provavano emozioni e sensazioni, i diversi momenti del suo funerale e il seppellimento: le avevano riservato un sepolcro di rilievo nella cappella Guidotti in San Domenico, nella stessa ara dove 23 anni prima era stato sepolto il sommo Guido Reni, maestro e guida di suo padre. Anche lui morto in un
torrido agosto bolognese, nel lontano 1642, era stato accolto tra le mura della basilica che ospitava le ossa del fondatore
dell'ordine dei Predicatori, Domenico di Guzmn (5).
Un'ultima dimora di prestigio, riservata alle glorie cittadine: ma l'anima di Elisabetta, lei che aveva vissuto per la pittura e tra i colori, sentiva quel luogo lontano, freddo e distante dalla gioia che aveva avuto in vita. Nei giorni del lutto la sua casa terrena era stata un viavai di amici ed estimatori, dei suoi allievi e delle bolognesi colte che in lei avevano visto l'astro nascente di un loro nuovo ruolo nella societ. Erano stati i giorni della grande confusione, del disordine che regnava ora nel suo studio, quello che in vita era luogo del produrre e del lavoro intenso.
Nell'atmosfera cupa delle stanze sent il pianto sommesso del padre, avvert tutta la rabbia per una sorte che aveva strappato all'esistenza la propria figlia e la grande artista. Sent le imprecazioni e il dolore, il cieco furore di Giovanni Andrea  Sirani privato oramai, a causa dei reumatismi che lo affliggevano, dell'arte pittorica: reso impotente davanti al fato si era convinto di una macchinazione nei confronti della figlia, di un omicidio consumato per vendetta forse per mano di una giovane inserviente della casa.
Dopo un breve consulto con il medico Gallerati, colui che aveva eseguito l'autopsia sulla giovane, il Sirani accus Lucia Tolomelli di essere l'esecutrice dell'avvelenamento, forte anche di una testimonianza che aveva notato l'aiutante di casa acquistare della polvere rossastra al mercato.
Forse un veleno, lo stesso che sarebbe stato somministrato a Elisabetta mescolandolo con i pasti notturni.
In quella sua forma incorporea, invisibile ai pi, Elisabetta segu l'arresto della donna al servizio della loro casa, le torture adoperate per estorcere una confessione: Lucia Tolomelli venne scarcerata grazie a una nuova autopsia alla quale parteciparono i pi noti medici bolognesi. Dal Fabri al Guicciardini, insieme a Ferrari, Bertolini, Orsetti e Mattasellani.
Furono tutti concordi nell'individuare come causa della morte una possibile peritonite, seppur mille dubbi ancora aleggiavano sul decesso cos repentino.
Elisabetta non aveva memoria di quel gesto: era solo conscia del fatto che la sua vita era stata recisa mentre ancora tanti
progetti correvano nella sua mente... Uno tra tutti l'ultimo suo quadro, L'Amore e Psiche oramai quasi terminato e privo solo
di un ritocco vicino alla sua firma. L'angoscia e la disperazione l'avevano trattenuta in questa terra, in un mondo di mezzo
popolato di ombre e di fantasmi. Si era ritrovata sola nel suo studio andando con angoscia a cercare quel quadro, il dipinto
sparito dal sostegno che lo reggeva mentre era ancora in lavorazione. Gir a lungo per quella stanza mentre l'orrore la
invadeva, pensando a quali mani avessero rubato il suo lavoro.
Il suo tempo era divenuto oramai il non tempo, la perdita assoluta della cognizione del passare dei giorni, cos avvolta
dallo sgomento per il gesto oltraggioso, per il furto consumato mentre lei giaceva oramai fredda nella sua camera da letto...
Inizi il viaggio. Un lungo viaggio di ricerca, come spettatrice di eventi, come cercatrice e viandante in un mondo nascosto
ai pi. Itinerario che aveva intrapreso inconsciamente nel decifrare l'ultima parte della magica tavola ermetica, l'Aelia Laelia Crispis. Ne aveva nascosto la soluzione nel suo dipinto, il legame che ora la teneva sospesa in quella non vita. In quella ricerca.
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Note.
5. Domenico di Guzmn. Domingo o Dominico in spagnolo (Caleruega, 1170-Bologna, 6 agosto 1221),  stato un presbitero spagnolo, fondatore dell'Ordine dei frati predicatori, proclamato santo nel 1234.
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PIEMONTE.
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SOTTERRANEI DELLE PORTE PALATINE DI TORINO.
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Dietro il portone malconcio di via Porta Palatina non si avvertiva solo l'odore di umido e stantio: sembrava in realt che
oltre le imposte di legno del palazzo situato a met della strada si fosse concentrato il ricordo di qualcosa che irritava il naso e metteva in allarme i sensi, rimandando al cervello tutta la negativit delle sensazioni scaturite dal luogo. La strada era incuneata secondo la logica della viaria romana e in passato rappresentava il cardo massimo della Augusta Taurinorum in
diretto collegamento con il decumano massimo dalla via Garibaldi, gi via Dora Grossa. Una strada antichissima nella quale
si erano sedimentate storie e vicende di vita, frammenti di esistenze che avevano lasciato una loro traccia: amori e tradimenti, nascite e morti a volte violente.
Le pietre e i muri scrostati sembravano tenere memoria dei fatti che si erano consumati tra i palazzi, nelle abitazioni e tra le stanze a volte oscure, rilasciando occasionalmente agli animi dotati di sensibilit la testimonianza delle vite trascorse.
Si raccontava di un antico manicomio, di un luogo di detenzione per i malati di mente e per gli schizofrenici, una sorta di carcere ospitato in quello che poi sarebbe divenuto un edificio destinato ad accogliere famiglie bisognose. Non una struttura riconosciuta dal punto di vista medico ma un qualcosa di parallelo dove confinare segretamente chi era affetto dal mal della mente. Sull'intero isolato, compreso tra le odierne vie Palazzo di Citt, via 20 Settembre, via Cappel Verde e via Porta Palatina, sembrava gravare un'atmosfera pesante e cupa, forse retaggio di eventi lontani che avevano avuto luogo nel Medioevo.
Chi, agli inizi del 1900, raccontava di oscure ombre e rumori notturni, di urla e tonfi sordi provenienti dal sottosuolo, veniva spesso considerato come un visionario o, nel caso pi benevolo, come un burlone: eppure, al calare del sole, la strada dopo essersi svuotata dal normale viavai di gente e di commercianti assumeva un'aura pi tetra, resa maggiormente densa dalla fioca illuminazione.
Il viandante che transitava per quella via lo faceva con circospezione e con fretta, attento a ogni movimento sospetto, a
ogni ombra, cercando soprattutto di non prestar fede alle voci e alle narrazioni che vedevano uno di quei palazzi popolato di
spiriti e anime irrequiete. Una delle poche persone a non nutrire dubbi sulla reale esistenza di un'atmosfera negativa imbrigliata tra le mura dell'edificio antico era Enrichetta Naum. Di lei si conosceva ben poco, ma le scarne notizie che circondavano la sua persona bastavano a renderla speciale e unica. Cos come unico era il suo ruolo nel quartiere, forse nell'intera citt.
Nella sua abitazione, al numero 6 di via Cappel Verde, transitavano le speranze di malati, di oppressi, di presunti o reali
indemoniati, di posseduti da spiriti maligni o afflitti da grandi maledizioni: per lei, nata nel 1843, era stato riservato un posto speciale nella comunit, unica donna a essere ammessa tra le fila degli esorcisti autorizzati dalla diocesi piemontese.
Il dono, che lei affermava essere arrivato direttamente dal Cielo, l'aveva resa unica e famosa, cos come era nota la sua casa, meta di ogni sorta di disperazione. Cinquantadue anni appena compiuti, nel 1895 Enrichetta Naum decide di trasferirsi a poca distanza dalla prima abitazione di via Cappel Verde: a detta di molti la casa era divenuta oramai invivibile per le troppe energie negative accumulate, per le anime che venivano richiamate durante gli esorcismi che la donna praticava. Cambia residenza subito dopo la morte del marito e sceglie come abitazione l'ultimo piano di un palazzo situato a poca distanza, appena dietro l'angolo di via Cappel Verde. In via Porta Palatina prosegue la sua attivit di esorcista, accogliendo tra le mura domestiche anche chi era realmente posseduto da entit soprannaturali.
Compie numerosi riti che le comportano sempre un grande affaticamento e un impegno fisico e mentale enorme. Forse  anche questo il motivo del suo lento distacco dagli esorcismi, non prima di aver lasciato nell'abitazione energie e residui delle
attivit soprannaturali. Il palazzo, cos come era gi accaduto per la sua prima abitazione,  il catalizzatore di eventi che si protrarranno negli anni, anche dopo il nuovo trasloco di Enrichetta Naum. Non solo gli appartamenti del palazzo, dislocati lungo i quattro piani angusti, erano pi volte il teatro di accadimenti particolari, tra rumori sordi e lamenti che parevano
provenire dal sottosuolo: tra le fondamenta del palazzo si apriva un mondo quasi sconosciuto e poco frequentato, negli
scantinati antichi ricavati dagli infernotti (6) torinesi.
Anche il palazzo di via Porta Palatina conservava sotto il manto stradale una tessitura di cunicoli, alcuni dei quali erano stati murati nel corso degli anni: i pi anziani tra gli abitanti ricordavano quanto fossero estesi i percorsi ricavati nella roccia, profondi a volte decine di metri e costruiti su pi livelli.
Nel 1950 l'ultimo piano dello stabile venne dato in affitto a una famiglia numerosa, governata da una madre ferrea e rigorosa: lei, originaria dell'Ungheria, era fortunosamente scampata ai disastri della guerra restando orfana dei genitori. Il matrimonio nel dopoguerra con un italiano sembrava il ripiego di una vita incerta, vissuta all'insegna dell'arte dell'arrangiarsi e consumata senza speranze di futuro.
Schiva di carattere e poco propensa a familiarizzare con gli altri inquilini dello stabile, Johanna  Uldzni aveva trasformato gli ambienti domestici nel suo mondo, un pianeta dal quale raramente usciva. Unica sua confidente una vicina di casa che, almeno una volta alla settimana, si intratteneva con lei per raccontarle le vicende del quartiere. Pi volte, durante le chiacchierate e le confidenze, le due donne avevano parlato dei rumori incomprensibili e dei suoni che la notte
si avvertivano con un'eco proveniente dal sottosuolo. Tonfi sordi e bisbigli, passi e stridio di ferro: il ferro della cancellata che immetteva direttamente negli infernotti del palazzo. I pi scettici non davano adito alle voci che parlavano delle anime irrequiete, degli spiriti richiamati dalle pratiche di Enrichetta Naum; altri ben pi sensibili affermavano di aver visto ombre e bagliori di luce provenire dalle cantine. Restava ben chiaro che gli inquilini avevano preso l'abitudine di evitare quei luoghi, ritenendoli - nel migliore dei casi - il rifugio oramai incontrastato di grandi ratti.
Johanna Uldzni, dal passato fumoso e annebbiato da mille ombre, aveva un trascorso di vita con contorni talmente indefiniti
da essere incomprensibile ai suoi stessi parenti pi stretti: rimasta forse orfana nel corso della Seconda Guerra Mondiale,
si era trasferita fuori dal suo paese d'origine per non meglio precisati guai giudiziari. Affermava di essere in contatto con
gli spiriti, soprattutto con una presenza che durante la malattia del marito - costretto a letto da un male incurabile - girava nella stanza a vegliare la sofferenza dell'uomo.
Certamente l'animo di Johanna, l'essere cos cruda nei confronti della vita e verso l'educazione dei figli, aveva trovato terreno fertile nell'abitazione che era stata vissuta dalla medium torinese, da Enrichetta Naum. L'atmosfera domestica, pesante e opprimente, aveva dei picchi impossibili da comprendere: cos come erano orribili i racconti di uno dei figli, ossessionato dalle visioni notturne e da un demone che usciva improvvisamente da un armadio.
La casa, oggi abbandonata, sembra risuonare ancora dei rumori inspiegabili, pare avvertire ancora il fruscio di pagine che vengono sfogliate da mani invisibili. Quando l'ultima affittuaria dell'appartamento lasci la terra, addormentandosi per sempre nella sala da pranzo, nei sotterranei del palazzo vennero avvertiti chiaramente i rintocchi sordi di una campana che suonava a morte. Erano gli stessi lugubri suoni che avevano accompagnato altre morti, altri decessi. Qualche anno dopo, forse per una prova di coraggio, uno dei nuovi giovani inquilini dello stabile aveva accettato la sfida lanciata dagli amici: percorrere i corridoi bui delle cantine non appena fosse passata la mezzanotte. Lo videro riemergere, accompagnato da risate orribili e profonde, con il volto contratto, alterato in una smorfia di orrore e dolore. Raccont, diversi anni dopo, in uno dei rari momenti di lucidit, dell'incontro sotterraneo: le sue mani, che nel buio cercavano il contatto con la roccia,
avevano afferrato qualcosa di umido, di viscido e gelato. Una luce era stata accesa improvvisamente, illuminando una mano in decomposizione e - nel tempo necessario per darsi a una fuga disperata - una serie di volti ghignanti, miseri resti di vite
passate.
Ancora oggi quei luoghi sono cosparsi di energie, di quelle forze nascoste richiamate da altri livelli temporali e vitali dalle attivit dell'ultima esorcista di Torino.
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Note.
6. Gli infernotti, in piemontese, designano gli scantinati a pi piani presenti nei palazzi: pi volte utilizzati come magazzini, questi locali sotterranei erano  spesso in comunicazione andando a costituire una vera e propria rete viaria sotterranea. Oggi, nella stessa Torino,  possibile visitarne alcuni aperti alla fruizione pubblica. Leggende e storie misteriose sono comunque nate all'ombra dei cunicoli che costellano il centro storico della citt.
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ALLA RICERCA DEL QUADRO PERDUTO.
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Viaggiare nei secoli e attraverso ci che l'uomo definisce
tempo. Elisabetta Sirani aveva ricevuto il dono, un prezioso
regalo che le garantiva la possibilit di spostarsi liberamente
in epoche differenti, secondo un'unica clausola: quella di
non interagire con gli eventi e con le persone per mutare il
corso della storia. Lei era una spettatrice molto particolare
impegnata nella ricerca dell'ultimo tassello della sua vita. Torino
era una citt particolare e lei, che aveva vissuto in una
Bologna lontana oramai duecento anni, era rimasta sbalordita
dal cambiamento di costumi della societ. Come erano
differenti le mode, cos mutevoli e civettuole, cos soggiogate
al volere umano che per molteplici motivi modella non solo
gli abiti ma si mette a plasmare anche gli animi delle persone.
Fu una sera sul tardi, che si ritrov nella citt piemontese, tra
palazzi nobiliari e grandi costruzioni che davano l'idea del
fasto e della ricchezza. Elisabetta, pur abituata a frequentare
la nobilt del suo tempo, era rimasta colpita dalla magnificenza
dei luoghi di ritrovo, delle grandi sale da musica dove
risuonavano arie completamente differenti rispetto alle melodie
dei suoi tempi. Richiamata, come spesso avviene, dalla
presenza di altre anime erranti, la pittrice bolognese si era
ritrovata nella grande piazza Castello: leggeva con attenzione
i nomi delle vie cos come nella penombra era rimasta
incuriosita dalla bellezza del grande palazzo reale. Sentiva le
forti vibrazioni e le energie che provenivano dal sottosuolo,
laddove un tempo avevano lavorato alchimisti e cercatori
dell'occulto. Lei, anima di luce, stava sempre alla larga dalle
cose negative, cercando di scansare in ogni modo gli spiriti
avvolti nell'ombra, i cui percorsi per conquistare la luminosit
del bene erano ancora molto ardui. Il richiamo arrivava
da una delle vie che s'inoltravano verso oriente. Sentiva il vociare
degli umani, il loro confabulare, cos come ne percepiva
ansie e turbamenti, gioie e spensieratezza: un brusio pi forte
arrivava da un locale, uno di quei luoghi nei quali i vivi amavano
trascorrere il tempo in chiacchiere e pettegolezzi. Lesse
l'insegna colorata che spiccava nella via Po: Caff dei Fratelli
Fiorio. Mille profumi e aromi la accolsero prima ancora di
notare le delizie sparse sul grande bancone della sala, in un
campionario di dolci, sorbetti e cioccolato. Rimpianse per un
attimo di essere un fantasma e di non poter allungare la mano
per assaggiare uno dei biscotti che un compassato cameriere
stava disponendo su un piattino di finissima ceramica. Certo,
lo avrebbe fatto sparire in un battibaleno, cos velocemente
che neppure l'occhio attento del proprietario avrebbe notato
quel furto gastronomico. Lei, pittrice raffinata ma capacissima
di stare a proprio agio tra le chiacchiere di bottega e le
confidenze delle lavandaie, sentiva in quelle sale, zeppe di
specchi che riflettevano la luce di grandi candele disseminate
tra i tavolini, frammenti di discorsi e mezze frasi: cap, in
un batter d'occhio, di non essere l'unico fantasma presente
in quel locale. Lo not, in quella che era stata la sua fisionomia
in vita, seduto in uno dei tavolini pi defilati: pensieroso
e immerso in un mondo tutto suo doveva avere - quando
era passato a miglior vita - una cinquantina d'anni. Sinceramente
mal portati a giudicare dalla pancetta prominente, dal
doppio mento e da quei curiosi occhialini tondi che sparivano
in un viso rubicondo. Si present come Camillo Benso
conte di Cavour, esibendosi in un inchino e nel tentativo di
un baciamano mal gradito: Elisabetta aveva gi sentito parlare,
da altre anime, di quello spirito che girovagava ancora
per Torino, lungo le strade principali della citt che lo aveva
visto nascere, diventare potente e importante e poi strapparlo
alla vita per le complicanze di una malattia polmonare. I suoi
funerali, di cui Elisabetta aveva avuto informazioni da altre
anime sue confidenti, era stato cos imponente che il 6 giugno
del 1861 la citt intera si era fermata per scortare il lungo
corteo che dal palazzo di famiglia, nella via Arcivescovado
pi tardi chiamata proprio via Cavour, aveva accompagnato
il nobile defunto fino alla chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Nonostante la scomunica che il papa Pio nono gli aveva riservato
per l'impegno che lo statista aveva profuso nel far approvare
la legge sui conventi, con l'allontanamento degli ordini
religiosi dalle loro propriet, la messa venne celebrata con
una grande partecipazione di popolo.
Loquace e brillante in vita, come fantasma il Cavour sembrava
in realt molto pi taciturno: le poche parole che avevano
scambiato mostravano tutta la fretta di quello spirito
nel volersi separare da Elisabetta. Not con una certa ironia
che l'antico uomo politico era poco disposto a farsi interrogare,
a mostrare i lati del suo carattere meno esaltanti: nel
mondo dei defunti tutti i titoli, le cariche, le ricchezze vengono
azzerate ma rimangono ben visibili i vizi e le virt della
vita passata. Timoroso di essere interrogato e giudicato da
una donna, lui cos spavaldo in vita e a suo agio nel correre
tra letti femminili e sottane di donne maritate, con fretta e
imbarazzo accenn un saluto di convenienza, un commiato
veloce e poco fine. Lei lo guard andar via dalla sala del Caff
Fiorio, con una movenza lenta e sospettosa, osservando con
sguardo torvo gli avventori seduti ai tavolini: non era certamente
un modello di bellezza, con quella barbetta a incorniciare
il viso d'un personaggio che in vita doveva amare molto
la cucina e il buon bere. Goloso di dolci ma non solo. Lo vide
fermarsi di colpo e girarsi di scatto andando a urtare una tazzina
che, sotto gli occhi increduli di un cameriere, fin per
terra senza che - all'apparenza - nessuno l'avesse urtata. Il
conte a quanto pareva non gioiva solo dei banchetti, dei vini
e delle carni: quell'essenza ormai invisibile ai pi, sollevandosi
per quanto la sua statura lo permettesse, aveva gettato
i propri occhi su altre forme, altre sue prelibatezze della vita
passata. Carni vive in questo caso, attraenti pi d'un piatto
raffinato. Con un'aria e sguardi che parevano pi degni di un
battelliere del Po piuttosto che di un aristocratico, fissava con
altrettanta golosit la scollatura generosa di una gentildonna
impegnata a mescolare un bicerin:(7) l'abito scuro da mezza
sera, contornato di pizzi delicati, metteva in risalto quelle delizie
sulle quali il Cavour si sarebbe gettato volentieri, se solo
avesse avuto corpo e sangue da portare in giro. Il soggetto di
tanti e tali sguardi avidi dovette per un attimo provare la strana
e curiosa sensazione di essere osservata da occhi invisibili;
giusta percezione di una presenza visto che, con movimenti
veloci e precisi, la donna tir leggermente verso l'alto la scollatura del proprio abito, abbassando il sipario sugli occhi dello spettatore indiscreto. Gli occhi di Elisabetta e di Camillo
per un attimo si incrociarono, giusto il tempo in cui il conte
vide lo sguardo di rimprovero e di sarcasmo della fantasma.
Impegnata nell'osservare il guardone blasonato mentre si avviava,
paonazzo in viso per la figuraccia, verso l'uscita del locale,
Elisabetta sent una voce dal timbro dolce e vellutato che la
chiamava per nome. Giusto il tempo di girarsi leggermente e la
vide: seduta nella stessa sedia occupata poco prima dal Cavour,
una ragazza - anzi il suo fantasma - le faceva cenno di sedersi
al suo fianco, con un'aria complice e divertita, impaziente di
parlare con una sua simile. Simpatie e affinit d'animo esistevano
anche nel mondo dell'oltre e cos, istintivamente, Elisabetta
mostr felicit nell'accettare quell'invito inatteso. Se tra
gli avventori del locale vi fosse stato qualcuno dall'animo pi
ricettivo verso il mondo impalpabile dell'oltre, avrebbe sorriso
alla vista di quelle due donne, di quei due spiriti, cos intente a
confabulare e a raccontar vicende sconosciute ai pi. Come le
loro storie e il trascorso di quella donna.
Capelli lunghi e biondi che parevano in costante movimento,
agitati, come il suo animo, da un vento leggero: lei in vita
era Anna, ma amava essere chiamata Nina. Nina Schiaffino
Giustiniani. Forse era trascorso molto tempo dall'ultima confidenza
fatta a un'amica, una di quelle coetanee che frequentava
durante la sua esistenza. Nina, avvicinandosi a Elisabetta,
la guard con occhi profondi trasmettendole una immediata
affinit d'animo. Giusto un cameriere sgran gli occhi nel
vedere una delle due sedie dell'ultimo tavolino muoversi leggermente:
strizz gli occhi, guardando meglio e, osservando
un nuovo movimento dell'oggetto, si ripromise in cuor suo di
lasciar stare ogni bevanda alcolica durante il servizio. Troppe
tentazioni nella sottostante dispensa del locale, cos come divinamente buono era il vinello che non mancava d'assaggiare a
insaputa dei suoi titolari. Nina, accostandosi, inizi a parlare,
raccontando a Elisabetta del suo incontro con Cavour. Oramai
nel suo pellegrinare anche da defunta inseguiva i passi di quel
fantasma, senza poterlo mai avvicinare. Camillo, suo amante,
invaghito di tante e troppe donne. Lei, nata a Parigi la mattina
del 9 agosto del 1807, aveva vissuto nel vasto palazzo nobiliare
di Rue des Moulins per trasferirsi poi a Genova dove il padre
Giuseppe era stato nominato console generale di Francia da
Luigi 18esimo. Il clima liberale parigino e l'educazione dei nonni
paterni avevano lasciato in lei una traccia profonda, tanto
da farne una fervente ammiratrice e sostenitrice di Giuseppe
Mazzini. Era stato poi il nonno Luigi a guidarne l'educazione
facendole amare la musica, l'arte e la cultura liberale in genere:
cos poliedrica e appassionata quanto distante e differente
da colui che sarebbe divenuto suo marito, portandola all'altare
all'et di diciannove anni. Il consorte, Stefano Giustiniani, era
un esponente di spicco della nobilt genovese: reazionario e
acerrimo nemico delle idee liberali, impegnato in quel rapporto
coniugale a ostacolare in ogni modo le idee della giovane
Nina. Il 29 marzo del 1830 l'incontro che avrebbe stravolto la
vita della ragazza: in citt, nel salotto culturale di palazzo De
Mari dove si riuniva la comunit altolocata di fede repubblicana,
venne presentata a un giovane ufficiale piemontese,
Camillo Benso di Cavour, le cui idee e il fervore politico l'attrassero non poco. Anche l'arrivo di due figli non plac n le idee rivoluzionarie di Nina e neppure la sua passione per Cavour.
Lettere e incontri fugaci, ingredienti di un amore folle e non
corrisposto dall'uomo che facilmente s'era lasciato trascinare
dalla passione per altre donne: tante ne aveva contato Nina,
fin troppe per potersi fidare delle parole effimere di colui che
era diventato uno dei pi importanti uomini dell'Italia che si
stava costituendo. Clementina Guasco di Castelletto, Emilia
Gazelli Pollone, Melanie Waldor, Hortense de Meritens e tante
altre ancora, forse meno note ma altrettanto presenti nella vita
privata di un uomo che giocava, non solo ai tavoli del whist(8),
divertendosi nel corteggiare donne coniugate. Nina lo sottoline:
per quell'uomo la donna maritata creava meno problemi
ed era una preda pi facile, da circuire e da lasciare con disinvoltura.
Dal carattere irruento e anticonformista, capace di presentarsi
a teatro con un bellissimo abito azzurro quando era stato
prescritto il lutto per la morte di Carlo Felice, Nina raccont
di essere stata osteggiata dalla famiglia, maltrattata e additata
come folle: una saggia follia per, capace di schierarsi apertamente
con un fronte antimonarchico nella citt di Genova, crocevia di idee liberali. La sera tra il 23 e il 24 aprile del 1841 Nina Schiaffino Giustiniani decise di abbandonare questa terra, troppo disadorna per l'arcobaleno di sentimenti che aveva in corpo: al Caff Fiorio raccont a Elisabetta dell'ultima lettera indirizzata a Camillo Benso di Cavour, scritta con il cuore strappato e le dita rattrappite dalla rabbia. Erano le ultime parole che lo statista avrebbe letto, tracciate da un animo cos puro da meritare ben altre vite e altri amori. Oggi, come accade a ogni ricorrenza della sua scomparsa, il marciapiede antistante il palazzo Lercari di Genova si tinge del rosso del suo sangue, nel punto in cui Nina precipit salutando con occhi fieri da combattente una vita che voleva costringerla tra le
sbarre di un manicomio.
Quella sera al Fiorio qualcuno si chiese da dove provenissero
le risate, quelle voci femminili che risuonarono nel punto pi
nascosto del locale: Nina, nel dare un bacio sulla fronte dello
spirito della bolognese, le confess che il Cavour non era dotato
solo di ragionamento sottile. Altrettanto sottile era ci che
nascondeva abitualmente tra il vestiario basso, fugace oggetto
di satira femminile che - alla sua vista - a stento tratteneva la
risata. Andarono via separandosi all'ingresso del Fiorio.
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Note.
7. Il Bicerin  una storica bevanda calda e analcolica tipica di Torino, evoluzione della settecentesca bavareisa, una bevanda servita in grandi bicchieri tondeggianti, composta da una mescola di caffi, cioccolato e crema di latte dolcificata con sciroppo.
8. Il whist  un gioco di carte che emerse nel diciottesimo secolo. Esistono tante variazioni e regole diverse di questo gioco, scommettendo e assegnando i partner. Il gioco di base si
svolge con due squadre di due giocatori ciascuna.
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TRIANGOLAZIONI NEFASTE.
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Via Garibaldi risuonava, anche nel sottosuolo, delle antiche
storie e delle genti che si erano succedute nel corso dei secoli:
Elisabetta Sirani ne percepiva la memoria, quel ricordo che
rimbalzava nel suo animo come un'eco composta da mille voci
e da tanti idiomi. Sussurri che arrivavano come richiami di
vite ormai disperse; comminando verso il punto dove il sole
era tramontato da tempo vide nuovamente, immerso nei suoi
pensieri e impegnato in un dialogo solitario, lo spettro di Camillo
Benso di Cavour. Sarebbe apparso in continuazione negli
anni a venire ai propri concittadini, nelle vie centrali della sua
citt e tra i colonnati del Municipio per predire fatti e avvenimenti
futuri. Elisabetta si spost veloce verso il grande slargo
che segnava il limite dell'abitato romano, di quella porzione
della citt conosciuta con il nome di Quadrilatero. Piazza Statuto
gi nei secoli passati godeva di una fama nefasta, per via
della sua destinazione d'uso come luogo delle esecuzioni, dei
supplizi e anche cimitero. Lei percepiva tutta l'energia negativa
del luogo che i vivi conoscono ancora come centro nevralgico
delle sventure. A pochissima distanza, nel sito che alla fine del
1600 ospitava il magazzino delle polveri della Cittadella, una
violenta esplosione aveva distrutto le abitazioni vicine uccidendo
pi di cento persone e facendo crollare l'antica chiesa
dedicata a santa Barbara: in quel disastro furono numerosi i
feriti e ingenti i danni alle abitazioni vicine. Un sito permeato
da morti inspiegabili, uccisioni rimaste senza un colpevole ed
eventi nefasti pi noti, come l'utilizzo in questo slargo urbano
della ghigliottina che dal 1865 aveva decretato la morte di dissidenti, carcerati, ladri ma anche di tanti innocenti.
La piazza era stata progettata dall'architetto Giuseppe Novati,
gi docente nell'universit torinese, per accogliere i grandi palazzi
ideati per dare lustro alla citt: in quell'anno, all'avvio dei
lavori, Torino era stata scossa dalla rivolta di popolo, insorto
all'indomani del trasferimento della capitale a Firenze. 52 morti
e centinaia di feriti erano stati il pesante bilancio delle giornate
del 21 e 22 settembre del 1864, un funesto momento che aveva
segnato l'inizio del progetto. Una rivolta che aveva lasciato una
traccia profonda nell'antica capitale, il centro abitato da quasi
duecentomila anime. Neppure la costruzione del monumento
al Frejus aveva avuto un battesimo felice: i numerosi incidenti
che si erano verificati nel cantiere montano aleggiavano tragicamente
sulla statua eretta nella piazza Statuto. Inno all'ingegno
umano, cos era stato definito inizialmente l'angelo posto in cima
all'opera in pietra, effigie che ben presto era divenuta l'emblema
del maligno e dell'oscuro. Raccontavano di botole e ingressi verso
l'oltretomba, di varchi presenti vicino alla statua il cui sguardo
andava verso l'occidente, volgendo le spalle in segno di sfida alla
luce nascente. Nel corso degli anni su piazza Statuto si erano sedimentate storie e leggende nere, permeate di personaggi noti e di viaggiatori sconosciuti. Qui aveva camminato Nostradamus(9),
l'esoterista Michel de Notre Dame, ospitato nella Cascina Morozzo,
arrivato a Torino attratto da quella notoriet magica di
cui era ammantata la citt: del suo soggiorno e delle sue ricerche
era rimasta una traccia scritta in una lapide, collocata nel 1556,
nell'anno in cui si svolse il suo viaggio alchemico. La scritta, enigmatica come il suo compilatore, pareva un ammonimento e un lugubre messaggio dedicato al luogo della magia:
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NOSTRE DAMUS ALOGE ICI
ON IL HA LE PARADIS L'ENFER
LE PURGATOIRE LE MA PELLE
LA VICTOIRE QUI MHONORE
AVRA LA GLOIRE QUI ME
MEPRISE OURA LA
RUINE HNTIERE (10).
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Le anime antiche raccontavano del luogo carico, anche a giudizio
di Nostradamus, di energie e di forze sconosciute: era il
punto geografico nel quale molti anni dopo sarebbe stato posizionato
l'obelisco noto con il nome di Guglia Beccaria, in onore
del fisico Giovanni Battista (11), incaricato da Carlo Emanuele
terzo di Savoia di misurare il meridiano di Torino, il Gradus
Chevalierrinensis. L'obelisco, inaugurato il 7 dicembre 1808, ricordava un'antenna in grado di captare le energie negative provenienti da altri due centri noti per la loro aura nefasta, Londra
e San Francisco, citt quest ultima ben conosciuta come sede
di una delle Sette Torri del Diavolo(12). Il diavolo, il guardiano di
quegli inferi i cui accessi erano situati in differenti parti della
terra: piazza Statuto era una delle tante porte, uno dei varchi
sotterranei noti ai molti adepti delle scienze oscure.
L'obelisco e la raffigurazione del genio alato rappresentavano
uno degli enigmi della citt, un gioco oscuro che si svolgeva sopra
l'ipotetica scacchiera sulla quale il diavolo e gli spiriti nefasti
giocavano - coinvolgendo gli umani - la partita con la morte.
64 caselle, tante quante le case lungo le quali si muovevano le
fila dei destini e delle avversit, come i pezzi degli scacchi mossi
da una mano invisibile ai pi. Il numero 64 sembrava essere una
costante di cifre nefasta, cos come lo spirito errante di Elisabetta
Sirani percep. Il tempo le port il suono lancinante delle
sirene delle autobotti dei Vigili del Fuoco, chiamati per domare
le fiamme divampate nel vicino cinema Statuto. Nel rogo della
sala situata in via Cibrario avevano perso la vita 64 persone: 31
donne, 31 uomini, una bambina e un bimbo. 64 morti violente,
causate da una serie di negligenze e di imperizie, che avevano lasciato uno strascico profondo nella popolazione: la tragedia immane del 13 febbraio del 1983 scuoteva ancora gli animi dei cittadini,
alcuni dei quali, pi propensi a scandagliare nel profondo
degli eventi, avevano ricollegato le fila di un disegno che pareva
architettato da una mente maligna. Nel cinema, nei giorni di un
carnevale torinese che aveva come tema la maschera del diavolo,
veniva proiettata una pellicola dal nome emblematico: La Capra(13).
Un'analogia ben chiara all'essere cornuto, al demonio. Non
parevano coincidenze, cos come non era fortuito il nome della
strada, intitolato allo storico Luigi Cibrario autore di uno studio
accurato sui cavalieri Templari: era il giorno 13, di ottobre,
quando i monaci guerrieri vennero arrestati in Francia per essere
destinati a morire tra le fiamme dei roghi. Fato, coincidenze?
La mano misteriosa che guidava gli avvenimenti umani tracciava
segni incomprensibili, cos come appariva inspiegabile la sorte
che aveva portato alla morte quelle 64 persone. Nonostante la
fama funesta che circondava quel luogo Elisabetta Sirani venne
attratta da una presenza, uno spirito circondato da luce: lo vide
sostare, silenzioso e riflessivo, davanti al luogo che fino a pochi
anni prima aveva ospitato il cinema Statuto. Alto, con capelli
neri e occhi profondi e sognanti, indossava un abito bianco che
lo rendeva ancor pi maestoso, tanto da poterlo confondere con
un antico cavaliere. Immacolato nell'abbigliamento come nell'animo:
stringeva tra le mani una rosa gialla che in quella luce e
in quella atmosfera emanava un profumo intenso, tanto da farla
apparire vitale ed energica. Identica forza la sent nell'animo
del giovane che, prendendola per mano, inizi a raccontare la
sua storia e l'amore per una ragazza morta nell'incendio dello
Statuto. Sent le sue mani stringersi e serrarsi, in una morsa di
dolore e tristezza. Era un amore non dichiarato, un sentimento
cos profondo da superare le barriere imposte dall'uomo e dal
tempo. Ricord di quando l'aveva lasciata davanti all'ingresso
del cinema, in una domenica imbiancata da una nevicata intensa:
lei, sua coetanea, dalla mente vivace e dai mille progetti di
vita, non nascondeva la passione per il giornalismo e la scrittura
tanto da coinvolgere ogni amico, ogni componente di un
gruppo affiatato di ragazzi torinesi, in lunghi discorsi e idee.
Le fiamme del cinema, le sirene, la concitazione della gente, lo
avevano richiamato strappandolo dalla gioia di una camminata
serale. Era stato risucchiato nel vortice della disperazione, nell'amarezza di una vita distrutta, perduta insieme a quella di altri suoi amici. Un amore cos potente e struggente da portarlo, nei
giorni che seguirono, davanti alla tomba della ragazza: una rosa
gialla, il fiore da lei preferito, scandiva quelle soste davanti a una fotografia. Forse non fu casuale l'incidente che esattamente due anni dopo, una seconda domenica di febbraio del 1985, gli rub l'esistenza in una strada montana del cuneese. Una data che presagiva, nella ricorrenza terribile del distacco dalla ragazza. Lui sarebbe stato sepolto il 13. Se il fato li voleva unire aveva mosso
le proprie pedine per far collimare le date. Nel luogo riservato
alle anime pure si ritrovano spesso, cos come non manca - nel
giorno della ricorrenza del rogo - vedere quell'ombra quasi angelica
aggirarsi davanti al luogo della tragedia. Anche lei ha ritrovato
la sua pace e il proprio cammino: era stata dimenticata,
un nome tra i tanti e una foto confusa tra le lapidi del cimitero
Monumentale. Sarebbe bastato un fiore, portato - come volle
il caso - nella ricorrenza del suo compleanno da chi, come
era sua aspirazione, scriveva per le pagine di un quotidiano. La
foto della ragazza, nitida nonostante il passare del tempo, svan
lasciando un'ombra leggera nella ceramica bianca. Una traccia
sbiadita, il suggello per averne riportato il ricordo tra le pagine
di un diario di viaggio. Il suo viaggio lontano era cos iniziato
altrove ed era finalmente libera. Elisabetta strinse al cuore il giovane, scostando leggermente i capelli mossi che incorniciavano
la fronte: tolse da quelle ciocche dei fiocchi di neve che parevano
lacrime del cielo, salutandolo e rispondendo al suo sorriso. Lo
guard, mentre si allontanava con un passo deciso: pareva volare,
proteso verso l'alto, richiamato dal luogo dove le anime pure
hanno trovato una casa.
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Note.
9. Nostradamus, pseudonimo di Michel de Nostredame (nato a Saint-Rmy-de-Provence il 14 o il 21 dicembre 1503, morto all'et di 63 anni a Salon-de-Provence, il 2 luglio 1566),  stato un astrologo, scrittore, farmacista e speziale francese.  considerato da molti,
assieme a san Malachia, come uno tra i pi famosi e importanti scrittori di profezie della storia.  famoso principalmente per il suo libro Le Profezie, che consiste di quartine in rima, raccolte in gruppi di cento, nel libro Centuries et prophties (1555).
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10. Nostradamus alloggia qui, dov' il Paradiso, l'Inferno, il Purgatorio, Io mi chiamo la Vittoria, chi mi onora avr la gloria, chi mi disprezza avr la  completa rovina.
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11. Padre Giovanni Battista Beccaria, al secolo Francesco Ludovico Beccaria (Mondov,3 ottobre 1716-Torino, 27 maggio 1781),  stato un fisico, matematico e monaco cristiano italiano. Fu autore del Gradus Chevalierrinensis (misurazione di una porzione di meridiano
terrestre che passa dal Piemonte) e un'importante personalit nel rinnovamento scientifico dell'Ateneo torinese del diciottesimo secolo.
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12. A questo riguardo  interessante una lettura dell'opera di Ren Guenon, Il Regno della Quantit e i Segni dei Tempi, traduzione di Tullio Masera, Pietro Nutrizio, gli Adelphi, IV ediz., pp. 270.
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13. Un film con Grard Depardieu, Pierre Richard, Pedro Armendriz Jr., Titolo originale: La chvre, Francia, 1981.
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IL VIAGGIO PROSEGUE.
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IN VALLE D'AOSTA TRA CASTELLI E DAME, AMORI E TRADIMENTI.
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E chi bramasse di veder il volto suo ritratto dal vivo, vada ne la chiesa del Monistero Maggiore, e l dentro la vedr dipinta.
matteo bandello, Novella quarta, parte prima.
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Le antiche vie della Valle d'Aosta risuonavano delle voci degli
originari abitanti, i primi frequentatori dei territori montani
della regione: i Salassi, di provenienza celtica, avevano lasciato
numerosi segni della loro presenza e della loro religiosit. Quella
spiritualit si era radicata profondamente nel territorio, permeandolo di una intensa magia. L'area megalitica di Saint-Martin-de-Corlans ad Aosta e il Cromlech del Piccolo San Bernardo erano due tra i tanti luoghi colmi di storie e di vicende umane: lembo della Penisola e regione pi piccola dell'Italia, poteva anche vantare nel suo territorio - oltre ai panorami incantevoli e ai boschi estesi - oltre 200 castelli edificati durante il Medioevo. Lasse viaria che collegava Torino all'antica capitale del ducato di Savoia, la citt di Chambery, rappresentava gi in passato una delle principali strade di comunicazione della regione: l'estesa rete di fortezze garantiva anche un costante contatto tra nuova e vecchia capitale savoiarda, spostata da Chambery a Torino nel 1563 per volere di Emanuele Filiberto di Savoia. I castelli di Fnis, Aymavilles, Saint-Pierre, Ussel, insieme ad altri importanti manieri e fortezze, avevano rappresentato nel passato un baluardo difensivo e notevoli punti di controllo strategico del territorio. Nel corso dei secoli, con la perdita della loro  funzione originaria, alcuni di questi erano diventati luoghi di cultura, veri e propri scrigni che conservavano, e trattengono tuttora, notevoli collezioni d'arte. Era stata la ricerca della sua opera  ultima a condurre Elisabetta Sirani in queste valli, in un percorso che l'aveva portata fino al castello di Verrs. Il maniero, costruito a guardia della Val d'Ayas, aveva una storia lunga e travagliata, tra contese ereditarie e lotte per il suo possesso. Costruito sopra un crinale roccioso in prossimit del castello di Issogne, aveva assistito alle lotte anche cruente tra la famiglia De Verretio - prima proprietaria del maniero - e la sede vescovile di Aosta, culminate nel 1333 con l'assalto alla cassaforte ecclesiastica di Issogne.
Un atto che venne giudicato sacrilego e port, stando alle
cronache del tempo, sventura e lutti tra i componenti della nobile
compagine dei De Verretio. Estinta la discendenza, il castello
venne donato dai conti di Savoia a Ebalo di Challant che, dal
1372, inizi qui una serie di lavori di abbellimento e ristrutturazione.
Il 1500 ne segn il periodo di maggior splendore quando
Ren de Challant, all'et di ventanni, prese in moglie una ragazza
originaria di Casale Monferrato. A distanza di oltre cinquecento
anni dal fastoso matrimonio celebrato nelle sale del castello
di Verrs, le stanze dell'antica dimora gentilizia risuonano
ancora dei passi e della voce di quella giovane sposa, della ragazza
che in abiti bianchi e nelle sue fattezze di fantasma percorre
sale e corridoi, anima in cerca di pace e di galanti incontri. Era
giovanissima Bianca Maria Scapardone, nata in Piemonte nel
1500 dal ricco mercante Giacomo e dalla nobildonna Margherita
degli Inviziati, quando all'et di 14 anni venne concessa in
sposa al nobile Ermes Visconti di Somma: matrimonio organizzato
secondo le consuetudini del tempo e progettato per unire
ricchezze e casate nobiliari; l'ombra lunga delle lotte tra fazioni,
avvelenamenti e sortilegi lanciati da oscure fattucchiere, doveva
segnare quell'unione. A distanza di pochi anni dalla celebrazione
delle nozze, Ermes veniva giustiziato l'11 maggio 1521, portato
sul patibolo con la pesante accusa di congiura lasciando una
giovane e ricca vedova nel pieno della sua bellezza. Colta, raffinata, amante delle arti, Bianca Maria venne corteggiata da numerosi pretendenti tra i quali spiccava la figura di Ren de Challant, quinto conte di Challant ed esponente insigne della nobilt valdostana. Le loro nozze vennero celebrate tra i castelli di
Verrs e Issogne, le due residenze-fortezze della casata della Valle
d'Aosta. Matrimonio di convenienza e non d'amore, a giudicare
dalle continue assenze del signore di Challant e dalle ripetute
fughe passionali consumate dalla giovane Bianca propensa a
concedere la propria bellezza a numerosi amanti. Fossero uno o
pi i frequentatori dell'alcova della giovane, la voce del talento
libertino e lussurioso della castellana non tard a circondarne la
figura, facendo aleggiare intorno a lei lo spettro di numerosi
omicidi compiuti con la complicit delle guardie del castello e ai
danni di sprovveduti giovani. Crimini mai provati, cos come
non vennero trovati i corpi degli assassinati che la voce popolare
voleva gettati nei pozzi presenti nel maniero. La sua bellezza era
motivo di invidia, lo stesso sentimento che animava le malelingue
delle dame e delle cortigiane, sue dirette concorrenti. La
fuga di Bianca Maria dalla prigione dorata di Verrs fino a Milano,
citt da poco entrata nella sfera di potere degli Sforza, doveva
concludersi nella maniera pi tragica. Consumando una vendetta
che pareva maturata oramai da tempo, venne accusata
d'aver commissionato e architettato l'assassinio di Ardizzino
Valperga, conte di Masino, amante respinto che l'aveva ripetutamente
apostrofata in pubblico dandogli de la sfacciata per la
testa e de la bagascia e de la villana. A Milano Bianca aveva
conosciuto un giovane spagnolo, Pedro Cardona che, innamorato
della donna, avrebbe vendicato - secondo le cronache del
tempo - l'affronto subito dalla giovane. Una notte di novembre
del 1526 tese un agguato mortale con 25 uomini al conte Ardizzino
e a suo fratello Carlo. Le indagini condotte da Carlo di Borbone
furono frettolose e approssimative, decretando la responsabilit
di Bianca Maria di Challant, quale mandante degli omicidi. Complici dell'incriminazione della ragazza furono, in maniera atroce e inconsapevole, le due dame di compagnia della giovane contessa che, sottoposte a tortura, rilasciarono la  confessione che incriminava definitivamente la loro padrona. Nonostante il suo rango e la posizione sociale ricoperta, Bianca Maria venne condotta al patibolo nel rivellino(14) del castello Sforzesco di Milano e fu decapitata la mattina del 20 ottobre 1526.
Come macabro monito la sua testa venne esposta sull'altare maggiore della chiesa di San Francesco e l rimase per alcune
settimane a terrorizzare, nel suo disfacimento, le fedeli che assistevano alle messe. Scrisse Matteo Bandello:(15) .. .e chi bramasse di veder il volto suo ritratto dal vivo, vada ne la chiesa del  Monistero Maggiore, e l dentro la vedr dipinta, quasi complimentandosi per la fine della donna avvenente e dotata di grandi ricchezze.
Misogino e pi propenso a servire i potenti di turno, frate pettegolo e compiacente verso i governanti, Bandello aveva avuto facile gioco nell'alterare i fatti e gettare su Bianca Maria di Challant giudizi non lusinghieri e pervasi di rancore:  lui a  raccontare nella prima parte della Novella quarta la vicenda della dama di Challant, con epiteti poco degni di un uomo di chiesa. All'esecuzione della donna assiste, tra la folla, Bernardino Luini: il pittore prender spunto da quel momento cruento per averla come modello nella realizzazione dell'affresco della decapitazione
di santa Caterina d'Alessandria, nella cappella Besozzi di San
Maurizio al Monastero Maggiore di Milano. Il volto teso e fiero,
circondato da lunghi capelli sciolti, rese giustizia immediata alla
donna, vittima delle malelingue e delle brame di potere. Gira
ancora tra le stanze del castello di Verrs incurante delle numerose
trasformazioni avvenute nei secoli: ha mantenuto in pieno
il proprio fascino e la bellezza della giovent tanto da potersi
permettere, ogni qualvolta ne abbia l'occasione, di strappare un
bacio fugace a qualche visitatore particolarmente sensibile e
propenso ad avvertire le presenze dell'aldil. Il fantasma di Bianca
Maria di Challant ritorna saltuariamente nei luoghi che la
videro protagonista di storie e racconti antichi: appare tra le
stanze impegnata, a volte, a ricercare l'anima infelice di Matteo
Bandello. Volle il caso che il luogo del suo ultimo riposo, il convento domenicano di Port-Sainte-Marie, venisse saccheggiato e distrutto nel 1562 a un anno dalla sua morte. Il suo corpo, non
del tutto indecomposto, venne spogliato dei gioielli e gettato nei
fossati adibiti a discarica. Quasi una vendetta consumata, a distanza
di anni, dalla giovane Bianca Maria. Si ritrovarono con
Elisabetta Sirani per raccontar di corti e di amori, di dipinti e di
un ritratto che pare ancora rievocare la tragica esecuzione di una innocente.
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Note.
14. Nell'arte militare antica e medievale, il rivellino  l'elemento della fortificazione staccato dalla cinta muraria, generalmente pi basso di questa ed eretto davanti a una porta, per difenderla dal fuoco e dai proiettili lanciati dal nemico e per fornire inoltre,
lateralmente, un ottimo tiro fancheggiante con possibilit di spazzare il fossato che domina, facilitando le sortite degli assediati.

15. Matteo Bandello (Castelnuovo Scrivia, 1485-Bazens, 1561)  stato un vescovo cattolico e scrittore italiano del Cinquecento. Da alcuni studiosi   considerato uno tra i pi importanti novellieri del Rinascimento.
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IL FALEGNAME INVISIBILE.
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 una magica follia immaginare un albero in volo.
Eppure le loro foglie sono ali che si librano nel vento.
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Marie Perrin Caud amava particolarmente quel suo compagno
di giochi, sempre cos restio a manifestarsi ai genitori
e, pi genericamente, agli adulti: da quando era nata, a Morgex
nella Valdigne ai piedi del Monte Bianco, non era passato
giorno durante il quale quella presenza diafana, quasi trasparente,
non le avesse fatto visita per dedicarle del tempo. I
genitori della piccola inizialmente non avevano dato peso al
comportamento della bambina che, gi nella culla, seguiva
con gli occhi le mosse del personaggio inondandolo di sorrisi
e vagiti di compiacimento. Alle parole di quel visitatore corrispondevano occhiate vivaci e felici, sempre attente nell'individuare - tra le pareti della stanza da letto - un fruscio, dei passi, un profumo che ne denotasse la presenza. Era un profumo particolare quello che tempo dopo, quando ancora non
aveva compiuto i sei anni, Marie cap trattarsi di un misto tra
il legno dei boschi e l'odore tipico delle botteghe dei falegnami:
essenze arboree ancora vitali oppure pronte per essere
trasformate in qualcosa di nuovo, di utile, di uso quotidiano,
o scolpite in elementi decorativi. La sua casa era permeata
da quelle fragranze, cos come l'aroma che fuoriusciva dal laboratorio dell'anziano ebanista situato in fondo alla via, alla
fine della Ruelle St. Roch dalla quale si intravedevano tutti gli
scorci pi affascinanti di Morgex. I loro discorsi e le chiacchiere
erano iniziati ben presto, forse ancor prima che Marie
imparasse a parlare: comunicavano spesso in quel modo speciale
che metteva a contatto le menti, definendo concetti e
sensazioni, stati d'animo ed emozioni. Pi tardi erano iniziati
i dialoghi ad alta voce, quelli che effettivamente insospettirono
i genitori, cos preoccupati e colpiti da ci che ritenevano
una delle stranezze della bambina. Lei, per contro, aveva
imparato a nascondere l'esistenza del misterioso visitatore,
conscia del fatto che solo a lei era riservata la visione di quel
ragazzo, dall'et indefinita e dal sorriso cos accattivante. Marie
aveva capito che in quel rapporto lei era una prescelta,
persona speciale, in grado di vedere ci che gli altri non potevano
scorgere e di avere la capacit di sentire e percepire
oltre la soglia dell'umana condizione. Andando in avanti con
gli anni si era resa conto che quelle facolt nascoste si rafforzavano, parallelamente al potere di comprendere qualcosa
di unico che riguardava delle esistenze da lei gi vissute: il
condottiero dei suoi pensieri era colui che inconsciamente
aveva chiamato con il nomignolo di Chevalier, percependo
che dietro quella lettera e quell'appellativo si nascondesse un
significato particolare. Cos come era non comune l'attrazione
che esercitava su di lei la bottega del falegname situata in
fondo alla via. Da tempo oramai era abbandonata, almeno
da quando l'anziano artigiano era passato a miglior vita lasciando
casa e magazzino alla merc del tempo: era morto in
silenzio, come silenziosa era stata la sua vita, fatta di lunghe
ore di lavoro e di mutismi visto che la natura lo aveva privato
di voce e di udito. Nessun erede aveva reclamato quelle
propriet sulle quali la voce degli abitanti aveva iniziato a ricamare vicende oscure, legate ad anime irrequiete, a spiriti e fantasmi, a personaggi defunti intrappolati nella piccola falegnameria.
Timori, sospetti e superstizione tenevano lontani
i curiosi da quelle mura antiche, tra le quali era incassata
la piccola porta della bottega: una minuscola croce in legno,
oramai erosa dal tempo, era l'unico segno ornamentale che
abbelliva le assi scure e sconnesse. Marie era forse una delle
poche a non temere quel luogo, fissato nei ricordi d'infanzia
con l'immagine delle mani nodose dell'artigiano: una visione
nitida e per nulla paurosa, in grado di darle serenit e pacatezza
nel cuore. A lei poco importava delle chiacchiere di
paese, le voci che volevano l'anziano falegname depositario
di un segreto antico e malvagio, un suggello nero che lo aveva
privato di voce e di udito quando era ancora bambino.
Nessuno aveva voglia di approfondire quale mistero si nascondesse
dietro la vita ritirata dell'artigiano, del quale non si
conoscevano neppure le origini. Era arrivato ragazzo sul finire
del 1920, andando a bottega dal mastro di legno, diventato
suo genitore adottivo e datore di lavoro. Laura enigmatica
che lo attorniava lo segu per tutta la vita, conclusa tra pialle
e morse, tra colle e segatura.
La luce fioca che a malapena rischiarava la strada, in una
fredda serata di febbraio del 1958, faceva da guida ai passi di
Marie: la voce di Chevalier, del suo oramai spirito guida, l'aveva
sospinta verso l'antica bottega. Senza porsi domande la
giovane si era ritrovata davanti alla porticina che, in giovent,
incorniciava nella penombra l'andirivieni di maitre Pierre, il
falegname dagli occhi indagatori e profondi. Dovette fare forza
sul legno per aprirsi un varco, accolta dall'odore di umido
e di chiuso, misto ai profumi tipici di quel laboratorio. Alle
sue spalle sentiva la presenza rassicurante e familiare dello
spirito mentre, con il fascio di luce di una torcia, illuminava
il mondo disordinato della bottega. Procedendo con cautela
verso il fondo del locale si ritrov a tastare il muro, attirata da
un'energia che l'aveva calamitata con forza. Con le mani tocc
alcune sporgenze tra i mattoni che, al tatto, si rivelarono di
altra natura. L'abilit del vecchio proprietario aveva celato con
una falsa porta l'ingresso di una cantina, un locale sotterraneo.
Marie cont mentalmente i sette scalini in pietra che conducevano
verso il piano pi basso, ricavato da quella che poteva
essere in antichit una grande cisterna. La sua luce illumin il
soffitto, facendo brillare le decorazioni che punteggiavano la
volta colorata d'azzurro: sembravano stelle d'argento che illuminavano un emisfero celeste ricreato da mani sapienti. Intorno
alle pareti erano posizionati i dodici simboli dello Zodiaco,
finemente dipinti in oro cos come scolpite nel legno vide tre
statue. Alla sua destra una dea guerriera sul cui basamento era
inciso il nome di Minerva, seguita da Ercole e dalla custode
del Settentrione Venere. Nel punto pi lontano da quello che
era contrassegnato come l'ingresso a un mondo nascosto Marie
vide un basamento in pietra su cui erano adagiati alcuni
oggetti. La voce di Chevalier la incit ad andare avanti nell'esplorazione.
La ragazza sentiva di trovarsi fuori dal tempo, in un luogo ammantato di una sacralit a lei sconosciuta: con riverenza spost il libro appoggiato sul marmo, prendendo tra le mani un plico su cui - con una grafia delicata - erano scritti un nome e una data.
Lesse ad alta voce, scandendo le sillabe...
Johanneta Cauda. 1428.
Improvvisamente tre candele si accesero, rischiarando il viso
di una donna, apparsa dal nulla in quel luogo. Con gli occhi
scrut Marie, quasi a voler indagare sulla ragazza che aveva
pronunciato il suo nome, un nome lontano e perduto. Con una
voce prima flebile e poi pi decisa ci che era apparso raccont.
Era una strega, una di quelle streghe malvagie capaci di uccidere
e divorare gli umani: ci era quello che gli uomini pensavano
di lei, confondendo la sua capacit di guarire con le erbe
come il frutto di un dono del demonio. Scellerata e cos bella
da suscitare i desideri, respinti, di alcuni potenti del luogo. Invidiata e screditata, accusata di omicidi e sortilegi, era stata rinchiusa nel castello di Cly. Un luogo tetro e malsano dove
per settantuno giorni era stata interrogata, picchiata, torturata
per ottenere una confessione orribile; la piena ammissione
delle sue colpe. In silenzio l'avevano condotta fino a Chambave
dove il giorno di san Lorenzo, l'11 agosto del 1428, era stata
bruciata viva. Le sue ultime lacrime le rivolse alla figlia, rimasta
sola in vita. Strega senza marito. La sua innocenza era finita
tra le ceneri, le stesse che una mano pietosa avevano raccolto e
nascosto in una cassetta di legno. Nottetempo, temendo l'accusa
di stregoneria, l'autrice di quel pietoso gesto era fuggita dal
villaggio, seguendo il percorso della Dora Baltea. Per generazioni
quel cofanetto era stato nascosto, rinchiuso in un luogo
protetto, in attesa di una discendente che liberasse la presunta
strega dall'infausta accusa.
Marie Perrin Caud era l'ultima discendente di quel ramo
antico di guaritrici, diretta erede di sangue della donna ammazzata
sul rogo e detentrice delle parole antiche del Secrt(16).
Le mani pietose che avevano raccolto le ceneri della guaritrice
erano quelle della sua giovanissima figlia, la bambina scappata
dal paese e da quelle genti che avevano ucciso sua madre.
Di prima mattina le mani premurose di Marie aprirono, davanti
alle acque del vicino lago di Arpy, la cassetta contenente
le ceneri di Johanneta Cauda: a distanza di 530 anni veniva
liberato dall'antica condanna lo spirito di quella donna ingiustamente accusata e giustiziata.
Elisabetta Sirani osserv con dolcezza le mani della giovane
Marie aprire quell'involucro antico rimanendo in silenzio
per ascoltare la litania magica del Secrt valdostano, l'antica
formula che accompagn i passi delicati di Johanneta Cauda
sulle acque del lago. Osserv ancora per un attimo la ragazza
e il suo spirito guida, quel Chevalier erede antico di maestri
artigiani. Non a caso era stato scelto per fare da tramite spirituale
e ricongiungere stirpi di sangue; a lui era toccato il compito
di guidare Marie con l'impegno di seguirla per tutta la
vita terrena. Lei avrebbe percorso, materialmente, altri luoghi
sacri, scalando i gradini di templi ornati dai dodici segni dello
Zodiaco, ripensando all'antico sotterraneo di Morgex e al pavimento
decorato con tessere bianche e nere.
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Note.
16. Il Secrt, nelle aree della Valle D'Aosta, era ed  conosciuto come preghiera e scongiuro contro le malattie, potente rimedio la cui formula e testo venivano trasmessi oralmente in via nascosta ed erano riservati a pochissime donne.
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IN LOMBARDIA SULLE TRACCE DI DIPINTI E PITTORI.
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UN FANTASMA CON ERMELLINO.
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Palazzo Carmagnola, nell'antico Sestiere di Porta Comasina
a Milano, potrebbe passare per uno dei tanti palazzi imponenti
della citt lombarda, edificio forse pi noto per essere sede del
Piccolo Teatro, fondato il 14 maggio 1947 da Giorgio Strehler,
Paolo Grassi e Nina Vinchi. Un luogo d'arte sul quale il passato
ha sedimentato vicende e storie di donne e uomini; centro di
intrighi fin dalla sua edificazione, avvenuta nei primi anni del
Quattrocento per volere della potente famiglia dei Visconti,
venne donato nel 1415 a Francesco Bussone conte di Carmagnola
da Filippo Maria Visconti in riconoscimento del valore
militare del condottiero. Personaggi illustri, a volte enigmatici
e misteriosi, hanno attraversato i saloni e le stanze del palazzo,
giunto nel 1465 nelle mani di Ludovico Maria Sforza, Ludovico
il Moro:(17) uomo d'arme e di cultura, il signore di Milano nutr
una passione intensa per una giovane milanese di ventanni pi giovane.
Era stata l'identica passione per l'arte, per i dipinti, per la cultura a richiamare Elisabetta Sirani a Milano: il suo viaggio di ricerca iniziato nella Bologna del Seicento la stava conducendo
in luoghi lontani per metterla in contatto con personaggi a lei
legati da affinit profonde. La vide affacciata a una delle finestre
principali del piano nobile del palazzo, incurante dei rumori cittadini e del continuo viavai di gente. Loro due erano fantasmi di epoche passate, capaci di celarsi e confondersi tra le pieghe di
una metropoli in movimento. Le sale sembravano, a dispetto dei
tempi attuali, risuonare delle voci e dei brusii di un antico fasto,
di un luogo deputato all'arte e alla conoscenza. Cos la incontr.
Cecilia Gallerani era un fantasma gioioso e giocoso, che conservava
nella sua condizione di spirito ci che era stata in vita. Si divertiva spesso ad affacciarsi, nottetempo, alle finestre di quel palazzo che le era stato donato dal suo amante, cos come provava
gusto a percorrerne rumorosamente i corridoi e i sotterranei destando
sconcerto tra qualche custode particolarmente sensibile
alle voci dell'aldil. Il suo viso, cos delicato e candido, era incorniciato da capelli acconciati alla moda rinascimentale con quel vezzo e quel portamento che l'avevano contraddistinta durante la sua esistenza. Da amante dei salotti e del gusto raffinato, Cecilia fece accomodare, come una cara amica, la pittrice bolognese per narrarle di intrighi antichi, di pittori, inventori e di menti eccelse incontrate in vita. Lei era nata a Milano nel 1473, lo stesso
anno in cui vedeva la luce in Polonia Niccol Copernico(18),
l'astronomo e matematico che avrebbe impegnato la propria vita
per dimostrare definitivamente l'evidenza del sistema eliocentrico.
Anno delle menti eccelse, era destinato a influenzare profondamente
l'animo di Cecilia. Lei, ottava figlia di Fazio Gallerani
e Margherita Busti(19), era nata in una famiglia dalle radici senesi
e ghibelline, giunta a Milano per fuggire ai contrasti con i guelfi
della citt. La sua educazione alle lettere, alle lingue e al canto
venne seguita direttamente dalla madre subito dopo la morte
del padre, il 4 dicembre 1480. Cecilia  brillante e vivace, capace
di apprendere con facilit: ha appena compiuto dieci anni quando
viene promessa in moglie a Giovanni Stefano Visconti, pi
anziano di lei di 24 anni. Matrimonio a lungo ritardato e mai celebrato, tanto che Cecilia sar libera di frequentare la corte sforzesca per affinare le sue doti intellettuali. Qui Ludovico Maria
Sforza alterna i propri interessi tra le armi e la cultura, chiamando
a Milano le menti eccelse europee. Tra le sale della residenza
sforzesca la sua bellezza non passa inosservata, tanto da attirare
le attenzioni del Moro: lui diventer suo amante, assegnandole
poi nel 1497 il palazzo Carmagnola. La citt rinascimentale 
nel pieno fervore ed  il luogo nel quale, chiamato da Ludovico,
arriva il Bramante sul finire del 1478. A portare ulteriore lustro
alla citt sar l'ingegno di Leonardo da Vinci, giunto in citt nel
1482.  in quell'anno che Cecilia Gallerani incontra per la prima
volta il genio toscano, che in lei nota tutta la singolarit e la
bellezza. Qualche anno dopo Leonardo e Cecilia si ritroveranno
numerose volte a stretto contatto in occasione della realizzazione
del ritratto della ragazza, tavola chiamata poi Dama con
l'ermellino, dipinto tra il 1488 e il 1490. Una tale leggiadria, la
raffinatezza nei tratti del viso e la fine intelligenza non potevano
passare inosservate agli occhi del pittore che, con i suoi 38 anni,
era nel pieno del vigore e delle passioni. Tra i due si cementa un
rapporto di complicit e di intensa amicizia che desta qualche
malumore nell'animo dell'amante ufficiale di Cecilia. Ludovico
 sposato con Beatrice d'Este, donna altrettanto colta e raffinata,
particolarmente gelosa del rapporto che il marito ha instaurato
con Cecilia Gallerani: l'improvvisa gravidanza della giovane
milanese, della modella di Leonardo, crea non pochi scompigli
a palazzo costringendo il Moro ad allontanarla da palazzo e a
concederle la residenza di palazzo Carmagnola. Dalla relazione
nascer il 3 maggio del 1491 Cesare, riconosciuto dal padre e
destinato alla vita monastica: il giovane avr vita breve seppure
agiata. Colpito da un male oscuro morir a 23 anni, il 4 gennaio
del 1514. All'indomani della nascita di Cesare Sforza Ludovico il
Moro organizza il matrimonio di Cecilia con il nobile Ludovico
Carminati di Brembilla, feudatario di San Giovanni in Croce. 
un'unione quasi di facciata, che consente a Cecilia di organizzare
a palazzo Carmagnola incontri tra letterati e artisti, divenendo
ben presto il punto di riferimento culturale del ducato.
Saranno questi contatti e il rapporto particolare con Leonardo
a condizionare la vita della giovane, legata indissolubilmente a
una Milano rinascimentale, culla di idee innovative e fucina di
artisti. Avr anche la gioia di assistere alla realizzazione dell'Ultima Cena leonardesca, commissionata da Ludovico il Moro,
nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria
delle Grazie, appena terminato dal Bramante.
Cecilia Gallerani and via da questa terra conscia del suo
ruolo svolto nel promuovere l'arte e la cultura: nonostante
avesse trovato sepoltura nella cappella della famiglia Carminati,
all'interno dell'antica Chiesa di San Zavedro, a San Giovanni
in Croce, rest legata al suo palazzo milanese e al quadro leonardesco che la ritrae con l'animale simbolo dell'esplorazione
e della conoscenza.
Occhi particolarmente sensibili avrebbero visto i due spiriti
di Elisabetta e Cecilia, le due donne vissute in epoche cos
differenti, impegnati nei racconti delle loro esperienze: accomunate
dall'arte e dalla pittura, condividono ancora il gusto
per la scoperta e il viaggio nel tempo. Risero di gusto le due
anime descrivendo lo sgomento e il sospetto di certi visitatori
del Museo Czartoryski di Cracovia, che nel transitare per le
antiche sale vengono ancora accolti da uno sguardo sensuale e
ammaliante. Qui infatti  esposto, dopo un lungo viaggiare tra
proprietari diversi, il ritratto della giovane Cecilia eseguito da
Leonardo. Nelle sale dell'istituzione, nata nel 1796 per volere
della principessa e mecenate Izabela Fleming, il viso angelico
della Dama con l'ermellino si anima e sorride agli amanti
dell'arte. Dedica una smorfia ai turisti frettolosi, quasi uno
sberleffo per chi non le rivolge un doveroso saluto. Cos come
Cecilia non manca di affacciarsi, a suo piacimento e scegliendo
le sere pi romantiche, dalla finestra del palazzo che fu del
conte di Carmagnola. Spinge il proprio estro e la creativit di
fantasma a burlarsi degli scettici e dei malpensanti cos come -
in ricordo di una giovent spensierata - non esita a destinare
un veloce pizzicotto alle rotondit posteriori di qualche fugace visitatrice.
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Note.
17. Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Milano, 27 luglio o 3 agosto 1452-Loches, 27 maggio 1508)  stato duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480 al 1494 affiancando il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza e infine duca egli stesso dal 1494 al 1499, essendo al contempo duca di Genova. Durante il suo governo Milano conobbe il pieno Rinascimento e la sua corte divenne una delle pi splendide d'Europa. Patrono di Leonardo da Vinci e di altri artisti di rilievo della sua epoca,  commission a Leonardo l'Ultima Cena.

18. Niccol Copernico nacque a Torun, nella Prussia reale, il 19 febbraio del 1473.

19. Cecilia aveva una sorella, Zaneta, e sei fratelli: Sigerio, Ludovico, Giovanni Stefano, Federico, Giovanni Francesco e Giovanni Galeazzo.
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PASSANDO PER MILANO VERSO BORGHI LONTANI.
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 una citt diversa e silenziosa quella che si incontra a pochi
passi da via Torino, in un angusto e stretto budello che si snoda
nel centro di Milano tra via Nerino e via Santa Marta: la stradina
Bagner  lunga 155 passi, talmente stretta che ogni battere di
tacchi e ogni sussurro sembrano risuonare come rumori lontani,
coro di voci soffuse che arrivano dal passato. Parole antiche
che riportano alla memoria fatti e drammi che hanno avuto
come teatro Stretta Bagner, come ancora conosciuta, con il suo
lastricato ottocentesco e i palazzi che si guardano cos da vicino.
Giunge ancora il tonfo sordo del piccone sul battuto di terra di
uno scantinato, luogo nascosto e quasi evitato, dove era stato
occultato il cadavere smembrato di Ester Maria Perrocchio, la
quarta e ultima vittima di un insospettabile capomastro milanese,
killer seriale e abile truffatore. Antonio Boggia era nato
nel 1799 sulle rive del lago di Como, nel piccolo paese di Urio:
muratore e carpentiere, si era trasferito in giovent a Milano:
insieme alla moglie Daria e ai due giovani figli, Boggia
conduceva una vita apparentemente lineare e irreprensibile. I suoi
vicini, gli stessi inquilini del numero civico 8 di via Bagner -
dove la moglie faceva la portinaia - lo descrissero come persona
mite e frequentatore abituale delle funzioni domenicali nella
vicina parrocchia di San Cristoforo al Naviglio. Un lavoratore
instancabile, capace di tramutare la sua apparente tranquillit
in una furia omicida. Quattro vittime, uccise nello scantinato
di via Bagner utilizzato dal muratore come deposito: quattro
innocenti finiti nelle mani di un abile truffatore capace di falsificare documenti e atti notarili, con il fine ultimo di entrare in possesso di denaro e beni degli uccisi. Il suo operato sarebbe
passato inosservato se il figlio dell'ultima delle sue vittime non si fosse insospettito leggendo le carte con le quali la madre nominava Antonio Boggia gestore del vicino stabile di via Nerino:
firme fasulle, come gli atti depositati da compiacenti impiegati
di studi notarili, avevano aperto una falla nella doppia vita del
muratore. L'allora giudice Crivelli, incaricato delle indagini, scopr un castello di menzogne architettato dal Boggia: i sospetti si concentrarono sul muratore grazie anche alle lamentele degli
inquilini del palazzo di via Bagner, visto che un continuo rumore
di scavi e l'eccessiva circospezione con la quale l'uomo si
muoveva avevano creato non pochi malumori. Certo Boggia era
personaggio gi noto alle forze dell'ordine: il 2 aprile del 1851
aveva attirato nella sua cantina un conoscente, Giovanni Comi,
nel tentativo di ucciderlo. La reazione dell'uomo, colpito di striscio dal fendente di un'ascia, era stata immediata; dopo aver sporto denuncia alle autorit l'aggressore era stato rinchiuso per
qualche tempo nell'ospedale psichiatrico della Senavra. Al suo
attivo - come si scoprir nelle indagini successive - aveva gi
tre omicidi con il relativo occultamento dei cadaveri. Era morto,
colpito dalla mannaia di Boggia, Angelo Serafino Ribbone, fatto
a pezzi e sepolto nell'aprile del 1849; il 15 gennaio dell'anno successivo era toccato a Giuseppe Marchesotti e nell'aprile del 1859 a Pietro Meazza. L'11 maggio del 1859 Antonio Boggia aveva
attirato in una trappola mortale l'anziana Ester Maria Perrocchio,
sua vecchia conoscente e proprietaria dello stabile nel quale
la moglie dell'assassino lavorava: ebbe non poche difficolt nel
trasportare, senza destare sospetti, il cadavere della sua ultima
vittima fino alla nicchia del magazzino, anfratto nel quale venne
murata. Quando, dopo le indagini nate dalla denuncia del figlio
dell'assassinata, venne scoperto il luogo degli orrori, per Boggia
non valsero le difese del suo avvocato che, nell'intento di evitargli
la pena capitale, invoc la pazzia del proprio cliente. Il gioco
sottile della sorte volle che la condanna a morte di Boggia avvenisse
durante il mese di aprile, il periodo pi funesto per i suoi
omicidi. Nella citt lombarda mancavano i boia, esecutori di
morte che vennero chiamati da Torino e Parma: condotto verso
il patibolo il 6 aprile 1862 - insultato da una folla inferocita - l'omicida seriale venne impiccato nello slargo tra Porta Ludovica e Porta Vigentina alla presenza dei giurati e dei giudici del tribunale
che lo avevano giudicato colpevole. Sembrava cos chiudersi
un capitolo nero, con l'ultima esecuzione capitale: la testa del
Boggia venne spiccata dal corpo a fini scientifici. Si occup di
lui anche Cesare Lombroso, inserendo la sua fisiognomica nella
categoria dei criminali. La sua mannaia, repertata negli atti processuali,  ancora in vendita come oggetto da collezione. Elisabetta Sirani ebbe un fremito di disgusto nel vedere l'ombra nera
di quell'assassino aggirarsi nel budello di Stretta Bagner. Vide
le ombre delle sue vittime, osserv lo sguardo incredulo dell'anziana
Ester Maria Perrocchio. Gli spiriti erranti hanno grandi
sentimenti... capaci di dipingere con una lacrima il viso etereo
di una donna. Lasci quella strada funesta, dove altre storie riusciranno a cancellare il malvagio.
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CHE SIAN INQUISITE, TORTURATE ED INFIN BRUCIATE.
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Nella memoria di Elisabetta Sirani risuonava un nome oscuro
che sembrava accompagnato dal terrore e dalla paura: fra
Francesco Maria Guaccio era preceduto dalla fama che lo circondava
e altrettanto temuto per l'accanimento con il quale
cercava di stanare streghe, eretici, maghi, alchimisti e fattucchiere.
Era l'uomo di fiducia del cardinale Federico Borromeo(20),
nominato appena trentenne alla guida spirituale della
diocesi milanese, il 24 aprile 1595. Frate dell'ordine di San
Barnaba e poi di Sant'Ambrogio ad Nemus, fra' Guaccio era
quasi coetaneo del prelato milanese, suo protetto e stimato per
le dure prese di posizione nei confronti di tutte le categorie
umane che non sottostavano ai dettami della Chiesa di Roma.
Fu il periodo dei papati pi brevi della storia, da Urbano settimo -
in carica per dodici giorni - a Gregorio 14esimo, sul trono di Pietro
per dodici mesi, fino ai due mesi di pontificato di Innocenzo
nono. Quando divenne papa Clemente ottavo, nel 1592, la strada
cardinalizia di Federico Borromeo era gi spianata, cos come
l'opera del Guaccio. Nominato esorcista e assistente personale
del Borromeo, fin di scrivere nel 1605 il suo Compendium
Maleficarum, manuale a uso degli inquisitori, con precise regole
e canoni da seguire nell'individuare il maligno ovunque
si celasse. La sua forte avversione per le donne emergeva in
ogni rigo, tra le frasi che imputavano al sesso femminile ogni
nefandezza e la descrizione dei rapporti carnali che queste avevano
con il diavolo in persona. Manuale di ogni nefandezza e
catalogo dell'umana atrocit, il Compendium seguiva a distanza
di 118 anni la pubblicazione dell'altrettanto terribile trattato
tedesco, quel Malleus Maleficarum(21), il martello delle streghe
redatto nel 1487 dal frate domenicano Heinrich Kramer con la
collaborazione del confratello Jacob Sprenger.
Elisabetta prov un moto di rabbia e di repulsione fluttuando,
invisibile ai pi, davanti alla chiesa di Santa Maria delle
Grazie. Ammirandone la struttura e la bellezza, andando con
la mente al genio leonardesco impegnato a dipingere l'Ultima
Cena, nel refettorio del convento adiacente al santuario, non
pot fare a meno di pensare a quel luogo come simbolo del
potere della Santa Inquisizione. Nella maestosit della chiesa
aveva infatti iniziato a operare a partire dal 1539 la macchina
repressiva retta dai domenicani. La sede originaria, quella di
sant'Eustorgio, si era rivelata troppo angusta per gli scopi degli
inquisitori: cos si era deciso di trasferire carceri, tribunale
e archivi nella basilica voluta dal duca di Milano Ludovico il
Moro per celebrare i fasti della propria famiglia.
Erano cos vicine e terrificanti le urla delle vittime dell'Inquisizione, cos sadiche e spietate le tecniche adottate per gli interrogatori, talmente carichi di sangue e di lacrime i tavolati
in legno dove si oltraggiavano le vittime di quell'abominio studiato
da menti depravate e sadiche. Meticolosamente descrittivi
di ogni tortura inflitta, di ogni confessione estorta con il ferro
arroventato, erano i registri inquisitoriali, tanto da spingere
una mano ignota ad appiccare un incendio a quell'archivio
aberrante e scellerato. La notte del 1788 le fiamme divoravano
gran parte del materiale documentario dell'Inquisizione, nel
tentativo di cancellare gli orrori dei quali si erano macchiati
gli abiti dei reggenti del Tribunale. Cos come i corpi delle
innocenti, erano finiti in cenere anche gli atti con i nomi di
vittime e carnefici; non si era potuta cancellare la memoria, n
il dramma. Era l'orrore vissuto da Caterina Medici da Broni, il
cui spirito aleggiava ancora intorno al tribunale inquisitoriale,
in cerca del suo carnefice e dei suoi torturatori. Lei  nata nella
provincia pavese nel 1573 dove, ad appena tredici anni, viene
data in moglie a un losco e controverso figuro originario di
Piacenza; Bernardino Zagalia  un violento incline al malaffare
ed  lui che costringe la giovanissima moglie a praticare
il meretricio nella citt di Pavia. Quella di Caterina  una giovent
vissuta nel dramma e nell'umiliazione, un marchio che
la perseguiter per il resto della vita: nel 1592, diciannovenne,
fugge dalla citt dove il suo corpo era stato messo in vendita,
scappa in seguito alla morte misteriosa del marito e si ritrova
a girovagare tra la Lombardia e il Piemonte. Nel Monferrato
lavora al servizio di diversi signori del luogo e si ferma a Occimiano presso il capitano Giovanni Pietro Squarciafico. Diviene la sua concubina e mette al mondo due bambine di cui
perder le tracce, perdute nel corso del suo continuo fuggire.
Quando finalmente arriva a Milano, nel 1612, Caterina pensa
di aver trovato finalmente un luogo di serenit al servizio del
capitano Vacallo. Lui  superstizioso e troppo legato al potere
ecclesiastico, tanto da ritenersi vittima di un maleficio d'amore
operato dalla stessa Caterina Medici e da una giovane
inserviente, Caterinetta da Varese. I mesi successivi segnano
l'inizio del calvario della donna, allontanata prima dal Vacallo
e incolpata poi dei continui malori del suo nuovo datore di
lavoro, il senatore Luigi Melzi. L'accusa che le viene mossa 
pesante, avvalorata dal parere di Lodovico Settala e Giovanni
Battista Selvatico, i due medici che si erano rivelati incapaci di
curare il Melzi. Fattucchiera, strega e maga, donna del demonio
e avvelenatrice. Capi d'imputazione pesantissimi formulati
dall'inquisitore Giovanni Maria Fiorini(22), il domenicano
che segue in prima persona i suoi interrogatori e le torture alle
quali Caterina viene sottoposta. Il verdetto di colpevolezza 
scontato: le sevizie e i tormenti causati dai carnefici piegano la
sua volont facendole ammettere ogni colpa. Verr condotta
verso il luogo del supplizio sopra un carro: durante il percorso
verso piazza Vetra dovr subire ulteriore violenza. Lei morir
da innocente la mattina del 4 marzo 1617: forse in un atto di
ultima piet il boia venne autorizzato a strangolarla prima di
gettare il suo corpo tra le fiamme. Lo annoteranno nel Registro
de' giustiziati nella nobilissima scuola di S. Gio. Decolato,
con queste scarne parole: 1617. A d 4 marzo. Giust.a fatta su
la Vetra; fa abbruggiata una Cattarina de' Medici p. Strega, la
quale aveva malefiziato il Senatore Melzi; et fu fatto una Baltresca(23) sopra la Casotta; fu str[an]golata su la detta Baltresca allatto, che og'uno poteva vedere, e prima fu menata sopra un
Carro, et tenagliata. Sotto l'Off.o del Sig.r Capito di Giusta;
questa fu la prima volta che si facesse la Baltresca.
Elisabetta Sirani sent tutto il dolore e la disperazione di quella
donna, sent cadere sulle sue mani le lacrime di Caterina Medici
ormai sconfitta dalle torture e dalle sevizie, vide le sue labbra
serrarsi in un grido soffocato, quando le dita del boia la privarono
di una vita infelice. Come in un quadro, dotato di movimento
prospettico, ne osserv lo spirito bisognoso di attenzioni,
desideroso di essere ricordato, impegnato nel perseguitare l'anima
nera del suo torturatore. La lasci in piazza Vetra, insieme
alle altre sorelle streghe, abbruciate e torturate, i cui nomi
sono stati dimenticati. Mille e pi. Streghe, maghe, stregoni.
Con una sola colpa. Essere differenti e sensibili, avere magari
capacit terapeutiche ma soprattutto non essere parte del gregge
guidato dalle tonache inquisitoriali. Cos come venne bruciata
sul rogo Maiffeda da Pirovano, dinanzi alla chiesa di Sant'Eustorgio,
la cui colpa era stata quella di seguire gli insegnamenti
di Guglielma la Boema: con lei salir sulla catasta di legna una
seguace giovannita, Giacoma dei Bassani, arsa il 9 settembre del
1300. Novantanni dopo, nello stesso luogo verranno abbruciate,
con l'accusa di stregoneria, Sibilla Zanni e Pierina Bugatti. Pi
a nord di Milano, nel 1520, in un unico rogo del 1520 erano
state uccise nove ipotetiche streghe, anche loro dedite alla cura
con le erbe: Elisabetta Oleari, Margherita e Caterina Fornasari,
Antonina del Cilla, Maddalena del Merlo, Majnetta Coder e
Giovanna Vanoni termineranno il loro percorso terreno sul prato
di Monterosso a Venegono, sotto gli occhi compiaciuti degli
uomini di chiesa. L'incendio del 1788, con la distruzione degli
archivi inquisitoriali, canceller molti nomi e molte vicende inquietanti, consumate dentro le mura del tribunale inquisitoriale.
Molte protagoniste di quegli avvenimenti ritorneranno come spiriti a cercare giustizia.
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Note.
20. Federico Borromeo (Milano, 18 agosto 1564-Milano, 21 settembre 1631)  stato un cardinale italiano, arcivescovo di Milano dal 1595.  figura di  spicco ne I Promessi sposi, tratteggiato da Manzoni come esempio fulgido di cristiana rettitudine. Con alcune ombre, legate alle persecuzioni contro eretici e streghe.

21.  sicuramente il pi noto dei tre principali trattati pubblicati sulla stregoneria e l'eresia alla fine del quindicesimo secolo: gli altri due furono il Formicarius di Johannes Nider (1475, composto tra il 1436 e il 1437) e il De lamiis et phitonicis muleribus
(Delle streghe e delle indovine) di Ulrich Molitor (1489). Il Malleus Maleficarum venne redatto dai due domenicani nel momento in cui sia l'eresia che la stregoneria  cominciavano a essere viste come forme esplicite di satanismo.

22. Giovanni Maria Fiorini, nato a Bologna verso il 1570, citato dalle fonti anche come Fiorano o Floreno,  stato un inquisitore domenicano. Si form a Bologna, dove fu lettore di teologia. Nel 1611 consegu il titolo di magister sacrae theologiae. Fu socio del
commissario generale del Sant'Uffizio (1609-1611), Inquisitore di Ancona (1611-1614), Inquisitore di Crema (1614-1616), Inquisitore di Milano (1616-1619). Fu quindi priore del convento di San Domenico in Bologna (1624-1626), provinciale di Lombardia (1626-1628), magister studiorum dello Studio generale domenicano di Bologna (1628-1631).
Mor a Bologna il 16 ottobre 1631.

23. La Baltresca  l'elemento rialzato, realizzato per elevare la catasta di legna utilizzata per il rogo.
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ANTICHI MERLI E VENEFICHE POZIONI.
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L'Oltrep pavese  un territorio ricco e rigoglioso, colmo di
storie antiche e di racconti che narrano di genti e di gesta cavalleresche:
vie tracciate nel passato che conservano i ricordi
dei passi di uomini celebri, di capitani di ventura, di predoni e
di santi. Come le orme lasciate da san Colombano(24), l'ardimentoso
monaco che nella sua missione in Italia si ferm nella piccola
rocca di Zavattarello. Contea dei Signori dal Verme, narrata
nelle cronache scritte fin dal 971, era stata di propriet dei
Vescovi di Bobbio che la infeudarono - dietro il pagamento di
ingenti somme - alla famiglia dei Landi. Con alterne vicende
la rocca, il suo castello e il borgo passarono sotto la giurisdizione
della potente famiglia che leg il proprio nome al territorio
e alle lotte per la supremazia nella regione. Erano le voci di
Pietro dal Verme a risuonare ancora nella rocca, lamenti per
amori perduti e per rancori di famiglie gentilizie, incatenate alla bramosia di potere.
Elisabetta Sirani era consapevole che il suo viaggio, in cerca
del suo ultimo e perduto quadro, l'avrebbe ancora portata lontano
a conoscere luoghi e persone, a incontrare anime vaganti
e fantasmi irrequieti. Lasciata Milano e i suoi abitanti - quelli
che esistevano in un mondo parallelo al vivere degli umani - la
pittrice volse la sua attenzione verso il sud, attratta dal richiamo
dell'Oltrep Pavese: sembrava non vi fosse un motivo particolare
se non le voci vetuste, confuse tra le nebbie, che ancora
parlavano di donne e di amori contrastati, di vendette e di tradimenti.
Lei, capace di percorrere i tempi e gli anni passando
dal passato al presente senza travalicare i confini dell'attuale,
si diresse come guidata da melodie e danze verso Zavattarello.
Il cielo al tramonto settembrino aveva i tratti rosseggianti che
le ricordavano i dipinti di William Turner o di Claude Monet,
sfumati dall'amaranto al cremisi, dall'alizarina al vermiglione
per confondersi con il porpora degli ultimi raggi di sole. L'aria
profumava di erbe e fiori nell'erta salita che la conduceva verso
il castello: il colosso di pietra si ergeva come un antico guardiano
posto a difesa di un borgo delicatamente adagiato sul
crinale della collina. Ogni elemento di quella scena sembrava
armonicamente disposto e distribuito con cura, tutto pareva
in sintonia... e lei estasiata da quel quadro vivente quasi non
si accorse del fantasma che le pass vicino, incurante della sua
presenza. Si avvide di lui sentendo i suoi rimbrotti, pronunciati
con voce pesante e oscura. Era arrabbiato quello spirito,
talmente infuriato che si diresse con foga verso l'ingresso del
castello facendo volare per aria un cartello turistico e lasciando
dietro di s una nuvola di polvere e sassolini. Meretrice
d'angiporto, bozzacchiona per ciurmaglia, venefica progenie
di avvelenatori codardi... dove ti nascondi?, sibilava tra le
labbra quello spirito, inghiottito ormai dalle mura del castello,
incurante della presenza di umani che si dirigevano verso il
salone delle feste del castello. Cos ristrutturato e finemente riportato ad antichi fasti, il maniero di Zavattarello era diventato uno dei poli culturali del territorio, luogo destinato ad accogliere
eventi e manifestazioni, sito storico di grande interesse e
ambiente accogliente per ogni iniziativa. Chi manifestava tanto
sconcerto aveva ragioni giuste per esprimere il proprio dissenso
da folla e visitatori. Pietro dal Verme aveva ben ragione di rimbrottare.
Mero infatuato di una dama bellissima e affascinante, donna di aspetto incantevole e ricca di ingegno. Lei, Cecilia del Maino era di s gradevole sembianza che ogni fiore dinnanzi a lei si inchinava in segno di rispetto e d'amore. Combattei con valore guerresco e meritai grandi onori contro i veneziani, in aiuto del duca di Ferrara. Ma sorte avversa e fato contrario portarono via la mia sposa, la dolce Cecilia, imponendomi di prender in moglie Chiara Sforza, figlia naturale legittimata del duca di Milano Galeazzo Maria e di Lucrezia Landriani.
Elisabetta Sirani guard quello spettro, provando un misto di tristezza e di rammarico al cospetto di quella rabbia e
quell'amarezza per una vita d'amore strappata dalla ventura avversa.
Continu lo spettro di Pietro dal Verme:
Senza che m'accorgessi, quell'infingarda e meretrice delle corti,
spregevole olezzo di tradimenti e sotterfugi, rabbiosa sembianza al
servizio dei potenti, intrise di venefiche pozioni la mia bevanda: una sera, durante il desco, porse la coppa nella quale aveva disciolto la mia condanna, prestando obbedienza a quel suo losco signore, quel Ludovico il Moro bramoso di conquistare i miei possedimenti. La morte mi raggiunse nella notte, con grande strazio e dolori lancinanti. Sotto lo sguardo compiaciuto della mia assassina, fui avvolto dal tetro freddo.
Ebbi la sola forza di promettere tormenti ai miei assassini, restando
tra queste stanze a cacciare la loro malevola presenza. Mi ritrovo ora qui, a trascorrere del tempo, in un tempo che non  pi mio tra genti differenti dagli strani abbigliamenti.
La mano della pittrice bolognese si poggi, in segno d'affetto
e di condivisione, su quella che un tempo era stata una fronte
ampia e coronata di folti capelli scuri. Lo osserv mentre sulle
guance scarne scendevano due brillanti lacrime amare. Ma fu
breve lo sconforto. L'ombra di Pietro dal Verme si introdusse
nella sala del castello che, in quel momento, ospitava un concerto
per voci e strumenti a corda. L'osserv divertita mentre
l'antico uomo d'arme spostava gli spartiti dei suonatori e con
fare noncurante - certo di non essere veduto - chiudeva e apriva
una delle porte della sala. Solo qualche sguardo interdetto,
tra i viventi che affollavano l'ambiente, le dette la misura degli
scherzi ai quali spesso il dal Verme ingegnava il proprio intelletto.
Uomo d'arme ma anche incurabile innamorato. Lo osserv
mentre poggiava un bacio delicato sulla guancia di una
delle spettatrici: in lei forse aveva scorto una qualche somiglianza
con la sua amata Cecilia del Maino.
Cos si congedarono. Altre strade chiamavano, in altri luoghi sarebbe proseguita la ricerca.
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Note.
24. San Colombano, in gaelico Colum Ban, colomba bianca, nasce a Monte Leinster, in Irlanda, nel 540 circa.  stato un monaco missionario ed evangelizzatore irlandese, uomo di azione e abile diplomatico, noto per aver fondato da abate numerosi monasteri e chiese in Europa.  venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalle Chiese ortodosse e dalla Chiesa anglicana.  morto a Bobbio il 23 novembre 615.
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IL PENTIMENTO DEL BOIA.
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Acque calme. Profumi di boschi e di canneti. Nella sponda
orientale del lago di Garda sembrava riecheggiare la voce di
Andrea Palladio(25) e ancor prima quella di Catullo:(26) Elisabetta
Sirani, cos influenzata dall'arte e dalla poesia, vedeva nei propri
ricordi le forme armoniche tracciate dall'architetto padovano
e ammirava la perfezione delle strutture da lui progettate.
Cos come scorrevano musicali i versi del carme del poeta romano.
Gir il capo e, trasportata dalla brezza, sent il ritmo del
trimetro giambico zoppicante(27) danzare tra le rive...
Perla delle penisole e delle isole,
o Sirmione, di tutte quelle che Nettuno sostiene,
nel mezzo di laghi cristallini e mare aperto,
entrambi, con quale entusiasmo,
con quale impazienza e felicit ti incontro nuovamente!.
Il vento leggero sembr sospingerla pi a nord, verso il Trentino
Alto Adige. Vallate verdi, come le erano state descritte da
lontani viaggiatori, ampi spazi e improvvisi crinali sui quali
si erano sedimentate storie e leggende, avvenimenti e storie:
sentiva il richiamo di quei luoghi lei, spirito elevato capace di
catalizzare anime erranti in cerca di serenit. Luoghi che narravano
vicende felici e nefaste, storie che spesso erano state
dimenticate e cancellate dalla memoria collettiva. Le genti delle
valli raccontavano di spiriti bisognosi di pace, fantasmi di
un passato lontano la cui redenzione non era ancora avvenuta.
Vagavano nei dintorni di quei paesi che erano stati teatro delle
loro ultime gesta, in cerca di una pace eterna.
Lo incontr provando repulsione e allo stesso tempo commiserazione:
tra le sue mani, enormi e nodose come i rami di un ulivo centenario, stringeva una mannaia, una grande lama dai riflessi rossastri. Liquido rappreso in gocce, sangue grondante balenava nel metallo lucente. Il ghigno malefico di quello spettro si rifletteva nel ferro, dando un aspetto ancora pi grottesco e terrifico a quella figura. Era divenuto il timore dei luoghi, uno spirito vagabondo che cercava una redenzione difficile da raggiungere. Erano infatti troppe le vite che aveva spezzato, troppi i colpi assestati con sadica precisione sui corpi di cento e pi innocenti. In vita era il boia, il donatore di morte. Arrivava da Merano, perch nei territori del Trentino nessuno era disposto a fare il carnefice. Le si par davanti
con sconcerto, cercando di comprendere quale aura celeste
avvolgesse lo spirito che aveva incontrato. Era la prima volta
che quel fantasma, quello spettro nefasto incontrava un'anima
pura. La guard con sospetto e con il timore e il disagio che
avvolge chiunque si senta in una condizione di manchevolezza.
Elisabetta Sirani gli si ergeva davanti simile a una scultura
greca, una guerriera dai contorni netti e marcati. Resa ancor
pi bella nel confronto con la nefandezza del boia di Merano.
Boia, uomo del patibolo, cos era stato in passato, fino a
quando la morte che lui aveva donato con abilit e passione
aveva bussato alla sua porta. In quei brevi momenti che separano
l'esistenza terrena dall'aldil, era stata l'Oscura Signora
a presentare un conto delle azioni compiute in vita. Ludovico
Oberdorfer, cos si chiamava, si era trovato dinanzi tutte le
vittime: centinaia erano stati i colli mozzati, con risultati non
sempre eccelsi. Qualche colpo era stato maldestro, allungando
la sofferenza dei suoi clienti. Eppure era acclamato, tanto cercato
che erano arrivati da Nogaredo per chiedere i suoi servizi.
Perch proprio nel piccolo e antico borgo si era celebrato nel
1646 uno dei pi cupi momenti della storia della Santa Inquisizione
del Trentino: i fatti avevano avuto inizio con un banale
battibecco nella pubblica piazza di Nogaredo, un litigio per
futili motivi che aveva avuto il culmine nelle accuse lanciate
da Maria di Nogaredo, detta Mercuria, nei confronti di Domenica
Chemelli, la Menegota, e di sua figlia Lucia Cavedon
conosciuta con il nome di Morella per via dei lunghi capelli
corvini. Streghe, fattucchiere, amanti di Satana in persona, dispensatrici di morte e carestie. Tanto era bastato al locale inquisitore, Paride Medernino, delegato per la giurisdizione di
Castelnovo e Castellano, per emettere un mandato d'arresto e
far rinchiudere le due donne nelle carceri di Castel Noarna. Gli
interrogatori delle due sospette streghe avevano avuto inizio
con la consueta rasatura a caldo di Domenica la Menegota e di
Lucia la Morella: pratica antica, la stessa utilizzata due secoli
prima con la diciannovenne Giovanna D'Arco che venne torturata
ripetutamente per cercare le prove del patto con il demonio.
A Castel Noarna si consuma la nefandezza umana e le
violenze, la deprivazione, il carcere duro portano le due donne
ad ammettere qualsiasi colpa pur di mettere fine alla sofferenza.
Verranno chiamate in causa altre streghe, fattucchiere
come Menega, moglie di Valentino delli Sandri Gratiadei,
Morandina di Maran, Domenga della Villa, Isabella Brentegana e
sua figlia Paolina, Ginevra Chemola, e Catterina Baroni detta
Fitola. Nel processo a loro carico neppure l'avvocato delle donne,
Marco Antonio Bertelli di Nomi, riesce a comprovare l'infondatezza
delle accuse: contro le streghe esiste una confessione
e nulla importa se la loro  una ammissione estorta con la
tortura, il ferro arroventato e le sevizie. Tanto basta a chi deve
giudicare per emettere il verdetto. Il giorno 13 di aprile, un sabato
nefasto, il giudice Paride Medernino condanna le donne
alla decapitazione e al successivo rogo. Nei giorni precedenti
la sentenza, dando per scontata la condanna delle donne,
era stato chiamato da Merano il donatore di morte Ludovico
Oberdorfer. Noto per la sua crudelt e la capacit scenica con
la quale portava avanti le esecuzioni, il boia aveva percorso le
62 miglia che separavano la sua citt da Nogaredo riflettendo
sul lauto compenso che l'attendeva.
Domenica 14 aprile 1647 nella vallata di Giare, nel territorio
di Nogaredo, si era radunata tutta la popolazione per assistere
al macabro rituale: sotto la minaccia di una ammenda di 25
ducati a persona ove non avessero presenziato alla condanna,
uomini e donne avevano affollato il palcoscenico nel quale
erano state condotte le malefiche adoratrici del demonio. Le
streghe arrivarono portate sopra un carro come in una macabra
processione: irriconoscibili per via delle torture subite, lacere
negli abiti e nell'animo, le donne vennero affidate al loro
carnefice. Il Medernino era stato esplicito nel richiedere la
massima platealit delle esecuzioni: solo attraverso l'esempio
di una tale sofferenza la Santa Romana Chiesa poteva scacciare
il demonio e ricondurre il gregge entro il recinto della
fede. Una alla volta le donne, dalla pi anziana alla giovane,
vennero condotte davanti al ceppo e a nulla valsero i pianti disperati delle figlie costrette ad assistere alla morte delle madri.
Caddero in sequenza le teste, sollevate in segno di scherno
dalla mano del loro boia. Quando anche l'ultima di loro venne
privata della vita s'accese il grande rogo nel quale vennero
gettati i corpi delle sventurate. La valle di Giare si era ammorbata
dell'odore acre delle carni e delle resine utilizzate per
alimentar le fiamme: in un silenzio irreale, in un mutismo che
suonava come una condanna nei confronti della crudelt con
la quale erano state condotte al patibolo dal loro inquisitore,
lo sguardo del boia fiss gli occhi accusatori delle sue vittime.
Gli parve che quei miseri volti, rimasti pietrificati nello spasmo dell'ultimo supplizio, lanciassero una condanna, una
maledizione eterna.
I ducati guadagnati diventarono la condanna estrema. Ludovico
Oberdorfer non torn mai nella sua citt natale: lungo la
strada che doveva condurlo verso Merano trov ad attenderlo
quella Nera Signora, giustiziera che ag per mano di alcuni parenti
stretti delle donne uccise. Il boia prov sulle proprie carni
la sofferenza che tante volte e con sadismo aveva destinato alle
sue vittime. Il suo corpo non venne mai ritrovato perch si ebbe
cura di smembrarlo e lasciare i resti come pasto per gli animali
delle montagne. Fu il peso delle tante morti, il rimorso per le
sevizie inferte a legarlo a quelle terre, costretto a vagare nell'oscurit per cercare piet e una difficile redenzione. Elisabetta lo guard allontanarsi verso l'oscurit della foresta, seguito da cento e pi ombre; altrettanti fantasmi accusatori, spiriti delle donne ingiustamente condotte verso il patibolo. Ne osserv l'andatura claudicante, l'incedere pesante, cos costretto a trasportare una mannaia pesantissima, resa ancor pi ingombrante dal
peso delle azioni compiute in vita. Lungo la strada, a pochissima
distanza vide spiriti di luce e riconobbe quelle donne, le ultime
vittime del boia, libere dalla sofferenza e capaci ancora di testimoniare in quei luoghi l'efferatezza delle azioni umane.
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Note.
25. Andrea Palladio, pseudonimo di Andrea di Pietro della Gondola (Padova, 30 novembre 1508- Maser, 19 agosto 1580),  stato un architetto, teorico dell'architettura e scenografo italiano del Rinascimento, cittadino della Repubblica di Venezia. Influenzato
dall'architettura greco-romana, anzitutto da Vitruvio,  considerato una delle personalit pi influenti nella storia dell'architettura occidentale. Fu l'architetto pi importante della Repubblica Veneta, progettista di numerose ville e chiese.

26. Gaio Valerio Catullo nasce a Verona l'84 a.C. Il poeta romano  noto per l'intensit delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti pi
leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.  morto a Roma nel 54 a.C.

27.  il metro poetico che ebbe grande successo, utilizzato poi anche da Carducci.
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L'AMORE INFRANTO TRA LE TORRI DEL BURG TAUFERS.
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Paura dell'oltre, della morte, del momento del trapasso verso
qualcosa di sconosciuto: quando Elisabetta Sirani attravers la
soglia che lega questa vita ad altre vite ebbe la consapevolezza
dei piani differenti che si snodano nell'aldil, comprese in
pieno i motivi che legavano ancora a questa terra le anime e
gli spiriti che la popolavano. Amori infranti, sogni irrealizzati,
vite spezzate dalla crudelt: tante erano le motivazioni che
vincolavano ci che gli umani chiamano fantasmi alla quotidianit.
Ed erano sogni di un amore eterno quelli che la richiamarono
al nord, nella valle Aurina, dove un'anima colma
di dolore per la morte del suo amato vagava tra mura possenti
e stanze incantate. Erano le sale del castello di Tures, il Burg
Taufers, arroccato a 1400 metri sul livello del mare in prossimit
della frazione di Acereto. Un luogo fortificato di antica
progettazione, costruito per volere dei signori di Taufers, che
gi nel 1200 assolveva al compito di sorveglianza e difesa dei
valichi montani in prossimit della vallata: fortezza che per volere
dei proprietari divenne ben presto anche un luogo d'arte e
cultura, decorato con gli affreschi della scuola di Michael Pacher(28).
Non era solamente il richiamo artistico e architettonico
del Burg a suscitare l'interesse della viaggiatrice; percepiva una
straordinaria forza e un sentimento lontano che si diramavano
dallo sperone roccioso fortificato, come una ragnatela tessuta
in uno spazio invisibile. Ne comprese la forza guardando l'imponente
struttura che pareva rivaleggiare per maestosit con le
montagne circostanti.
Sent un gemito, un lamento prolungato, un pianto e una
voce femminile che gridava tutta la propria disperazione. Oltrepassando l'ampio arco, il massiccio ingresso del castello, Elisabetta venne avvolta da un'aria greve, da quella sensazione di
disagio che aveva gi provato al cospetto di luoghi teatro di tragedie.
Ne vide la sagoma esile, fluttuante, dirigersi quasi senza
meta verso le tante stanze del castello. Pi di quaranta erano
le sale e i saloni, collegati da corridoi e passaggi, nei quali lo
spirito di una ragazza si aggirava disperatamente. Con quella
disperazione la donna, non appena si accorse della presenza di
Elisabetta, le fluttu velocemente incontro per abbracciarla in
una stretta senza una tangibile pressione. Si abbandon in un
pianto a dirotto sul petto della pittrice, rigando con lacrime lucenti un viso contratto dal dolore. Margarethe, cos si chiamava,
portava il cognome antico dei signori di Taufers, dei primi
proprietari del maniero.
Per qualcuno era una leggenda, per altri ancora una storia
antica basata su reali fatti: erano i giorni delle crociate, nell'epopea cavalleresca, tra ordini monastici combattenti e pellegrini che si dirigevano verso la Terrasanta. Teutonico, come i
suoi confratelli, era il signore di Taufers partito verso l'Oriente
per contrastare l'avanzata musulmana. Aveva affidato la giovane
figlia alle cure del fratello, il vescovo di Bressanone Heinrich
von Taufers(29), certo che al suo rientro dalla crociata avrebbe
presenziato al matrimonio combinato tra Margarethe e un
nobile d'alto lignaggio. La sorte e il cuore vollero che la giovane
s'innamorasse del capitano delle guardie del castello, aitante e
fiero combattente ma di umile estrazione sociale: nonostante
i numerosi tentativi portati avanti dallo zio-tutore, contrario
al matrimonio, nel 1234 i due si sposarono nella cappella del
maniero. Mentre la cerimonia volgeva al termine una freccia
avvelenata, scagliata da un sicario rimasto ignoto, colpiva alle
spalle il coniuge della giovane. Disperata dovette assistere agli
ultimi istanti della vita del suo uomo, dell'amato soldato. Cos,
colta nel lutto profondo, si rinchiuse in una delle torri del castello di famiglia, luogo dal quale si lanci nel vuoto. Venne sepolta tra quelle mura, le stesse che dopo secoli rimbombano
della sua tristezza e del suo dolore, risuonano delle lacrime e
dei lamenti per la perdita del proprio compagno di vita. Passi
cupi, in cerca di giustizia, nel tentativo di individuare e punire
la mano dell'assassino e del mandante di quell'omicidio. Sono
ancora oggi le anime sensibili a percepire la sua presenza, ad
avvertirne il patimento: fu proprio un giovane Alberto Sordi
nel 1972, durante le riprese del film di Ettore Scola, La pi bella
serata della mia vita, girato nel castello, a raccontare d'aver
udito i gemiti e i lamenti di quella giovane sposa, di Margarethe,
inconsolato fantasma vittima di un amore perduto.
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Note.
28. Michael Pacher  stato un pittore e intagliatore austriaco nato a Falzes, nella  val Pusteria, intorno al 1435.  considerato uno dei maestri pi importanti del Quattrocento austriaco, vero punto di contatto tra arte nordica e costruzione  prospettica di tipo
rinascimentale italiana.  morto a Salisburgo nell'agosto 1498.

29. Heinrich von Taufers fu eletto Archidiacono nel 1208 nella Chiesa Metropolitana di Aquileja e nel 1224 fu nominato vescovo di Bressanone, e la consacrazione ebbe luogo a Venezia il 19 marzo 1228. Il vescovo mor il 19 novembre 1239 e fu  sepolto nella chiesa
delle Clarisse di Bressanone.
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FRIULI VENEZIA GIULIA.
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A TRENTO DOVE LO SPIRITISMO  IN RIMA.
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e son le mie parole come spade, ed il mio cuor come un roveto ardente, non son del mondo, e vo'per le sue strade.
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Trieste, citt magica ed esoterica. Una tra le pi note localit
europee avvolte dal mistero insieme a Londra, Torino e Praga,
dove il misticismo e lo sconosciuto poggiano su un territorio
antico, frequentato dall'uomo fin dal Neolitico. Trieste conosce
il massimo splendore con le iniziative intraprese da Maria
Teresa d'Austria che, attraverso una attenta politica economica,
rilancia il porto e le attivit a esso legate. La nuova classe
borghese che si affaccia sulla scena imprenditoriale  il Caronte
che traghetta idee e nuovi ideali, le stesse dottrine e ideologie
che si diffondono rapidamente in Europa e trovano terreno
fertile tra scrittori e poeti: sono questi intellettuali a vivacizzare i salotti eruditi del nuovo ceto economico, tra cavalieri d'azienda e poetesse colte e raffinate. Un milieu estremamente
fervido sul quale attecchiscono gli ideali della Massoneria, le
spinte irredentiste e il nuovo fenomeno culturale che gi dilaga
nel vecchio continente: lo spiritismo.
La citt dell'arte, con il suo spirito mitteleuropeo, i tavolini
volteggianti e le materializzazioni di ectoplasmi, tra case che
ospitano blasonati fantasmi e spiriti in cerca di conforto,  un
luogo dove le muse dell'arte passeggiano delicatamente tra i
grandi saloni dei palazzi nobiliari, nelle sale delle residenze
signorili. Il richiamo  forte, scandito dai tratti decisi di un
pittore. Elisabetta Sirani avvertiva forte e decisa, nella sua ricerca, l'attrazione del luogo: il palazzo Rivoltella. A pochi passi da piazza Venezia, in via Diaz, risuonavano ancora i passi del
barone Pasquale Revoltella, eclettico imprenditore e affermato
uomo d'affari: in vita era stato ispiratore di grandi progetti con
una passione marcata per l'arte. Viaggiatore affascinato dall'Egitto,
si era impegnato fattivamente nell'opera di costruzione
del canale di Suez, assumendo per meriti la carica di vicepresidente
della compagnia internazionale. Alla sua morte, l'8
settembre 1869, aveva lasciato la grande ricchezza costituita
da palazzi e residenze, quadri, libri e oggetti d'arte, tutto un
patrimonio donato al comune di Trieste. Palazzo Revoltella era
divenuto uno dei centri d'arte e di cultura pi dinamici della
Penisola, luogo dove ancora oggi il tempo viene scandito dalle
opere pittoriche, in un susseguirsi di sale affascinanti. Elisabetta
Sirani avvertiva molte presenze benefiche tra quelle mura:
non solo l'aura luminosa dell'antico proprietario del lussuoso
palazzo, nume tutelare e guardiano delle collezioni, ma anche
di quello spirito tormentato dell'arciduca Massimiliano. Il suo
fantasma sostava spesso al secondo piano del palazzo, nel salotto
azzurro, davanti al ritratto eseguito da Augusto Tominz(30)
nel 1878, a un anno dall'esecuzione in Messico di colui che era
stato nominato imperatore di quel turbolento paese. L'augusto
spettro si presentava spesso al cospetto di qualche visitatore,
in una forma evanescente: sembrava totalmente incurante
delle persone che affollavano i saloni del museo, cos assorto
nel contemplare il dipinto che lo ritraeva negli ultimi istanti di
vita. Non era casuale che il palazzo Revoltella riuscisse a calamitare le anime che avevano cos tanti rimpianti per la loro vita passata. Ma l'attenzione di Elisabetta era rivolta a una fonte di
energia ben pi forte, un richiamo che era arrivato attraverso
i versi poetici di una donna eclettica, dal fascino orientale. Le
tele esposte raccontavano di vite passate, cos come narravano
l'estro e il carattere degli artisti che avevano poggiato colori
e pennelli sulle bianche superfici. Lei si sofferm davanti a
un lavoro, un'opera che portava la firma di Glauco Cambon.
L'atmosfera intorno si era rarefatta, erano scomparsi i nuovi
allestimenti, trasportando Elisabetta tra le sale di altre residenze
gentilizie di Trieste. Vide Glauco impegnato a ritrarre una
donna, dai lineamenti delicati quasi orientali. Cap il senso del
richiamo. Nella Doria Cambon era una ragazza dotata di una
sensibilit spiccata, una personalit eclettica e votata all'arte,
cos come i suoi interessi erano rivolti allo spiritismo. Quella
giovane, nata nella Trieste del 1872 da una famiglia benestante
permeata dal gusto del bello, aveva presto seguito le orme
materne destreggiandosi tra componimenti poetici e sedute
spiritiche. Cos come erano stati contagiati dalle muse i fratelli
e le sorelle di Nella: Glauco era votato alla pittura, cos come
Margherita, cantante lirica diretta da Arturo Toscanini: una
vena Estetica che permeava i tratti di Mario e del giovanissimo
Gino morto misteriosamente a Vienna, citt dove frequentava
l'accademia d'arte.
Il salotto di Nella Cambon, anche dopo il felice matrimonio
con Costantino Doria, era il luogo votato alla poetica e
alla ricerca spiritica. Complice l'impegno culturale e sociale
del consorte, animatore della loggia massonica Alpi Giulie
di Trieste, l'affascinante e colta poetessa era divenuta il punto
di riferimento dell'ambito esoterico, lei che aveva preso sotto
la propria ala protettrice i due medium di origini friulane,
Enrico e Romana Fornis. Grazie a loro le riunioni spiritiche
erano divenute note ed erano meta di personaggi di spicco
del mondo culturale: Italo Svevo e lo stesso Luigi Pirandello
rimarranno colpiti dalla carica emotiva e misterica di Nella.
Sar lei a ricevere numerose comunicazioni ultraterrene: dialogher
con il giovane fratello Gino, con la madre di Gabriele
d'Annunzio, con spiriti anche sconosciuti in una corposa esperienza
ultraterrena che andr a comporre e a ispirare non solamente
la poetica della sensitiva triestina ma anche due lavori
a stampa, testimonianza delle sue capacit medianiche(31). Nella
Doria Cambon lascia questa terra nel 1948 all'et di 76 anni,
dopo aver ricercato per tutta la vita un costante contatto con
gli spiriti dei trapassati. Tra le stanze di quello che fu uno dei
salotti culturali della Trieste tra il 1800 e il 1900, si avvertono
ancora - con tutta la delicatezza che aveva contraddistinto in
esistenza il lavoro di questa poetessa dell'anima - i versi composti
in onore dell'ignoto, le parole tratteggiate per celebrare la
vita oltre la morte. Lei stessa spirito, frequenta ancora le sale
che riecheggiarono dei suoi componimenti. Epoche differenti
separavano Elisabetta Sirani e Nella Doria Cambon: le aveva
riunite il comune amore per l'arte, il senso estetico del bello. Si
abbracciarono come amiche e complici, tra le sale dove campeggiava il ritratto della giovane poetessa.
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Note.
30. Figlio d'arte, nacque a Roma l'11 febbraio 1818 da Giuseppe Tominz, pittore goriziano, e da Maria Ricci, romana. Attivissimo nel contesto triestino. L'opera  esposta al museo Revoltella.

31. Il Convegno celeste del 1933 e il Convito Spiritico del 1925 rappresentano due tappe fondamentali nell'approccio di Nella Doria Cambon verso lo spiritismo.
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VENETO.
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NEL SESTIERE DI SAN POLO, SUL PONTE DELLE TETTE, TRA CARAMPANE E SPIRITI GOLIARDICI.
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L'incontro con il fantasma di Veronica Franco aveva un che
di emozionante e di curioso. Frequentava ancora i luoghi che
l'avevano consacrata al successo, cortigiana e amante di dogi
e ricchi commercianti, poeti e pittori. Elisabetta Sirani la intravide mentre attraversava il Ponte delle Tette, in una Venezia sonnolenta e priva del solito viavai di turisti: nome assai
azzeccato per quel luogo che aveva contrassegnato una sorta
di quartiere a luci rosse veneziano, nella citt rinascimentale
tra il Quattrocento e il Cinquecento. Scorgerla in tutto il suo
fascino, rimasto immutato attraverso i secoli, rendeva pieno
onore all'artista che l'aveva ritratta, leggiadra e risoluta, raffinata e colta: Veronica Franco era stata amata, ricambiandone la passione, dal Tintoretto(32) divenendo modella favorita per la
bellezza del viso e la sensualit. Nata nella Venezia del 1546
era andata presto in moglie, come usanza del tempo, sposando
adolescente il medico Paolo Panizza. Ma il suo era un matrimonio
destinato a finire nel breve volgere di mesi, forse per il
carattere e lo spirito libertino ereditato dalla madre, anch'essa
votata a donar amore a suon di scudi e di zecchini. Ebbe un
figlio, Achilletto, dal suo primo amante ufficiale Giacomo di
Baballi, causa della separazione dal legittimo consorte. Ed 
la madre stessa a introdurre Veronica nel mondo delle cortigiane,
distinte dalle comuni meretrici per cultura e raffinatezza.
Marin Sanudo(33), vissuto qualche decennio prima della
nascita di Veronica, da attento cronista e storico del periodo,
aveva lasciato nei suoi 58 diari un dovizioso resoconto anche
della Venezia libertina e godereccia. Tra calli, campi, campielli
e fondamenta operavano - divise in una rigida gerarchia di
classe - pi di dodicimila prostitute, tra cortigiane e mamole(34),
su una popolazione che non arrivava a trecentomila anime. Le
lavoranti dell'amore, anche quelle giunte a fine carriera, avevano
trovato sistemazione nelle case appartenute alla famiglia
Rampani, dando luogo al termine carampane, sinonimo in
origine della loro attivit. Che Veronica fosse una donna fuori
dal comune per cultura, raffinatezza e bellezza lo si comprende
dal vasto manipolo di spasimanti e amanti che frequent:
dal nobile veronese Marcantonio Della Torre ad Andrea Tron,
passando per Marco Venier fino al contrastato rapporto con
il senatore Guido Antonio Pizzamano. Personaggio, quest'ultimo,
noto alle cronache frivole del tempo per le contrastate
e ingarbugliate vicende amorose: seppure ammogliato manteneva
sotto il tetto coniugale una delle sue amanti ufficiali,
la monaca Camilla Rota, fuggita per amore dal monastero veneziano
del Santo Spirito alle Zattere. La cortigiana Veronica
Franco divenne in breve tempo talmente rinomata da essere
inclusa in quella sorta di guida a luci rosse stampata a Venezia,
il catalogo completo di tutte le principali et pi onorate
cortigiane di Venetia nel Cinquecento; con l'accurata distinzione
fra cortigiane, meretrici, concubine e prostitute, inclusa
l'indicazione del luogo d'esercizio e delle tariffe. Quando attravers la soglia tra i mondi, Veronica divenne per certo tempo spirito guida di una eclettica veneziana, alchimista e scrittrice,
quell'isabella Cortese autrice del libro Secreta, un trattato che
si muoveva tra l'esoterismo e la cosmesi, attraversando tutte le
fasi dell'alchimia.
Amante appassionata e donna ricercata, fin per invidia e
rancori sotto processo per stregoneria. Sono stata una donna
desiderata, la voce di Veronica arrivava delicata al cospetto di
Elisabetta, tanto ricercata da solleticare l'attenzione e le grazie
di Enrico di Valois, che di l a poco sarebbe salito al trono di
Francia con il titolo di Enrico terzo: fu una notte d'amore e di passione condivisa per via della finezza culturale e dell'erudizione
al culmine del viaggio che riportava il futuro re a Parigi dalla
lontana Polonia. Mi apparve, subito dopo la sua uccisione, il
primo agosto del 1589, accoltellato a Saint-Cloud da Jacques
Clment, un frate fanatico e pieno di follia. Compar davanti
al mio cospetto, per annunciare tempi bui e grandi sommovimenti
nella sua nazione. Elisabetta guard con tenerezza la
donna che aveva subito un processo da parte dell'Inquisizione
veneziana. Fui incarcerata nell'ottobre del 1580, raccont
l'affascinante cortigiana, per vendetta e per invidia: avevo
infatti raggiunto ogni pi alto livello sociale e avevo rapporti
con ambasciatori e principi. Mi dedicai anche alla sottile arte
dell'indagare gli affari di altri stati e di regni differenti, in ossequio alla Serenissima di cui ero figlia e sorella. Spia raffinata e in grado di carpire segreti e trame politiche. Fu l'istitutore
e precettore Ridolfo Vannitelli a denunciarla per reati di stregoneria, raccontando - in piena falsit - di certe pratiche magiche, invocazioni diaboliche e nefasti riti condotti tra le mura
della sua residenza. Era pura ripicca nei confronti di una donna
che non aveva ceduto alle sue lusinghe, alle attenzioni di un
personaggio spregiudicato capace di passare come servitore da
un padrone all'altro. Il processo a carico di Veronica si concluse
- forse anche per via degli altolocati contatti della donna
- con una piena assoluzione: un nulla di fatto. La peste di San
Carlo, l'epidemia che aveva falcidiato molta della popolazione
veneziana tra il 1575 e il 1577, aveva lasciato uno strascico
pesante nella societ, cambiandone spesso le abitudini. La cortigiana, poco prima di lasciare questa terra, dedic ogni sua
energia alla tutela delle prostitute: propose invano al consiglio
cittadino, senza per trovare grandi consensi, la costruzione di
una casa dove accogliere le donne in difficolt e le ex meretrici,
condividendo con loro i drammi che circondavano il mondo
oscuro della vendita del corpo. Dimenticata da molti dei suoi
ex spasimanti, allontanata da chi le aveva confidato segreti e
intrighi, Veronica Franco mor nella sua casa veneziana una
domenica, il 21 luglio del 1591. Per diverso tempo, sorrideva
quell'affascinante fantasma, presi gusto nel tormentare chi dimentic le mie grazie e chi rinneg la mia amicizia: mi divertii a ostacolare certe peripezie amorose di nobili della Serenissima, specializzandomi nella sottile arte  dell'intralcio nel corso delle loro fughe carnali. Un rumore sordo o una mia fugace apparizione, cre non pochi intoppi ad amanti focosi, potendo la paura prendere il sopravvento sull'eccitazione. Quanti guerrieri del talamo terrorizzai, giocando sulle corde del timore. Dedicai anche molta attenzione a quell'istitutore, apparendogli nel sonno e  turbando le sue notti: con lui raggiunsi il massimo diletto quando - durante una delle sue consuete avventure amorose presi di mira le sue natiche,
colpendole ripetutamente con uno spillone. La fuga di questo delatore
fu rovinosa e plateale, una corsa disperata finita nelle maleodoranti
acque del rio de san Cassian, a far da degno compagno alle grandi
pantegane(35) che qui vi dimoravano. Il Vannitelli divenne ben presto
lo zimbello dei sestieri, beffeggiato e deriso, allontanato perfino dalle pi anziane meretrici perch si diceva fosse portatore di malaugurio.
Continuo a frequentare questi luoghi, con la serenit di chi ha vissuto una esistenza piena e coinvolgente, ricordando i miei versi e i componimenti che ancora oggi qualcuno legge ad alta voce. Ho la fortuna di poter passare nuovamente, soprattutto durante le serate estive, tra ponti e calli, per dedicare un fuggevole bacio a qualche viandante distratto.
Qualcuno, tra i pi sensibili, vede ancora la mia bellezza e si sofferma con un pensiero al ricordo della mia vita.
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Note.
32. Jacopo Robusti, secondo alcuni Jacopo Comin, detto Tintoretto (Venezia, settembre o ottobre 1518-Venezia, 31 maggio 1594), cittadino della Repubblica di Venezia,  stato uno dei massimi esponenti della pittura veneta e dell'arte manierista  in generale.

33. Marin Sanudo il Giovane, conosciuto anche con il nome italianizzato di Marino Sanuto il giovane (Venezia, 22 maggio 1466-Venezia, 4 aprile 1536)  stato uno storico e politico italiano di origini veneziane, attivo come diarista e  cronista a cavallo tra il
quindicesimo e il sedicesimo secolo.

34. Uno dei nomignoli delle prostitute.

35. Nome diffuso in dialetti settentrionali come il romagnolo e il veneto, ma noto anche altrove, per indicare i grossi topi di chiavica o ratti.
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LA REGOLA DEL PALLADIO.
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V' davvero alcunch di divino nei suoi progetti, n meno della forza del grande poeta, che dalla verit e dalla finzione trae una terza realt, affascinante nella sua fittizia esistenza.
Johann Wolfgang Von Goethe, Viaggio in Italia.
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Villa Foscari, ovvero la Malcontenta. Quando Andrea Palladio
progett la villa patrizia su incarico di Nicol Foscari
era mosso dall'intento di realizzare una residenza extraurbana
facilmente raggiungibile in barca dal centro di Venezia. Il teorico
e il genio rinascimentale mai avrebbe immaginato che
quell'imponente e maestoso edificio sarebbe stato legato non
solo alla bellezza e al fascino architettonico, ma anche alla vicenda
di quella nobildonna veneziana andata in moglie al Foscari,
Elisabetta Dolfn Foscari, criticata bellezza e oggetto di
vendette trasversali. Come Giorgio Vasari, che visit la villa
appena ultimata nel 1561 e a un anno esatto dalla morte di
Nicol Foscari rimase impressionato dalla perfezione stilistica
raggiunta dal Palladio, cos quello stesso richiamo di bellezza,
armonia e tecnica costruttiva non aveva lasciato indifferente
Elisabetta Sirani: nella sua sosta veneziana aveva incontrato
gi personaggi di spicco di quel mondo del sedicesimo secolo ricco
di contrasti, capace di grandi progetti e in grado di risollevarsi
dalla peste che aveva afflitto la citt lagunare tra il primo
luglio 1575 e il 28 febbraio 1577. Seguendo il corso del naviglio
del Brenta, in direzione del borgo di Mira, lo spirito della
pittrice bolognese aveva immaginato non solo la struttura ma
anche le pregevoli decorazioni di Giambattista Zelotti e Battista
Franco che avevano impreziosito con scene allegoriche e
mitologiche la residenza nobiliare. Chi non aveva potuto godere
pienamente dello sfarzo di quelle stanze era stato proprio
il committente, quel Nicol discendente da un lignaggio cos
alto e fulgido, in grado di far assurgere Venezia a citt egemone
nei commerci. Erano quei Foscari ritratti da Eugne Delacroix
nel 1855(36) che Elisabetta aveva ammirato nella regione dell'Alta
Francia, signori e dogi il cui sangue scorreva in Nicol e in
Alvise, fratello del defunto, colui che aveva condotto gli ultimi
lavori della villa.
Di bellezza eterea, candida nel viso e dolce nei lineamenti,
Elisabetta Dolfn era - in quella dimensione ultracorporea -
identica alla fama che la circondava in vita. Guardarla, cos
immersa in pensieri lontani, rendeva in pieno l'idea delle tristi
vicende che aveva dovuto affrontare in vita. Elisabetta, e la
sua voce era consona al suo aspetto, cos delicata e musicale,
tu che porti il mio nome difficilmente crederai alle angherie e
ai soprusi che in vita dovetti subire per via della mia bellezza.
Ero nata da una famiglia gentilizia e sposai in giovane et un
ragazzo che aveva tra i suoi avi Vittor Pisani(37), abile comandante
di una flotta vittoriosa. Matrimoni combinati che a volte
terminavano nel breve. Rimasta vedova giovanissima contrassi
matrimonio con Nicol Foscari, ben pi in l negli anni rispetto
alla mia giovinezza. Cos si era presentata alla Sirani, lei
oramai defunta e legata a quel luogo di sfarzo e bellezza. Era
stata la sua avvenenza, la fama di leggiadria che la circondava
a creare le prime malevoci, messe abilmente in campo da quelle
donne che - ormai non pi in grado di competere - si attardavano
a gettare il fango dell'ignominia nei suoi confronti.
Nonostante fossi fedele al vincolo matrimoniale che mi aveva
unito in seconde nozze con Nicol, furono tante le dicerie
che circondarono la mia persona. Attribuirono molti amanti e
molte avventure galanti, grandi tradimenti e infiniti sotterfugi.
Eppure, guardata a vista da un marito sospettoso e ormai
anziano, mantenni sempre una condotta onorevole e sincera.
Non era abbastanza. Nella citt della Laguna ogni voce
che riguardava la bellissima Elisabetta Dolfn pareva mossa da
un'antica invidia, un chiacchiericcio che si poggiava sulla sua
reputazione come l'olezzo che si sollevava dall'acqua stagnante
dei canali della Laguna.
Fu per questo motivo, a causa delle spregevoli voci che giravano su
di me, che il mio consorte decise di relegare la mia esistenza tra queste mura, in questa prigione ornata da simboli antichi. Ogni sera, quando gli ultimi raggi del sole illuminavano la citt di Venezia, i luoghi  dove ero nata e avevo trascorso con gioia parte della mia vita, attendevo con ansia l'arrivo della mia ultima ora. Nulla oramai mi legava a queste terre, se non il ricordo della musica, delle feste, dei grandi ricevimenti nei saloni, delle stanze dove al mio passare era un volteggiar d'occhi, di sguardi desiderosi di cogliere la bellezza delle mie forme.
Trentanni era durata quella prigionia terrena, quasi undicimila
giorni interminabili che avevano legato - sul punto di
morte - la bellissima veneziana alla villa Foscari. Malcontenta:
cos chiamavano il suo spirito, fugace e delicato, leggiadro anche
nella sua dimensione immateriale. La villa era avvolta da
una densa nebbia serale, un vapore che rendeva la struttura
ancor pi maestosa e misteriosa: nella grande sala, il primo
ambiente situato alla sinistra dell'ingresso, le due donne si fermarono ad ammirare la volta decorata con la raffigurazione
di Prometeo che ruba il fuoco agli di e lo dona agli uomini.
Sedute su due poltrone candide attesero l'alba, raccontando
l'una all'altra pregi e vizi degli umani. Elisabetta Dolfn Foscari
avrebbe continuato ancora per molto tempo la sua missione di
guardiana di quei luoghi, manifestandosi a volte con sospiri,
passi soffusi e rimpianti per un passato oramai troppo lontano.
Al visitatore della villa palladiana chiede solo rispetto e delicatezza, amore per l'arte e spensieratezza, ricambiando con un fugace sorriso il bon ton dell'ospite. Agli animi sensibili potr
magari manifestarsi come una apparizione fugace tra le ampie vetrate del piano nobile del palazzo.
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Note.
36. Les deux Foscari di Delacroix, Institut de France, Domaine de Chantilly, muse Cond, Galerie de Peinture.

37. Vettor Pisani, o Vittore Pisani (Venezia, 1324-Manfredonia, 13 agosto 1380),  stato un ammiraglio italiano, capitano generale della flotta veneziana, che egli guid nella Guerra di Chioggia del 1379-1381, portando i veneziani alla vittoria.
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EMILIA ROMAGNA.
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SPIRITI TENTATORI E ANIME INNOCENTI.
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Cos, o nova Fenice, a te piacesse, Scoprir il sen, come vedrian gli amanti, Che gli  monil la tua belt natia!
Torquato Tasso, In lode de' capelli di D. Barbara Sanseverini Contessa di Sala.
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Dovevate osservare gli occhi lussuriosi del cardinale Alessandro
Farnese(38), i suoi sguardi pieni di desiderio e la brama
che mostrava nel volermi possedere; non l'unico - in verit - al
quale feci strabuzzare gli occhi e ribollir il sangue di passione.
Barbara Sanseverino si era presentata cos, apparendo all'improvviso
davanti a Elisabetta Sirani in quel magnifico borgo
di Fontanellato, lungo la strada che la stava conducendo verso
Parma. La Rocca Sanvitale, il castello d'arte nel quale il Parmigianino(39) aveva mirabilmente rappresentato il mito di Diana e Atteone in una serie di affreschi di piena simbologia alchemica,
era stato per la pittrice un richiamo intenso, reso ancora
pi forte dagli spiriti che animavano quei luoghi. Tra le mura
della rocca sembrava risuonare ancora il rumore degli alambicchi
e il bollire degli elementi nei crogioli, sotto lo sguardo
vigile del conte Gian Galeazzo Sanvitale, nobile condottiero e
amante delle arti, delle lettere e dell'alchimia, cos come la collocazione del maniero risentiva delle forze e delle energie che provenivano dalla risorgiva, quell'acqua che alimentava ancora
il fossato del castello. Torquato Tasso stesso rimase folgorato
dalla bellezza di quella dama e dalla sua sensualit, tanto da
dedicarle un sonetto ricco di ammirazione e di compiacimento:
lei, la Sanseverino, pienamente consapevole del suo carisma
e dell'arguzia con la quale trattava ogni argomento, frequentava
ancora le antiche sale del castello, quelle stanze che durante
la sua vita avevano accolto tutto lo splendore e la leggiadria
femminile.
Gianfranco e Lavinia Sanseverino erano i miei genitori, nativi di quella Milano turbolenta che lasciai dopo il matrimonio con Giberto Sanvitale signore di Sala Baganza: colta, bella e raffinata divenni confidente  e amante del turbolento ed irrequieto Vincenzo Gonzaga. Fui nella sua alcova a raccoglierne le ansie amorose, ad ascoltare i patimenti di chi - temendo di non essere un guerriero nel talamo nuziale - aveva disatteso i compiti matrimoniali con la sua prima giovane sposa. Al secondo matrimonio, con Eleonora de' Medici, le cose non andarono meglio: temendo un nuovo fiasco il Gonzaga si present all'appuntamento amoroso dopo aver mangiato a profusione cibi piccanti ricchi di spezie.
Sperava in un loro effetto afrodisiaco ma ebbe la sgradevole sorpresa
di essere colto da forti coliche, spostando il campo di battaglia dal letto alla latrina. Povero amante, costretto in seguito a mostrare la propria virilit ducale davanti ad una commissione chiamata dalla matrigna della giovane promessa sposa a verificare le doti maschie del Gonzaga.
Ascoltando quelle confidenze cos intime Elisabetta Sirani
quasi arross, per quanto le fosse concesso dalle sue condizioni
di spettro, pensando al duca di Mantova misurato e soppesato
nelle sue parti intime da una commissione di vari esperti... situazione imbarazzante nata dalle voci messe in giro da amanti
troppo pettegole e forse abbandonate. Incuriosita dalla vita
di Barbara Sanseverino Sanvitale, Elisabetta rimase incantata
dalla voce melodica della donna, ascoltando le sue peripezie e
le vicende che la portarono al patibolo.
Dopo alcuni anni dalla morte del mio primo marito, un decesso che
rester avvolto nel mistero, decisi di accasarmi nuovamente per trovare una personalit in grado di tutelare i miei interessi. Fin troppo chiacchierata era la mia figura, cos come erano tante le voci che riguardavano tante presunte relazioni con influenti personaggi del mio tempo. Ebbi s una relazione amorosa con Ottavio Farnese, nobiluomo galante capace di sedurmi con le sue parole. Malelingue fin troppo invidiose della mia bellezza che, anche a 46 anni di et - tanti ne avevo al momento del secondo matrimonio con il conte Orazio Simonetta, feudatario di Torricella - rendevano la mia figura leggiadra e desiderata. Furono le beghe, le invidie e i rancori tra casate a mettermi nel mucchio dei congiurati che tentarono di contrastare le mire di Ranuccio Farnese sui possedimenti di famiglia(40).
L'inchiesta e il processo, portati avanti in maniera spietata
dal giudice Piossasco, tra torture e privazioni d'ogni sorta, terminarono il 4 maggio del 1612: la mattina del 19 Barbara e
altri nove congiurati furono decapitati sulla pubblica piazza, su
un palco montato a ridosso del palazzo dell'Uditore Criminale,
oggi all'angolo fra piazza Garibaldi e strada della Repubblica.
Il boia chiamato a uccidere Barbara, distratto dalla bellezza
della donna, riusc solo a ferire gravemente la sua vittima e fu
costretto a porre fine a quella vita a colpi di coltello.
Morte ingiusta, come tante uccisioni che in quel periodo costellarono
i nostri territori, una fine incomprensibile che leg il mio spirito a questi territori e a questo meraviglioso palazzo. Mi presento ogni tanto, con lo stesso aspetto che ebbi durante la mia vita: non crediate che i fantasmi siano sempre dispettosi: memore delle mie avventure amorose non disdegno di osservare con delizia i visitatori, scegliendo chi tra di loro potr ricevere un mio bacio fugace. Chi poi per sensibilit potr vedere la mia figura avr l'onore di scorgere le curve delicate del mio seno e avere una strizzatina d'occhi civettuola. Non sono lussuriosa ma da anima vagante ho buon gusto nel palpeggiare, con una certa vena di sensualit, qualche natica muscolosa di baldi ragazzotti.
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Note.
38. Alessandro Farnese il Giovane (Valentano, 27 settembre 1520-Roma, 2 marzo 1589)  stato un cardinale italiano, creato tale dal nonno papa Paolo terzo. Passato alla storia con l'appellativo di Gran Cardinale, fu un uomo colto, grande mecenate e anche incorreggibile
donnaiolo. Ebbe una figlia illegittima, Giulia Farnese.

39. Girolamo Francesco Maria Mazzola detto Parmigianino (Parma, 11 gennaio 1503-Casalmaggiore, 24 agosto 1540)  stato un pittore italiano, fondamentale esponente della corrente manierista e della pittura emiliana in generale. L'appellativo il Parmigianino,
oltre che dalle origini, gli deriv dalla corporatura minuta e dall'aspetto gentile.

40. Furono implicati nella congiura Orazio Simonetta, marito di Barbara Sanseverino, il primogenito di lei Girolamo col proprio figlio Gianfrancesco, Alfonso Sanvitale, il conte da Correggio Girolamo, il conte Alberto di Canossa, la marchesa di Grana Agnese del Carretto, Oliviero Olivieri, Onofrio Martani e altri gentiluomini e gentildonne.
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SPIRITI DI SANGUE BLU, SPIRITI GIOCOSI.
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Je m'appelle Marie. Il mio nome  Maria, Maria Sanvitale e
in me scorre il sangue di regnanti francesi e imperatori, di re e
di esiliati, dei duchi di Parma, Piacenza e Guastalla. Mia nonna
era Maria Luigia d'Austria e i miei adorati genitori portavano
il nome di Albertina e Luigi Sanvitale. Gioco. Gioco spesso nel
castello e mi diverto, senza far paura a nessuno ma con la grande
voglia di far sentire la mia presenza. Erano ancora l'arte e
la vena pittorica ad attirare Elisabetta Sirani, a metterla nuovamente in contatto con persone vissute nel passato: il maniero di Fontanellato era un luogo carico di energie che si erano
accumulate nel tempo, lasciando tra quelle mura possenti le
tracce, i ricordi, le emozioni di chi le aveva abitate. La bambina
che si era presentata ai suoi occhi era una presenza che in molti
riuscivano a percepire, forse per la triste sorte che le era stata
riservata, con una morte cos precoce e inaspettata. Maria era
il frutto di turbolenti incroci familiari, di relazioni amorose
clandestine, matrimoni riparatori e nozze consumate tra classi
sociali differenti: la nonna materna della bambina, Maria Luisa
d'Asburgo-Lorena, era andata in sposa a Napoleone Bonaparte,
reduce dalla separazione con Giuseppina di Beauharnais.
Arrivata contro la sua volont a Parigi, nella patria dei rivoluzionari che meno di ventanni prima avevano ghigliottinato
sua prozia Maria Antonietta, il 16 ottobre 1793, Maria Luisa
aveva avuto una relazione con Adam Albert Neipperg che, alla
morte di Napoleone, aveva riconosciuto i due figli nati dalla
loro relazione extraconiugale. Il Neipperg era anche conosciuto
come conte di Montenevoso, cognome preso in carico dai
quattro figli Albertina, Guglielmo, Matilde e Gustavo. Proprio
Albertina, la primogenita andata in sposa giovanissima a Luigi
di Sanvitale, aveva concepito Maria Costanza Ercolana, la
bimba deceduta all'et di cinque anni. La fortezza Sanvitale risuonava della sua voce melodiosa e del fascino regale che in lei si tramandava per linea materna: simpatica, gioviale, amante
della musica e soprattutto del disegno e della pittura, Maria
era morta senza vedere l'alba dei sei anni, lasciando nella disperazione i genitori. Fu questo attaccamento, l'ineluttabilit
della morte della piccola, a legare il suo spirito ai luoghi che
l'avevano vista felice.
A volte non comprendo come la mia apparizione possa creare tanto
scompiglio: ho visto persone diventare bianche come cenci quando
la mia immagine viene riflessa con nitidezza su uno dei tanti specchi
del castello. In fondo ho mantenuto il mio aspetto delicato e roseo nel colorito; se mi capita di far cadere un bicchiere c' sempre qualche visitatore che viene scosso dai brividi, per non parlare di quando -nottetempo - mi diletto a far scattare gli allarmi del castello. Dovr pur passare il mio tempo e potr anche permettermi di sorridere alla vista degli sguardi increduli dei guardiani. Apro cassetti e sposto quadri... che male c'? D'altra parte questa  la casa dei miei avi e qui sono nata e morta. Incontro spesso anche altre anime, alcune tristi e sconfortate e altre leggermente pi giocose ma  difficile intavolare discussioni o chiacchierate perch tutti hanno sempre una gran fretta. In una dimensione dove il tempo non esiste mi chiedo spesso il perch della premura nel fare questa o altra cosa... Cos dedico una parte della mia giornata a guardare quadri: osservo i dipinti e soprattutto i grandi affreschi del piano nobile del castello.  in quelle stanze che faccio sentire la mia presenza, magari agitando una tenda o facendo rotolare qualche oggetto.
Quando l'acqua del fossato  talmente calma da apparire come
uno specchio mi diverto a lanciare qualche sasso per scorgere i cerchi concentrici che si perdono nel vuoto; cos la mia immagine riflessa ha mille sfaccettature, quelle stesse che ingannano chi osserva con stupore quella bimba evanescente che s'affaccia sul torrione.
Elisabetta Sirani la guard con dolcezza, vedendo in quella
bambina la stessa passione per l'arte e i colori: la lasci ai suoi
giochi e alle apparizioni notturne. Quella notte la piccola Maria
doveva sperimentare altri scherzi ai danni soprattutto di
chi era scettico nei confronti dei fantasmi. Lei esisteva e voleva
far sentire la presenza.
Quando Elisabetta la salut con un abbraccio tenero e affettuoso
la vide incamminarsi verso le sale buie del maniero. Nel
silenzio le stanze si illuminarono di colpo facendo nuovamente
suonare il sistema antifurto: sorrisero entrambe, pensando
alle mille domande che avrebbero assillato la mente degli addetti
alla vigilanza.
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LIGURIA.
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GENOVA TRA ROGHI, STREGHE E VENDETTE D'AMORE.
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Era un leggero vento di maestrale, una brezza che trasportava
i profumi del mare e della salsedine; un aroma quasi sconosciuto
per la pittrice bolognese, ignara del gusto prorompente
delle onde, delle sensazioni che quelle fragranze delle
rive agitate riuscivano a scatenare negli animi. Rest per un
attimo immobile davanti alla costa, ferma e protesa verso l'incessante movimento delle acque, assaporando le minuscole
gocce nebulizzate che si poggiavano sul viso e sul corpo, facendo
rilucere la sua figura come una galassia punteggiata di
stelle e pianeti. Brillavano le lacrime del mare, riflettendo la
luce biancastra della luna. Genova la Superba, orgogliosamente
protesa sul golfo, altera e imponente per storia e personaggi,
la richiamava sulle note di una musica barocca, un'aria che
dava ebbrezza: strumenti a fiato intonavano una composizione
veloce e coinvolgente.
 la mia musica, una melodia nata a Genova nel giugno
del 1681 un anno prima di essere brutalmente assassinato, per
invidie e rancori, gelosie e false accuse nate dal mio successo
nelle corti. Alessandro Stradella si present cos, all'improvviso,
modulando la propria voce sul ritmo e sull'incedere della
marea. Era nato a Bologna, concittadino illustre di Elisabetta e
solo cinque anni d'et li separavano. Erano uniti dalla comune
passione per l'arte e la musica, cos come Alessandro - che gi
in vita aveva frequentato la bottega Sirani per ammirare i quadri
della giovane pittrice - richiamava ora la sua conterranea,
per guidarla in quel lembo di Liguria. La vita dello Stradella(41)
era stata segnata dal continuo peregrinare tra le citt italiane,
mettendo in luce la sua capacit di compositore e musicista:
tra Roma, Venezia, Torino e Genova, costretto per invidie ad
abbandonare frettolosamente la citt di San Pietro dove venne
accusato, insieme all'amico cantante Giovanni Battista Vulpio,
di aver organizzato un matrimonio di malaffare tra gli appartenenti
a classi sociali assai distanti. Il potente cardinale Alderano
Cybo(42) ne aveva ordinato l'arresto per salvare la reputazione
di un nipote, promesso sposo di una donna comune.
Incarcerato e poi rilasciato, era scappato da Roma per fuggire
alle vendette cardinalizie, approdando poi a Genova. Erano
gli inizi del 1678 quando Alessandro Stradella venne accolto
nella casa del nobile Franco Imperiali Lercari, che insieme ad
altri patrizi genovesi sovrintendeva al teatro del Falcone. Per
questo teatro Stradella compose l'opera La forza dell'amor paterno,
rappresentata nel novembre 1678. Il giovane musicista
portava ancora nel corpo i segni dell'agguato che gli era stato
teso a Torino quando, la sera del 10 ottobre del 1677, era stato
accoltellato da due sicari inviati dal nobile veneziano Alvise
Contarmi, per vendicare un affronto amoroso. Alessandro era
infatti fuggito in Piemonte con Agnese van Uffele, amante del
patrizio della Laguna: lei, innamorata del suo insegnante di
musica, di quel giovane e prestante compositore, era scappata
dalle brame del veneziano. Rifugiatisi in due conventi separati,
i due avrebbero presto celebrato le nozze se Stradella non fosse
stato ferito gravemente. Seppure salvo, il compositore vide
sfumare l'impiego nella corte torinese proposto dalla reggente
Maria Giovanna di Nemours.
Mi rifugiai cos a Genova, sotto la protezione di Francesco Maria
Imperiale Lercari, nobile e potente uomo politico, amante delle arti e principale animatore del teatro Del Falcone(43). Qui composi madrigali, duetti, cantate sacre e profane e strabiliai i nobili genovesi quando feci eseguire, in occasione delle nozze di Carlo Spinola e Paola Brignole, il concerto intitolato Il Barcheggio: fece scalpore questa rappresentazione, organizzata nel golfo di Genova con il pubblico - composto dalla nobilt ligure - sistemato comodamente nelle barche. Come immaginerai, cara Elisabetta, il mio successo fu tale da scatenare non poche invidie e gelosie; mi vennero attribuiti rapporti d'amore con donne coniugate, narrando di gesta amatorie prodigiose consumate tra spartiti e strumenti musicali. Certo il fascino femminile esercitava in me un richiamo costante, tanto da spingermi a volte ad intrufolarmi nottetempo nelle stanze private delle dame della nobilt. Bello d'aspetto e colto, raffinato
nei modi e altrettanto abile nel sostenere tenzoni d'amore, da cacciatore divenni ambita preda delle nobili, fossero fanciulle o pi attempate, donne vittime della disattenzione dei rispettivi mariti: quante volte le loro mani scivolarono sulle mie, desiderose di altri strumenti e melodie soffuse consumate tra lenzuola e morbidi guanciali. Le mie capacit musicali andavano di pari passo con il ritmo ondulato dei palpiti d'amore: in pi duna occasione dovetti fare ricorso alle doti ginniche per scappare velocemente, allarmato dall'arrivo del coniuge tradito.
Quanti ne beffeggiai e quante allusioni feci con i miei componimenti,
celando nello spartito le allusioni alle focose signore genovesi: tra di loro fece presto a circolare la voce sommessa delle mie doti, tanto da divenire un boccone prelibato tra le bocche avide di baci e toccamenti.
Minuetti, arie e duetti si insinuavano pericolosi tra le pieghe delle vesti, terminando in un concerto di gemiti e amplessi. Gioco pericoloso nel quale venni avviluppato, fino a quando il pi sospettoso dei parenti, un nobile della casata genovesi dei Lomellini, decise di sanare e porre fine alle continue sinfonie di corni che s agitavano sopra la sua augusta testa, inviando due sicari per interrompere la relazione con la sua focosa e gaia consorte. Mi uccisero il 25 di febbraio del 1682, in piazza Banchi, a poca distanza dalla mia residenza, in una Genova spazzata dal vento
freddo. Appena trentanovenne mi venne tolta ogni possibilit di comporre altre sonate, di frequentare ancora i salotti buoni e i palchi del teatro. Cos ora, legato a questo luogo, alla piazza nella quale caddi sotto i colpi di pugnale, continuo a vagare per una citt antica, tra carruggi e piazze. Privato dello strumento principale, dotazione armonica delle mie composizioni amorose, in quanto spirito e impossibilitato ad aver contatto fisico con l'altrui sesso, mi destreggio come posso ad ammirare le bellezze che passano per questa piazza. La musica di questi tempi non riscuote il mio interesse, tutto rivolto nel contemplare i succinti abiti che in questa era vengono indossati. A volte mi spingo, con un impeto e con quel sacro fuoco d'amante mai sopito, a tentar di intravvedere le forme e le rotondit di queste attuali donne. Vorrei baciarle tutte, castane, bionde e brune, e risentire il palpito di un amore perduto. Mi consolo, facendo sentire la mia presenza, con un soffio leggero che  agita i loro capelli. Vittima d'amore. Cerco ancora amore e lo dono con un sorriso che, tra mille forse una sola potr vedere.
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Note.
41. Fu battezzato il primo agosto 1643 con il nome di Antonio Alessandro Boncompagno. Proveniva sicuramente da una famiglia nobile originaria di Fivizzano nella Lunigiana, che si era stabilita a Nepi nella seconda met del sedicesimo secolo, dopo che nel 1575 Alessio
Stradella, un prozio del compositore, vi era stato nominato vescovo. La nascita a Bologna di Stradella  confermata dallo stato delle anime della parrocchia di Sant'Eustachio del 1659 e da due atti notarili del 1664 e del 1682.

42. Alderano Cybo (Genova, 16 luglio 1613-Roma, 22 luglio 1700).

43. Il Teatro del Falcone  stato un teatro italiano, con sede a Genova, nella via Balbi. Inaugurato nel 1652, fu il primo teatro pubblico genovese e il secondo in Italia solo dopo quello della Repubblica di Venezia. Parzialmente danneggiato durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, anzich essere sottoposto a restauro venne demolito e rimpiazzato nel 1953 da un edificio dedicato a spazi espositivi.
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TRA STREGHE, MAGHE ED EROI RISORGIMENTALI.
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Piazza Banchi, sestiere del Molo nel cuore di Genova. L'intera
area sembra un collettore di energie, catalizzatore di forze
invisibili che si agitano sopra e sotto questo spazio urbano nel
quale si sono sedimentate storie e vicende, fatti e avvenimenti
spesso cruenti e misteriosi. Sembrano risuonare ancora i rumori
delle cataste di legna, erette per purificare nelle fiamme
gli eretici e le maghe, le streghe e gli adoratori del demonio
cos come arrivano dal passato i chiacchiericci dei cambiavalute
che qui operavano. I pi prestigiosi lavoravano in piazza
sopra casse rinforzate mentre i loro concorrenti meno noti
avevano come ufficio un semplice banco. Il fallimento, magari
causato da un prestito andato a male, era celebrato dall'incauto
cambiavalute che provvedeva a spezzare le assi di legno
del suo ufficio: era ci che dette in seguito origine alla parola
bancarotta. Quante speranze e quante attivit tutte concentrate
in questa piazza, cos vicina nell'antichit al mare: vigila sulla
gente che la percorre, tra i chioschi di libri e gli uffici, la chiesa di San Pietro in Banchi. Rifondata dopo l'incendio trecentesco, causato dalla lotta tra guelfi e ghibellini, la chiesa riverbera i fasti dell'antico tempio pagano sopra il quale venne costruita.
Energie intense accumulate in secoli di storia che hanno
lasciato la loro flebile traccia in una pietra. Pietra scura che a
volte, nell'inverno rigido, pare emanar calore.  il ricordo delle
fiamme e dei roghi che qui venivano innalzati.
Le si present con abiti logori, indumenti anneriti dal fumo
e dalla fuliggine. Anziana e claudicante, portava addosso i segni
delle torture e dei patimenti che aveva sofferto in vita. Costretta
a rivivere ogni anno il drammatico ricordo del processo
inquisitoriale che l'aveva condannata al rogo. Muta e silenziosa
si aggirava come uno spettro terribile nella piazza, lasciando
cadere ogni tanto il suo sguardo sopra la pietra nera sulla quale
era stato innalzato il suo patibolo. Dal carcere vicino era stata
condotta sulla piazza con addosso la mordacchia, una sorta di
tagliola acuminata posta sulla bocca a bloccare la lingua della
condannata. Non doveva proferir parola, nel timore che le sue
maledizioni e le preghiere al demonio sarebbero ricadute sulla
comunit. Fu Alessandro Stradella a narrare alla Sirani le vicende
stregonesche che ebbero come teatro Genova nei secoli
bui dell'Inquisizione.
Quando arrivai in citt erano ancora vivi i ricordi dei tanti abbruciamenti consumati in questa piazza: era questo il teatro dell'orrore, il luogo ove celebrare la sconfitta della ragione davanti alla stupidit, il momento che doveva restare impresso nella gente come monito per contrastare ogni disubbidienza. Essere differenti, sensibili, in grado di curare  con le erbe, era gi il marchio con il quale si faceva ingresso nell'anticamera
dell'inferno. Cos alla fine del 1500 in soli tre mesi Genova dovette assistere all'uccisione di circa cinquecento innocenti: moltissime vittime erano donne, segnate dalle torture e dalle sevizie. Dopo gli interrogatori, sotto lo sguardo compiaciuto di aguzzini e uomini di chiesa, chiunque confessava il proprio patto con il demonio: volavano le streghe sulla groppa di esseri infernali, portando carestie e malattie. Nel 1587 altri roghi si sarebbero alzati in questa terra, altri omicidi e altre torture: Triora, il borgo fortificato posto sotto la giurisdizione della Repubblica Veneta, visse non il terrore delle streghe bens la crudelt del vicario inquisitoriale di Albenga, Girolamo del Pozzo. Streghe e fattucchiere si annidavano - a suo giudizio - in ogni dove e proprio loro erano responsabili
della carestia che si era abbattuta nel borgo ligure. In tante
confessarono e molte di loro, come la nobildonna Isotta Stella, mor
in carcere dopo le torture alle quali era stata sottoposta. Quanti altri nomi di vittime innocenti sono scomparsi, debitamente cancellati da altri roghi. Uomini di Dio bruciarono i registri, sperando di occultare l'orrore di ogni interrogatorio, il nero delle loro anime descritto minuziosamente.
Lo spettro che vaga per piazza Banchi  una delle tante.
Caterina Manola, conosciuta con il soprannome di Cagna
Corsa, era stata messa in arresto il 6 luglio del 1630. Il capitano
di giustizia di Rapallo, Emanuele di Passano, dietro la denuncia
di tre abitanti del vicino villaggio di San Pietro di Novella,
aveva provveduto a incarcerare la donna con l'accusa di omicidio.
Le venivano infatti imputate le morti di tre neonati, figli
dei suoi accusatori, deceduti dopo un maleficio lanciato dalla
strega. A dare ulteriore prova della colpevolezza di Caterina era
arrivata la testimonianza di un compaesano, Nicol Multedo,
il quale aveva riferito di pratiche di magia nera compiute dalla
donna in pi di una occasione. Tanto bastava per trasferire nel
carcere genovese l'accusata e consegnarla nelle mani del boia.
In piazza Banchi la poveretta, originaria della Corsica, aveva
terminato i suoi giorni: non le era stato neppure riservato l'ultimo
atto di piet, che dava la facolt al carnefice di strangolare
prima la vittima, mettendola viva tra le fiamme.
Per i torti e le ingiustizie che ha dovuto subire nella vita
e il sopruso della morte cos violenta il fantasma di Caterina
vaga tra Genova e San Pietro di Novella a Rapallo. Appare cos
terribile anche ai nostri occhi a causa dell'ira che agita il suo
animo: condannata da innocente  in cerca dei suoi accusatori,
in un viaggio che forse avr fine quando il suo passato sar
riabilitato.
Osservarono ancora lo spettro, guardando meglio quello che
un tempo era un viso e ora si era trasformato in una maschera
colma di risentimento. Ferma davanti alla pietra che contrassegnava
il luogo del suo decesso, Caterina venne inghiottita
dal terreno, lasciando intorno a s un'aria gelida e nauseabonda.
Cercava ancora, la presunta strega, i suoi carnefici e i discendenti
dei suoi accusatori.
Prima di riprendere il cammino, alla ricerca del suo ultimo
quadro, Elisabetta accett di buon grado, e soprattutto dopo
l'incontro sconcertante con l'anima dannata di Caterina Manola, l'invito di Alessandro Stradella. Vorrei farti conoscere
un'anima pura, quello che fu un uomo in grado di sacrificare
la propria vita per salvare quelle dei suoi confratelli. Lasciarono
piazza Banchi per dirigersi verso il vicolo Morando e
poi svoltare nel vico degli Indoratori: le poche persone in giro
quella notte non fecero caso ai due fantasmi, presi sottobraccio
a canticchiare le arie pi allegre del giovane compositore.
Non passarono inosservati invece a un cucciolo di Bovaro del
Bernese. Il cane, nonostante la sua giovane et, aveva gi una
taglia ragguardevole e una forza muscolare di gran lunga superiore
a cuccioli di altre razze: con uno strattone e prendendo
alla sprovvista il giovane che lo teneva al guinzaglio, si liber
e corse scodinzolando verso i due fantasmi. A nulla servirono
i richiami del ragazzo, incredulo nel vedere quel batuffolone
di peli far le feste e guaire di gioia davanti al nulla. Elisabetta
e Alessandro ripagarono la sensibilit del cane con coccole e
carezze sulla pancia, mentre la lingua ruvida del Bernese incedeva
sulle mani dei suoi ammiratori. I due sorrisero pensando
a quanta sensibilit vi fosse tra gli animali, tanto da renderli
cos capaci di percepire la presenza di anime vaganti.
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LA TORRE GRIMALDINA.
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Noi crediamo in una serie indefinita di reincarnazioni dell'anima, di vita in vita, di mondo in mondo, di cui ciascuna
costituisce un progresso sulla precedente; noi possiamo ricominciare l'apprendistato quando non abbiamo meritato di passare ad un grado superiore, ma non possiamo retrocedere n estinguere spiritualmente.
GIUSEPPE MAZZINI.
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Le celle della torre Grimaldina, nel palazzo Ducale, sono
ancora impregnate dei ricordi del passato, di un trascorso
terribile costellato di sofferenze e dolori, di privazioni e torture;
Paradiso, Superbia, Gallina, Strega, questi alcuni dei
nomi che contrassegnavano le anguste stanze della detenzione.
Umide, buie, malsane, erano state utilizzate nel corso dei
secoli come carcere, il luogo di detenzione pi temuto della
Liguria. L'edificazione dell'imponente struttura, inglobata
nel palazzo gentilizio, era iniziata sul finire del 1200 e, dopo
una lunga serie di rimaneggiamenti, era stata destinata a prigione.
Elisabetta Sirani, entrata in quel luogo in compagnia
di Alessandro, iniziava a percepire ogni lontano mormorio,
ogni frammento di pensiero che si era sedimentato tra le
mura antiche. Sent la voce e la presenza di artisti del passato
incarcerati nella Grimaldina: ud l'accento straniero del pittore
olandese Pieter Muller, il famoso Capitan Tempesta, cos
abile nel raffigurare vascelli e navi nel mare in burrasca. In
queste celle aveva trascorso otto anni, accusato dell'omicidio
della moglie, avvenuto tra i carruggi genovesi nel 1676. Stessa
sorte era toccata al pittore Domenico Fiasella, esponente della
scuola barocca genovese: finito in carcere nel 1626 per aver
ferito un rivale in amore, era stato impegnato qualche anno
dopo nello stesso palazzo Ducale ad affrescare sia il grande
stemma della Repubblica genovese, situato nella scalinata
d'onore del palazzo dei duchi, che un tema sacro raffigurante
la Vergine e i santi Giovanni Battista, Giorgio e Bernardo. In
queste celle erano passati non solo uomini illustri, da Garibaldi
a Nino Bixio, ma anche personaggi quasi sconosciuti,
dai comuni malfattori ai sovversivi. Qui incontrarono, cos
come aveva preannunciato il compositore, lo spirito irrequieto
e tormentato di Jacopo Ruffni: era assiso davanti a una
cella, un pertugio stretto e buio, sul cui uscio era stata maldestramente
tracciata una scritta: Cella di Jacopo Ruffni.
Lo spettro aveva un portamento austero e nobile, avvolto da
un'aura tendente al celeste, segno della sua elevazione nel regno
dell'oltretomba. La pittrice ne riconobbe subito la bont
cos come avvert la fierezza con la quale guardava l'ingresso
di quello che era stato il suo letto di morte.
La mia vita  stata una battaglia, una lotta costante per difendere
gli ideali repubblicani, condividendo l'onore di avere
come compagno d'arme Giuseppe. Giuseppe Mazzini. Videro
allora il viso di Jacopo contrarsi in una smorfia di tristezza e
di amarezza per le tante vite sacrificate, per l'impegno profuso
nel combattere chi osteggiava il libero pensiero. Continu il
suo ricordare.
Eravamo nati nello stesso giorno, e le nostre case si trovavano a poca distanza, neppure a cinque minuti l'una dall'altra. Per volere paterno, avevo conseguito la laurea in Leggi, diventando in breve tempo vicepresidente del Tribunale di Prefettura:(44) annoiato da quell'impiego e soprattutto spinto dalle idee repubblicane di mia madre, Eleonora Curio(45), decisi di frequentare la facolt di Medicina, sotto la guida di Giacomo Mazzini, medico e docente universitario di Anatomia nell'ateneo genovese. Era il padre di Giuseppe, con il quale andammo a cementare tutte le nostre idee repubblicane. Lui, l'anima della Carboneria, amante dell'arte, della letteratura e abile suonatore di chitarra, riusc in breve tempo a catalizzare tutta la nostra attenzione sulle idee repubblicane. Il fervore mazziniano era tale da infondere in tutti noi la forza per combattere gli oppressori del popolo. Grazie alla mia professione di medico, subito dopo la seconda laurea, potevo muovermi liberamente tra la Liguria e la Savoia e nei territori francesi per mantenere i contatti con i nostri compatrioti italiani. Il mio ingresso nella Carboneria era avvenuto nel 1829: saranno anni
intensi, nei quali era reale e costante il pericolo di finire sotto i ceppi dell'autorit giudiziaria. Sar la polizia del Regno di Sardegna ad arrestarmi, irrompendo nottetempo nella nostra casa, il 13 maggio del 1833. Chiuso nelle carceri della Grimaldina, venni interrogato e torturato: picchiato pesantemente e trattato con una tale brutalit che aveva come fine quello di farmi rivelare i nomi dei miei confratelli, degli appartenenti alla Carboneria. Per i gendarmi e i giudici eravamo cospiratori, coloro i quali tramavano per invadere la Savoia e organizzare l'insurrezione di Genova contro il governo sabaudo.
La mia prigionia dur un mese e fu la forza d'animo a sostenere il
mio silenzio, mantenendo il mutismo davanti agli aguzzini; la notte
di mercoled 19 giugno del 1833, mentre dormivo stremato dalle
sofferenze, due guardie entrarono nella mia cella e mi sgozzarono,
tagliando anche le mie vene. Ero condannato all'impiccagione ma il
timore di una rivolta popolare arm la mano dei miei assassini. La
mia morte venne fatta passare per un suicidio: una fandonia utile per
placare gli animi della cittadinanza.
Il suo corpo venne gettato in una fossa comune per evitare
che la tomba di quel martire del libero pensiero e dell'idea repubblicana diventasse la meta di un pellegrinaggio degli antimonarchici.
Il suo fantasma, il suo spirito vaga ancora per i carruggi per far tappa nella torre Grimaldina, alla ricerca dei suoi vecchi carnefici. Non  raro incontrare la sua ombra durante la notte, mentre sosta davanti alla casa natale di Giuseppe Mazzini. Rimpiange amaramente la sua sorte, di non aver assistito alla nascita di quello stato repubblicano per il quale aveva combattuto. A volte lo spettro di Jacopo si materializza davanti a chi reputa sia la reincarnazione dei suoi accusatori e dei suoi assassini. Si present anche al cospetto di Eusapia Palladino, la controversa medium che influenz positivamente Cesare Lombroso. Oggi Jacopo fa sentire tutta la sua amarezza e tristezza con sospiri e gemiti: gli stessi che s avvertono tra le mura umide e fredde della torre carceraria.
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Note.
44. Si chiam tribunale di seconda cognizione dal 1815 al 1822, tribunale di prima cognizione dal 1848 e tribunale provinciale dal 1855 al 1860.

45. Eleonora Curio Ruffni (nata a Genova, nel 1781, deceduta a Taggia l'il novembre 1856). Patriota convinta, per tutta la vita fu punto di riferimento per la famiglia e in particolare per l'attivit politica dei figli Jacopo e Giovanni,  entrati nel 1830, con
l'approvazione della madre, nella Carboneria con Mazzini (che Eleonora conobbe e sul quale ebbe grande influenza).
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TOSCANA.
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AMANTI, TRADIMENTI E SPIRITI DOLENTI.
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Mi vergogno e mi pento di essermi opposto con tanta tenacia alla possibilit dei cosiddetti fenomeni spiritistici.
CESARE LOMBROSO.
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La stanza che si affacciava nel centro storico di Lucca, in
piazza Cittadella quasi a ridosso di Corte San Lorenzo, era ampia
e confortevole ma soprattutto - per via della vicinanza con
la casa natale di Giacomo Puccini(46) - era in grado di suscitare
emozioni e romanticismi capaci di far breccia profonda nel
cuore degli amanti della musica classica. Suo padre, in onore
del compositore lucchese, l'aveva chiamata Tosca(47) forse presagendo
il carattere eroico e coraggioso della figlia, simile se non
uguale ai tratti dell'eroina pucciniana, emblema della forza e
della vitalit. Cos Tosca, la donna reale, era vissuta tra musica
e spartiti, tra passioni paterne e la sensibilit spiccata della
madre verso l'invisibile. Nella piccola si erano depositati, come
note in un libretto d'opera, tutti i pregi di quella famiglia che
aveva le sue origini nella lontana Sicilia. Tra i numerosi trasferimenti del genitore, ufficiale dei Carabinieri, Lucca aveva
visto nascere Tosca il 29 novembre del 1924, lo stesso giorno
in cui - a Bruxelles - Puccini moriva all'et di sessantasei anni.
Insieme alla formazione scolastica, Tosca aveva sviluppato la
capacit di percepire l'invisibile, di entrare in contatto con coloro
che erano trapassati: la dote materna si era ulteriormente
sviluppata in lei dandole la possibilit di sentire le energie sottili che provenivano dai luoghi o dagli spiriti. Quella sera destate, in una Lucca accarezzata da un vento tiepido, Tosca era
tornata nella casa dei genitori, abitazione che aveva ereditato
con la scomparsa dei suoi. Era il luogo dei ricordi e il rifugio
nel quale amava ritrovare le sensazioni pi vive della sua vita:
nell'atmosfera ovattata della casa pareva che il tempo si fosse
fermato, congelato in fotogrammi di una storia passata nella
quale vedeva i gesti dei genitori, le loro passioni. Tosca prese
dalla libreria uno dei dischi della collezione paterna: scelse
accuratamente l'interpretazione di Renata Tebaldi e Mario
del Monaco della sua opera preferita, quella che portava il suo
nome. Accese l'impianto stereofonico e poggi delicatamente
la puntina del giradischi sulla superficie nera del vinile: la
stanza si anim delle voci della soprano e del tenore diretti da
Francesco Molinari-Pradelli(48).
Tosca si sdrai sopra la chaise longue dello studio, socchiudendo
gli occhi: aveva ancora in mente le immagini del laghetto
dell'orto botanico cittadino, i tonici movimenti della passeggiata
pomeridiana tra alberi ed essenze profumate. Sensazioni
contrastanti che spaziavano tra l'armonia del luogo e il ricordo
dei racconti che, fin da bambina, sentiva intorno a quello
specchio d'acqua: si assop, tra i sogni e le visioni, tra voci e
musiche. In quello stato d'abbandono, nel quale il suo corpo
pareva fluttuare, sent un brivido fastidioso correre lungo la
schiena, una sensazione spiacevole di freddo e umido: si svegli
di scatto mentre nelle casse acustiche dell'impianto stereofonico
risuonava un'aria nota. Ascolt, con un misto di disagio
e di smarrimento, l'aria del secondo atto della Turandot.
Nella cupa notte, vola un fantasma iridescente, s'alza e spiega l'ale sulla nera e infinita umanit.
Tutto il mondo l'invoca e tutto il mondo l'implora.
Ma il fantasma svanisce coll'aurora, per rinascere nel cuore.
Ed ogni notte nasce ed ogni giorno muore.
Guard il piatto del giradischi, lo osserv con spavento. La
luce che segnava il suo funzionamento era spenta, eppure i diffusori
inondavano la stanza di musica, di un'aria classica differente
da quella che lei aveva scelto. Opere diverse, dello stesso
compositore. Tosca e ora la Turandot.
In quel momento gir leggermente la testa, guardando alla
sua destra in direzione della libreria del padre: una figura alta,
avvolta in un pesante mantello nero, la osservava. Quelli che
un tempo dovevano essere occhi si erano trasformati in cavit
nere, su cui sembravano ardere dei tizzoni rossastri, inquietanti
e minacciosi. Un viso, di una femminilit svanita da tempo,
pareva sogghignare con cattiveria, lasciando intravedere una
fila disordinata di denti scuri. La pelle cadente e raggrinzita
era segnata da solchi profondi.
Dalla sua bocca uscirono dei suoni, prima flebili, poi netti e
cupi: Ero bella, tanto bella e affascinante... bella e desiderata.
Tosca guard terrorizzata quell'apparizione, quello spettro
orribile. Tent di parlare ma dalla sua bocca non usc una sillaba:
cos contratta dallo spavento vide la sagoma scura svanire
nel buio della stanza. Non era la prima volta che Tosca entrava
in contatto con anime dei defunti, ma si era sempre trattato di
incontri positivi e avvolti dalla luce. Questa apparizione era
ben diversa, negativa, carica di un rancore antico, cos nefasta
da privarla di ogni forza. Guard ancora intorno, accertandosi,
a luce accesa, che la stanza fosse vuota. Sentiva ancora l'olezzo
che quella presenza aveva lasciato nell'ambiente, un odore di
muffa e di stantio: antico odore di decomposizione. Scossa e
tremante si avvi verso il bagno: sentiva un freddo anomalo e
dalla fronte scendevano gocce di sudore che le bruciavano gli
occhi. Si chin sul lavandino per lavare, con acqua tiepida, la
sensazione di disagio e di paura. Con la mente in subbuglio,
impegnata a chiedere un perch di quell'evento, Tosca si sollev
per guardarsi allo specchio.
La vide. Alle sue spalle ricomparve con le sembianze di una
donna affascinante, dalla pelle rosea e curata, dal sorriso accattivante e malizioso: era cos vicina alla sua schiena da avvertire il suo respiro, il suo fetore. In un attimo quello spettro assunse le sue vere sembianze, torn a essere la cupa rappresentazione del disfacimento della morte. Quando sent la sua mano afferrarla, in una morsa gelida, ebbe solo il tempo di gridare, prima di cadere a terra svenuta.
In quello stato di incoscienza vide se stessa distesa e abbandonata
sul pavimento, si osserv da spettatrice di un viaggio
extracorporeo: quando si riprese l'alba stava illuminando il
pavimento mentre i suoi muscoli cos rattrappiti stentavano a
rispondere ai comandi del cervello. Stette seduta per qualche
minuto, appoggiando la schiena alla parete del bagno, rimuginando
su quanto era accaduto quella notte, sul significato
di quella apparizione. In qualche maniera poteva ricollegare
l'episodio alla sua passeggiata nel verde cittadino e alla suggestione dei racconti che riguardavano spettri di antiche donne
rapite dal diavolo. Leggende e storie che circolavano intorno
allo specchio d'acqua immerso nel verde.
Elisabetta Sirani la raggiunse, richiamata da quella che sembrava
una disperata richiesta d'aiuto lanciata da Tosca: la donna,
cos sensibile e capace di canalizzare voci e contatti con
l'aldil, aveva pregato perch le giungesse in soccorso una delle
anime di luce che pi volte in passato aveva contattato. Lo spirito
della pittrice bolognese si present davanti a lei con delicatezza
e con altrettanta dolcezza le parl, raccontandole di
quella anima che le si era presentata la notte prima.
Tosca carissima, nella tua vita hai sempre avuto modo di sentire e di
percepire cose che a molti umani sono negate: tua madre ti ha dato un
dono che, nel corso della vita, si  fortificato e amplificato. Non  casuale che sia stata testimone di un evento, un fatto che nella sua negativit, ha pur sempre un lato differente. Hai incontrato l'anima errante di  una donna, una tua conterranea vissuta nel 1600. Lucida Saminiati era nata da una famiglia agiata d'origine toscana e, come usanza del tempo,  era andata in moglie molto giovane al conterraneo Vincenzo Diversi. La loro era stata un'unione assai breve: il matrimonio era finito nel sangue con l'uccisione del giovane Vincenzo per motivi - cos narrer la storia- legati al possesso di un terreno. Dietro questo omicidio si poteva invece celare il carattere esuberante e libertino di Lucida, cos attratta dagli uomini e dalle loro abilit amorose. Un decesso che porta ben presto la giovane vedova a risposarsi con l'esponente di una delle nobili e ricche famiglie di Lucca, quella dei Mansi. Gaspare Nicolao Mansi faceva parte di una schiatta di importanti commercianti di tele e seta,
abituata ad aver rapporti daffari con l'Europa del nord e soprattutto
con le Fiandre. I suoi continui contatti di lavoro avevano tra l'altro incentivato la passione di Gaspare verso l'arte: collezionista e mecenate il Mansi era ben pi anziano di Lucida, capace tuttavia di soddisfare quasi ogni suo desiderio. Lei d'altro canto, con il matrimonio, non aveva perdute le voglie e le brame amorose: anche nella maturit era sua abitudine consumare amori clandestini con amanti occasionali. Una mantide religiosa capace di uccidere i suoi focosi ragazzotti attirandoli in una trappola. Consumato il rapporto clandestino faceva precipitare i malcapitati in buche profonde, condannandoli ad una morte orribile.
Arriv a ricoprire di specchi la residenza Mansi, il meraviglioso palazzo nobiliare, per ammirare in ogni momento la propria bellezza. Con il passare degli anni e con lo sfiorire della giovent tent un patto scellerato con le forze oscure, promettendo la propria anima in cambio della bellezza. Trent'anni dur il contratto con gli spettri neri, allo scadere dei quali la sua bellezza sfum improvvisamente: mor non di peste, perch questa si era gi abbattuta su Lucca nel 1630, ma di disperazione e malattia. And via da questa terra con acrimonia e odio, circondata dal livore e dall'astio degli uomini che aveva ucciso. Port nella tomba tutto il risentimento delle vite spezzate, di coloro che erano stati attirati nella sua trappola sensuale e criminale.
Tosca ascolt quella storia, rabbrividendo al pensiero di
quelle mani spettrali che l'avevano toccata: forse, con un angolo
di visuale diverso, il gesto dello spettro poteva risuonare
come una richiesta d'aiuto, un pentimento tardivo per i troppi
delitti commessi. Ascolt ancora Elisabetta Sirani, ud il racconto
di quella giovane pittrice strappata alla vita, impegnata
in una ricerca d'un quadro dal valore spirituale immenso.
Ti aiuter a pacificare quell'anima, liberandola dal peso delle
sue colpe. Tu sei stata scelta per via della tua sensibilit e per
le doti artistiche che conservi nel cuore. Compiremo insieme
un passo per dare a questo fantasma il modo di saldare i propri
debiti con il destino.
Il giorno successivo Tosca si rec nella via Elisa, dove un
tempo sorgeva la chiesa dei Cappuccini: era quello il luogo nel
quale Lucida Saminiati Mansi era stata sepolta, tumulata nella
tomba di famiglia dell'ultimo marito. Gaspare nonostante l'et
era sopravvissuto ancora, tanto da poter ammirare la quasi
completa ristrutturazione della splendida Villa Mansi in localit
Segromigno in Monte di Capannori. Lucida, sul cui capo
pesavano le voci che la accusavano di omicidi plurimi e di una
vita dissoluta, era costretta a vagare tra le residenze di famiglia,
nei luoghi stessi dove aveva celebrato il fasto di una bellezza
narcisistica. Il suo spirito tormentato, quello che turbava i
sonni e le notti di molti lucchesi, era andato in cerca dell'unica
donna - quella Tosca dalla spiccata sensibilit verso l'ultraterreno
- in grado di liberarla dal fardello dell'odio e del rancore.
La notte dedicata a san Giovanni Battista era stata scelta
da Elisabetta per compiere il rito di purificazione nei confronti
dello spirito di Lucida. Il fantasma di Elisabetta Sirani
aveva suggerito a Tosca il rituale antico di liberazione:
cos la donna -l'amante della musica lirica e dell'arte - aveva
raccolto e confezionato un mazzo di erbe per propiziare l'esorcismo.
Sette erbe diverse erano state scelte, ognuna con
una caratteristica magica precisa: l'iperico, conosciuto come
scacciadiavoli, contro il malocchio, l'artemisia per la fertilit,
la ruta, la mentuccia, il rosmarino, il prezzemolo, l'aglio,
la lavanda. Ogni erba era legata alla magia, alla prosperit,
all'allontanamento del maligno e delle negativit. Poco prima
della dodicesima ora della notte Tosca tracci sul lastricato
un cerchio di pece, disponendo al suo interno cinque candele
celesti; aveva avuto anche cura di mischiare al composto infiammabile
dell'incenso in grani, necessario per sacralizzare lo spazio cerimoniale.
Elisabetta guardava con silenzio religioso le mani della donna
che si muovevano veloci a comporre lo scenario magico:
quando ogni cosa era disposta in maniera giusta e perfetta,
secondo il rituale antico, la chiamarono. Lucida si present
davanti ai loro occhi ammantata di nero, preannunciando la
materializzazione con un odore ammorbante e nauseabondo.
La faccia deturpata dalla sofferenza e dal risentimento era contratta
in una smorfia che sapeva di sfida: in lei si agitava da un
lato un barlume antico di bont e - a prendere il sopravvento
- lo spirito demoniaco e assassino. Venne attratta all'interno
del cerchio, il cui contorno nero le riportava alla mente le fosse
nelle quali spingeva i suoi amanti: in quell'istante, con rapidit,
Tosca dette fuoco al composto infiammabile aiutandosi
con un cerino; era quello il confine di lingue rosse e purificatrici
che avvolse lo spirito di Lucida, impregnando l'aria del
profumo dell'incenso e di erbe bruciate. Videro il lento cambiamento:
lo spettro, dal nero profondo, aveva prima assunto
una tonalit rossastra che pareva specchio delle fiamme in cui
era avvolto, virando verso il giallo e poi al bianco. Il procedere
della cerimonia si stava esaurendo, come il fuoco che aveva
circondato lo spettro. Il silenzio che circondava quegli istanti
venne infranto dalla voce di Lucida, dal suo addio al mondo
di mezzo della sofferenza degli spiriti. Tese la mano oltre la
leggera cortina di fumo, mostrando una pelle che pareva giovane
e rosea, per raccogliere un mazzo di verbena che Tosca
le stava porgendo. Abbandon quel suo involucro dannato,
dove la sfrenata ricerca del piacere era sfociata nella perversione
narcisistica e nelle uccisioni dei suoi amanti. Quando le
salut, il suo corpo era giovane e delicato, avendo riassunto le
sembianze di una ragazzina ancora non avvolta dal perverso
mondo dell'ostentazione. Cos, mentre le fiamme ormai erano
consunte, lo spettro di Lucida si conged dalle donne che l'avevano
liberata e purificata, svanendo lentamente in una immagine
trasparente e impalpabile.
Da una finestra, in prossimit di quella strada, un nottambulo
ascoltava l'ultimo atto della Turandot... principessa d'oriente
e glaciale sacrificatrice di pretendenti alla sua mano. Sentirono,
guardandosi negli occhi, il coro dell'opera mai conclusa
dal Puccini, i passi dell'addio.
Amor! O sole! Vita! Eternit!
Luce del mondo e amore!
Ride e canta nel sole l'infinit nostra felicit!
Gloria a te! Gloria a te! Gloria!
Lucida, non pi maligno spettro, frequenta ancora i vicoli e
le piazze della sua infanzia, guardando con tenerezza il passare
dei giorni e la bellezza delle architetture.
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Note.
46. Giacomo Puccini (Lucca, 22 dicembre 1858-Bruxelles, 29 novembre 1924)  stato un compositore italiano, considerato uno dei maggiori e pi significativi operisti della storia musicale. La sua casa natale  a Lucca, in Corte San Lorenzo al numero 9.

47. Tosca  un'opera lirica in tre atti di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Mica. La prima rappresentazione si tenne a Roma, al Teatro Costanzi, il 14 gennaio 1900. Il libretto deriva dal dramma La Tosca di Victorien Sardou, rappresentato per la
prima volta il 24 novembre 1887 al Thatre de la Porte-Saint-Martin di Parigi, il cui successo fu legato soprattutto all'interpretazione di Sarah Bernhardt.

48. Francesco Molinari Pradelli (Bologna, 4 luglio 1911-Bologna, 8 agosto 1996)  stato un direttore d'orchestra e collezionista d'arte italiano.
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IL FANTASMA, GLI SPETTRI INNAMORATI E LA SERENDIPIT FIORENTINA.
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Et perch la natura ha per subbietto,
nelle sue operazioni,
et effetti principalmente i quattro elementi...
essendo le facce quattro
io ne accomoderei uno per ciascuna
in quel miglior modo che si potessi...
VINCENZO BORGHINI (49).
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Serendipity! Ovvero serendipit... quando Horace Walpole
coni questo termine nel 1754, affascinato dalla lettura della
fiaba I tre principi di Serendip(50), mai avrebbe pensato che il caso
o la fortuna avrebbe portato viaggiatori e poeti alla scoperta di
cose ed eventi non cercati. Trovare qualcosa con stupore mentre
si cerca altro... Firenze, la citt dell'Arte nella pi alta accezione del termine, doveva molto all'idea che i viaggiatori d'Oltralpe e i rampolli delle casate inglesi nutrivano nei confronti
dell'Italia: il luogo, la terra delle Muse. Cos la capitale culturale dell'Italia del 1700, la Firenze dei granduchi, era divenuta meta del Grand Tour, sinonimo di istruzione culturale e poi fenomeno mondano. Horace Walpole(51), affascinato dal contesto
artistico italiano, manteneva stretti rapporti con Firenze, citt
nella quale la comunit inglese era nutrita e capace di farsi
promotrice d'altrettanta cultura. I salotti, le riunioni, i cenacoli
e i circoli erano animati dai sudditi di Sua Maest Britannica,
da esponenti di Quella nobilt e borghesia che avevano trovato
residenza stabile nel Granducato. Era la Firenze alchemica,
l'athanor nel quale la potente famiglia de Medici lavorava su
alambicchi e crogioli, tra fuochi e acque sottili: il colto e dotto
Francesco I nel 1582 trasferisce le diverse botteghe per la fusione
dei metalli, per l'oreficeria, al secondo piano del sontuoso
palazzo degli Uffizi, proseguendo una ricerca che dester
non poche paure a Roma, nella citt papalina. Sar Ferdinando I
de' Medici a porre fine non solo all'interesse alchemico del
fratello maggiore ma anche alla sua chiacchierata storia con
Bianca Cappello. I due moriranno avvelenati il 19 ottobre del
1587 nella villa medicea di Poggio a Caiano, mettendo fine
temporanea a una serie di omicidi e di vendette consumati sotto
il blasone dei nobili fiorentini. Erano trascorsi undici anni
dalla morte violenta di due delle donne di prestigio della famiglia,
omicidi consumati sotto lo sguardo complice dello stesso
Francesco I: la prima a finire i propri giorni, strangolata dal
marito Pietro de' Medici, era stata Dianora Alvarez de Toledo
y Colonna, uccisa per gelosia e per una presunta relazione con
Bernardo Antinori. Il giovane amante la seguir ben presto,
morendo in carcere dove era stato rinchiuso per futili motivi.
Uguale destino doveva toccare a Isabella de' Medici, sorella di
Francesco, uccisa nella villa di famiglia dal marito Paolo Giordano
Orsini. Venne soffocata con un laccio dal consorte per
una presunta relazione con l'uomo di lettere fiorentino Lelio
Teorelli, al quale sar riservata una morte cruenta sotto i colpi
di alcuni sicari rimasti ignoti. Una scia di sangue, mistero, vendette e sete smisurata di potere che aveva lasciato in vita i due mandanti e assassini delle donne: Pietro de' Medici sarebbe
morto a Madrid non ancora cinquantenne, mentre sorte migliore
tocc a Paolo Giordano Orsini. In cambio del suo silenzio
gli venne donata la villa Baroncelli, dove tra illeciti traffici e
trame oscure, soddisfaceva la propria indole con le numerose
cortigiane alloggiate nella residenza toscana.
Vendette, trame e congiure si erano consumate nell'arco di
un tempo breve, lasciando memoria nelle narrazioni e nelle testimonianze orali: erano questi alcuni dei temi che destavano
l'interesse, oltre all'arte e alle scienze, della comunit anglosassone che viveva nella Firenze settecentesca. La citt delle arti, che con la morte di Gian Gastone aveva assistito alla scomparsa
della dinastia de' Medici e alla rinascita di una Toscana
governata da Francesco Stefano di Lorena, viene ora guidata
da Marc de Beauvau, principe di Craon, che il 9 luglio 1737 
destinato a presiedere il Consiglio di Reggenza. Il principe di
Craon, oltre a essere un abile diplomatico e uomo di cultura, 
esponente di spicco di quelle idee liberali e innovative che troveranno nella Chiesa di Roma un nemico acerrimo. Marc de
Beauvau  massone di alto rango e chiama intorno alla propria
persona una serie di esponenti della stessa Libera Muratoria.
Il 1738  l'anno cruciale che segna la definitiva presa di posizione
di Roma nei confronti della Massoneria: il 16 luglio del
1730 era stato incoronato papa il fiorentino Lorenzo Corsini,
salito al soglio di Pietro con il nome di Clemente dodicesimo, politico
assai attento alle vicende e alle cronache della sua citt natale.
 sotto questa luce che si inquadra la preoccupazione del Vicario
di Cristo verso la sempre pi importante presenza della
libera muratoria a Firenze, con personaggi di spicco e capaci di
indirizzare le scelte politiche ed economiche del Granducato;
oltremodo infastidito dal peso culturale della comunit inglese
e dalla sempre pi massiccia circolazione di pubblicazioni
invise alla Chiesa, il pontefice compie un'azione di forza verso
i Figli della Vedova, i frammassoni, emanando il 28 aprile del
1738 la bolla In eminenti apostolatus specula.  la rottura definitiva tra i sostenitori del dogma e i fautori del libero pensiero; la scomunica colpisce chiunque entri a far parte dell'organizzazione iniziatica, stigmatizzando la dottrina massonica come portatrice di sventure, malefici, eresie nonch culla degli adoratori del demonio. Dietro la scomunica papale si nascondeva il forte contrasto e gli attriti fra il governo granducale e il partito curiale guidato dal nipote di papa Clemente dodicesimo, il cardinale Neri Maria Corsini(52). Di carattere forte e deciso, implacabile nel perseguitare gli avversari, il prelato fiorentino era affiancato da un intransigente francescano, Paolo Ambrogio Ambrogi,
altrettanto implacabile nell'individuare e colpire le eresie cos
come amabilmente cedeva alle lusinghe della carne. Furono i
due componenti del tribunale inquisitoriale fiorentino a colpire
uno dei personaggi di spicco della cultura toscana, massone,
poeta, strenuo difensore del primato della ragione sul dogma.
Tommaso Crudeli era nato nel 1703 nella provincia di Arezzo,
nel borgo di Poppi: laureato all'universit di Pisa nel 1722, divenne
precettore a Venezia per la famiglia Contarini per fare
ritorno in Toscana, a Firenze, dove inizi a svolgere l'attivit
di insegnante d'italiano dentro la nutrita cerchia degli inglesi
presenti in citt. Tommaso Crudeli, il libero pensatore e il perseguitato...
L'arte e la ricerca avevano spinto Elisabetta verso la capitale
dell'arte, il luogo nel quale - in vita - aveva stupito con la propria maestria e sveltezza di tratto la corte granducale. I Medici di Firenze erano stati i suoi grandi estimatori e ammiratori,
con le donne del casato a favorirne il successo e la fama anche
oltre confine: Margherita de' Medici aveva promosso la sua
Madonna col Bambino, Santa Elisabetta e Santa Margherita, e
Vittoria della Rovere era stata la committente del dipinto Amorino
Trionfante, nel 1661, destinato come dono di nozze per la
nuora di Vittoria, la principessa di Francia Marguerite-Louise
d'Orlans. Seguendo l'esempio delle due estimatrici della pittrice
bolognese, il principe Leopoldo de' Medici, fratello di
Margherita e grande collezionista, aveva commissionato la sua
allegoria del buon governo dei Medici: Giustizia, Carit e Prudenza.
Una citt nella quale il cuore di Elisabetta aveva battuto forte,
con ritmo ed emozione, il luogo nel quale ritornava da fantasma
per riprendere le fila della sua ricerca. Quale luogo, se non
quello, avrebbe potuto conservare il suo dipinto perduto? Si
ferm per un attimo in via de' Benci, davanti alla casa dove un
mecenate e collezionista inglese aveva raccolto un tesoro d'arte:
il palazzo Corsi nasceva su un antico fabbricato trecentesco
appartenuto alla famiglia Alberti, edificato tra due antiche
strade del quartiere di Santa Croce, via de' Benci e corso de'
Tintori, in prossimit dell'antico ponte alle Grazie. Era stato
Herbert Percy Horne ad acquistare il palazzo nel 1911 dagli
eredi della famiglia Burgisser per trasformarlo in luogo d'arte
e di cultura. Il Museo Horne. Londinese, nato nel 1864, faceva
parte della seconda generazione degli anglo-fiorentini, affascinato
dalla citt sull'Arno nella quale aveva sviluppato non solo
l'attivit di antiquario, coltivando anche l'amore per la musica,
il teatro e la scrittura di un importante studio sul Botticelli.
Alla sua morte nel 1916 destin il palazzo e la ricca collezione
alla fruizione pubblica, dando corpo a una delle eccellenze
culturali fiorentine: amante dell'arte e della citt che lo aveva
affascinato, Horne volle essere seppellito nel cimitero Degli
Allori, dove riposano molti suoi compatrioti.
Cos assorta nel pensare a disegni, dipinti e sculture racchiusi
in quello scrigno fiorentino, Elisabetta quasi non s'accorse
della presenza di un antico spirito, un fantasma che la stava
osservando gi da tempo, studiandone le mosse e ammirando
la bellezza dei tratti del viso.
Si present davanti a lei, spirito irruento  vivace, cos come
era stata in vita. Margareth, mi chiamo, scandendo il suo
nome con un lieve accento inglese, Margareth Rolle per la
precisione, quindicesima baronessa Clinton ma meglio conosciuta
come Lady Walpole. Aveva un fare sbarazzino, mostrando
una vena di allegria e di spensieratezza nei movimenti
e nel parlare, suscitando immediata simpatia nella sua interlocutrice.
Che fosse il fantasma di una donna che aveva avuto un'esistenza terrena colta e raffinata lo si percepiva dalla gestualit,
dalla cura delle vesti che aveva indosso, le stesse che
aveva scelto per la propria sepoltura. Le stelle pi luminose
che questa notte brillano su Firenze, inondando di una luce
tenue i nostri contorni, quelli che molti esseri viventi non possono
percepire, riportano alla mia mente un altro viaggiatore,
incantato da questo cielo terso. Le parole di Lady Walpole
fluivano cos armoniose da riportare alla mente di Elisabetta
l'aria della Pavana di Gabriel Faur, dolci note che sembravano
intrecciarsi sopra l'architettura del Museo Horne, davanti al
quale si trovavano.
Parole musicali quelle di Lady Walpole.
In vita incontrai un altro viaggiatore, un amante delle scoperte e delle bellezze che ci circondano. Era un astronomo, che avrei il piacere di salutare nuovamente, cos come lo osservai intento a scrutare il cielo fiorentino. Un erudito che arriv in Italia e giunse a Firenze nel 1765.
Vidi Jrme Lalande(53) durante il suo Grand Tour, accolto dai fratelli della libera muratoria fiorentina, stretti intorno alla sua cultura accademica e al fascino che esercitava. Lalande, oltre a essere un esponente di spicco della loggia parigina Les Neuf Soeurs, una delle pi attive e culturalmente elevate tanto da finanziare anche l'Accademia Reale delle Scienze, dedic la propria vita allo studio e alla ricerca. Curioso e intraprendente, stabil con i suoi confratelli fiorentini un rapporto che si protrasse nel tempo. Non a caso ti parlo della massoneria di Firenze perch sono ancora oggi ricordata come l'eroina dei liberi muratori, la paladina del pensiero libero ed anche l'abile tessitrice di rapporti che - in quel periodo oscuro dell'Inquisizione fiorentina compreso nei primi cinquantanni del 1600 - portarono alla liberazione di molti personaggi accusati di eresia o stregoneria.
Lady Walpole la condusse verso piazza Santa Croce, davanti
a quello che fu per il luogo d'incontro degli uomini di cultura
fiorentini, inglesi, francesi e svizzeri un salotto non mondano
ma un cenacolo nel quale si disquisiva dei temi sociali e politici,
delle arti e delle scienze.
Questo palazzo, d'antica propriet della famiglia Cocchi-Donati, venne abitato per lungo tempo dal medico Antonio Cocchi, persona eclettica e dalla mente fervida che avr - come sentirai, cara Elisabetta - un ruolo di rilievo nella vita cittadina e nel promuovere il libero pensiero.
Lui era nato per caso a Benevento perch suo padre Giacinto, di Borgo
San Lorenzo, era stato inviato in Campania come agente dei Marchesi
Rinuccini di Firenze. Diviso tra carriera universitaria e scrittura, il Cocchi divenne in breve tempo il punto di riferimento della comunit inglese della citt, aprendo il suo palazzo non solo alle serate culturali ma alloggiando tra i suoi saloni la prima loggia massonica inglese a Firenze. Lo stesso Antonio Cocchi(54) venne iniziato nella libera muratoria da Lord Charles Sackevillt e Sir Harry Fox, scalando in breve tempo i gradi iniziatici. Tra gli inglesi, i nostri vicini svizzeri e i francesi, la loggia era divenuta in breve tempo il punto di riferimento culturale della
citt, il centro di un pensiero libero nel quale io stessa ero diventata animatrice, propugnando idee innovative e forse troppo in contrasto con l'oscurantismo proposto dalla Roma papalina.
Elisabetta Sirani osserv gli occhi della sua guida e intravide
un velo di amarezza, tra i ricordi che si riaffacciavano dai
tempi antichi. Erano gli anni, quelli del seicento, nei quali
l'Inquisizione faceva strage di pensatori e scrittori, di donne
colte tacciate di stregoneria: s'affacciavano nella mente della
pittrice bolognese le immagini dei tanti roghi e delle torture,
delle confessioni estorte con l'inganno, delle morti violente
come quella di Giordano Bruno. Altro martire del pensiero libero.
Altro stregone capace di ammaliare con il ragionamento
le menti sveglie e vivaci. Termin i suoi giorni nella Roma pi
oscurantista, condannato a un rogo che sar destinato a scuotere
le coscienze per i secoli a venire.
Tra questi saloni lo incontrai per la prima volta e mi fu presentato
proprio da Antonio Cocchi: Tommaso Crudeli era appena trentenne
quando venne iniziato, per volere di numerosi amici e conoscenti, alla massoneria. Fui colpita subito dalla sua capacit di affrontare temi differenti, spaziando dall'arte alla poesia, dalle leggi alla matematica: era un giovane di carattere, forte d'animo e deciso, strenuo sostenitore dei diritti degli uomini e mai poteva immaginare che il 5 maggio del 1735 - il giorno dell'iniziazione - avrebbe segnato in maniera cruenta il suo destino. Crudeli divenne, insieme ad altri suoi confratelli, il  bersaglio del partito curiale di Firenze: le sue rime e le composizioni, rappresentavano la spina nel fianco per l'ortodossia cattolica, per quel Cardinal Corsini
cos impegnato a difendere un potere cupo e opprimente. Furono le
poesie e le numerose prese di posizione contro l'oppressore del libero pensiero a far cadere sul poeta le ire ecclesiastiche. Quattro anni dopo il suo ingresso nella massoneria venne arrestato con l'accusa di eresia, sodomia e pubblicazione di testi blasfemi: il 9 maggio 1739 si aprivano per lui le porte del carcere della Congregazione del Sant'Uffizio. Sar un anno di duri interrogatori, di torture, di abusi volti a far confessare all'inquisito colpe e peccati mai compiuti; si cercava di aver nomi di altri personaggi da gettare in carcere, uomini in contrasto con l'oscurantismo, possibili cospiratori contro il potere economico, spirituale e materiale che gravitava intorno al cardinale Corsini. Crudeli, nonostante l'aggravarsi delle condizioni di salute, rese ancora pi precarie da una detenzione rigida in un ambiente malsano, non rivel mai ai suoi aguzzini i nomi dei propri confratelli.
Non si erano ancora sopite le polemiche e le dure reazioni
che riguardavano la vicenda di Galileo Galilei, il lungo contenzioso
scientifico e religioso che aveva preso le mosse il 21
dicembre 1614 quando dal pulpito di Santa Maria Novella, il
frate domenicano Tommaso Caccini aveva lanciato un pesante
attacco contro quelli che definiva matematici moderni. Le ire
del Caccini erano rivolte in particolare contro Galilei, matematico
e filosofo del granduca Cosimo II de' Medici, accusato
di contraddire le Sacre Scritture con le loro concezioni astronomiche
ispirate alle teorie eliocentriche copernicane. L'abiura
dell'oramai settantenne scienziato nel convento romano di
Santa Maria Sopra Minerva, il 23 giugno del 1633, non sopir
la polemica sopra l'operato cardinalizio e inquisitoriale cos
come la morte di Galileo, l'8 gennaio 1642, non placher la
sete di vendetta di molti porporati.
Lady Margareth Walpole, guardando le finestre di palazzo Cocchi, ebbe un moto di stizza, risentimento contro le malelingue che - dietro suggerimento di alcuni prelati - iniziarono a circolare su di lei, per le sue frequentazioni e i suoi rapporti con la loggia massonica fiorentina.
Mi impegnai con forza, quando erano trapelate le condizioni di salute
di Tommaso Crudeli, per la sua liberazione: grazie alle conoscenze e
al rango, alla mia abilit nell'intessere relazioni anche con le gerarchie ecclesiastiche, riusc a rendere meno dura la prigionia dell'accusato.
Tommaso venne trasferito dalle luride e buie carceri dell'Inquisizione nella Fortezza da Basso, in una prigionia sicuramente meno dura e sotto la tutela granducale. La dura detenzione aveva lasciato segni  profondi nel fisico del poeta che, a distanza di due anni trov finalmente la libert. La grazia arriv per lui nel 1741 non riuscendo tuttavia a sanare le ferite fsiche e morali della prigionia: trascorse gli ultimi anni della propria vita circondato dai confratelli e dagli estimatori del suo lavoro, lavorando su numerose composizioni e rime, una delle quali
venne dedicata a me. Quando egli mor, nel suo borgo natale di Poppi,
il 27 marzo del 1745 lasci un vuoto enorme nella nostra comunit,
nel circolo che con la sua cultura, la sua ironia e l'irriverenza con la quale colpiva l'oscurantismo, aveva vissuto un periodo d'oro e di grande affiatamento. Lo piansi con sincero affetto, non prestando fede alle malelingue che mi dichiaravano come sua amante. Divenni, anche per l'impegno profuso nel liberarlo dalle prigioni ecclesiastiche, eroina della massoneria e punto di riferimento di quella cultura che non avrebbe mai piegato la schiena davanti all'ottusit dei dogmi della fede.
Nello sguardo di Elisabetta c'era ammirazione e rispetto per
quello spirito, per quella donna che in vita era stata chiacchierata
o rispettata, accusata di molti tradimenti ma anche invidiata
per bellezza e cultura. Amava l'arte ed era stato questo
sentimento a spingerla verso un altro spirito libero, votato
anch'esso all'estetica della bellezza.
Si abbracciarono a lungo, in una stretta che congiunse la
luce che i loro animi sprigionavano: quando si distaccarono,
tenendosi ancora un attimo per le mani, videro un'ombra nera,
pesante, resa ancora pi greve dal fardello delle sue colpe. Era
lo spettro di Paolo Ambrogio Ambrogi, costretto a ritornar da
morto nei luoghi che l'avevano visto opprimere donne e uomini.
Il fantasma dell'inquisitore francescano non era in grado
di nuocere: la sua pena era talmente grande da renderlo inoffensivo,
cos come le sue colpe in vita lo perseguitavano in un
limbo nero nel quale era costretto a vagare, terrorizzato dalle
anime di coloro i quali aveva torturato, interrogato e incarcerato.
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Note.
49. Vincenzo (o Vincenzio) Maria Borghini (Firenze, 29 ottobre 1515-Firenze, 15 agosto 1580)  stato un filologo e storico italiano, attivo a Firenze alla corte di Cosimo primo de' Medici e di suo figlio Francesco primo.

50. Era questo l'antico nome dell'isola di Ceylon, l'odierno Sri Lanka.

51. Horace Walpole, quarto Conte di Orford (Londra, 24 settembre 1717-Londra, 2 marzo 1797),  stato affermato scrittore inglese, autore de Il castello di Otranto, primo romanzo gotico propriamente detto, e attivo in diversi ambiti e con vari  interessi. Famoso fu il suo vasto epistolario con cui intratteneva dotte disquisizioni sui pi disparati argomenti.

52. Neri Maria Corsini (Firenze, 19 maggio 1685-Roma, 6 dicembre 1770)  stato un cardinale, membro e segretario della Congregazione del Sant'Uffizio. Nobile fiorentino, tra il 1709 e il 1713 comp un lungo viaggio formativo attraverso l'Europa. Fu in seguito
diplomatico al servizio dello Stato toscano. All'elezione papale dello zio si riconvert alla carriera ecclesiastica. Il 14 agosto 1730 fu nominato cardinale. Dal 1732 fu cardinale protettore dell'Ordine domenicano. Dal 1733 fu prefetto della Segnatura apostolica. Membro della Congregazione del Sant'Uffizio dal gennaio 1731, ne fu cardinale segretario dal 1753 fino alla morte avvenuta nel 1770.

53. Joseph Jrme Lefranois de Lalande (Bourg-en-Bresse, 11 luglio 1732-Parigi, 4 aprile 1807)  stato un astronomo francese. Fu direttore  dell'Osservatorio di Parigi dal 1795 e nel 1801 compil il catalogo pi completo del suo tempo con le indicazioni della
posizione di 47.390 stelle, Histoire Cleste Franfaise.

54. Fu uno dei primi membri italiani della Massoneria, fu iniziato, come egli stesso scrisse nel suo diario manoscritto Effemeridi, nella loggia fiorentina il 4 agosto 1732, officina massonica che teneva le sue riunioni nel palazzo di famiglia  a Firenze; come altri suoi confratelli e amici fu inoltre uno dei pi importanti componenti dell'Accademia della Crusca.
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MARCHE.
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NEL VENTRE DELLA TERRA.
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La notte del 24 giugno era la notte magica. La notte del Solstizio
e di san Giovanni Battista, il momento nel quale la terra
 in contatto con le creature celesti. Lei era stata richiamata
in terra marchigiana da uno di quei segnali premonitori che
si presentavano nella sua mente, in maniera improvvisa. Aveva
lasciato Lady Margareth Walpole, i suoi ricordi e gli oscuri
spettri tormentati dal loro passato, per ritrovarsi al centro di
Osimo. Quello scrigno d'arte, contenitore di capolavori architettonici e artistici, non risuonava nel suo cuore solo per i dipinti e i palazzi del passato: era qualcosa di ancor pi misterioso
che l'aveva attratta sulla collina nella quale si sedimentavano
le epoche storiche. Non solo la cattedrale di San Leopardo che
al suo interno conservava il crocifsso ligneo del dodicesimo secolo,
in una raffigurazione emblematica e densa di domande. Le
mani esperte che avevano scolpito i sacri legni erano riuscite a
rappresentare nell'interezza la congiunzione tra il maschile e il
femminile: cos curioso l'osservare, a seconda della luce, come
il Cristo raffigurato avesse un aspetto di donna e di uomo, in
un simbolismo gnostico tanto caro ai Poveri compagni d'armi
di Cristo e del tempio di Salomone. I Templari. Le vicende legate
all'ordine monastico cavalleresco, dal suo primo gran maestro
Hugues de Payns fino al rogo per eresia dell'ultimo Magister
Templi, Jacques de Molay, si erano confuse nella nebbia del
tempo; rimaneva una salda traccia dell'aspetto misterico, dei
riti e delle cerimonie che i Templari conducevano nelle loro
precettorie. Osimo accolse una delle pi importanti commende
templari italiane, un vero e proprio nodo di controllo dei
territori e delle vie di comunicazione. Ma non era solo l'aspetto
logistico ed economico a legare i Templari a questo territorio:
esistevano energie che si sprigionavano dal sottosuolo,
forze telluriche la cui canalizzazione richiedeva un percorso
spirituale e magico elevato. L'ordine manteneva una propria
ritualit, congiungendo un aspetto pubblico a uno nascosto e
riservato a una ristretta cerchia di confratelli: l'immagine raffigurata nelle medaglie del Tempio era ben chiara, con i due
cavalieri in sella a un solo destriero. Due anime, una manifesta
e l'altra votata all'esoterismo e allo gnosticismo(55). In questo territorio i Templari sostarono per oltre cento anni, attratti da ci
che a molti profani non era dato da comprendere. Con lo scioglimento
dell'ordine a opera di papa Clemente quinto e le persecuzioni
portate avanti in maniera sistematica da Filippo il Bello
l'insegnamento e l'esoterismo templare vennero tramandati in
maniera celata, nel timore di nuove persecuzioni.
Il centro storico di Osimo ha la sua trama tessuta nell'armonia:
ci che  elemento architettonico emerso, costruito con
sapienza e bellezza dall'uomo, ha un suo riscontro nel sottosuolo.
Gallerie, cunicoli, camminamenti e cisterne rappresentavano
l'intricato sistema viario sommerso: la citt sotterranea.
Elisabetta Sirani gir lo sguardo tra le mura e i palazzi
di piazza Dante: un rettangolo urbano nel quale svettava un
palazzo, il cui ingresso - quasi edificato sulle forme di un tempio -
era incorniciato da due colonne. Simboli antichi per il
palazzo Gallo, un luogo nel quale attraverso i decenni si erano
succedute generazioni capaci di conservare segreti e messaggi
scolpiti nella pietra.
Il conte Cesare Gallo, antico proprietario del palazzo, aveva
provveduto ad abbellire la splendida residenza nobiliare ideata
dal suo avo, il cardinale Antonio Maria Gallo agli inizi del diciassettesimo secolo; lui era uomo di azione e di grande spessore culturale, un pensatore libero e ardimentoso, un combattente che si era
schierato contro l'oppressione. Massone e carbonaro, uno tra
i pi importanti componenti della rivolta che avrebbe preso
piede nelle Marche il 24 giugno del 1817, l'insurrezione della
Carboneria contro l'oppressione guidata dalla Chiesa di Roma.
L'appartenenza del conte Gallo alle due corporazioni era tenuta
sotto la massima riservatezza, cos come gli incontri che
si tenevano nei luoghi pi nascosti di Osimo. Le gallerie scavate
nel corso dei secoli nel sottosuolo erano state ulteriormente
ampliate con lo scopo di mettere in contatto le differenti
case: proprio sotto il selciato della piazza Gallo, dall'omonimo
palazzo, si snodava un percorso nascosto ai pi che, nel suo
sviluppo di circa 200 metri, raggiungeva il palazzo Campana
situato in piazza Dante. L'intricato sistema di gallerie, situate
anche su tre piani differenti, rappresentava il luogo sicuro per
le riunioni delle due societ segrete, compagini sulle quali pesava
non solo la scomunica del papato, ma sulle quali vigilava
con mano repressiva l'autorit di polizia.
Il tentativo di rivolta nelle Marche doveva prendere le mosse
da Macerata per coinvolgere tutta la regione e dilagare
nell'Umbria e in Romagna: non era solo il malcontento economico
ad alimentare lo spirito patriottico dei rivoluzionari.
Dietro le idee della Carboneria si muoveva la volont di combattere
l'assolutismo e il peso sempre pi oppressivo creato sia
dalla Santa Alleanza nel 1815 che dall'ingerenza politica della
Chiesa, apertamente schierata contro le idee liberali che si stavano
diffondendo in tutta l'Europa. Quattrocento insorti dovevano,
secondo i piani elaborati dal vertice della Carboneria,
prendere d'assalto i luoghi di potere e le istituzioni religiose,
arrestando i vertici delle istituzioni. In testa alla cospirazione
erano Gioacchino Papis, capo carbonaro di Ancona, lo stesso
conte Cesare Gallo che guidava l'ufficio del Registro di Macerata,
il capitano Placido Sarti di Bologna. La rivolta, organizzata
militarmente, era destinata a fallire per il tradimento di un
carbonaro residente a Macerata, Cesare Giacomini originario
di Ascoli Piceno.
La repressione che segu nell'immediato port in carcere
quasi tutti i capi della Carboneria del centro sud dell'Italia:
numerose furono le condanne a morte poi trasformate in ergastolo
e in carcere duro. Lo stesso Cesare Gallo, venne imprigionato
nel forte Sangallo di Civita Castellana insieme ai
principali capi dell'organizzazione: uscir da quel carcere duro
solo nel 1831, in occasione dei moti rivoluzionari che interessarono
l'Italia.
L'impegno civile di Cesare Gallo prosegu ancora per qualche
anno, fino alla sua morte, il cammino esoterico iniziato con la
Massoneria: i camminamenti sotterranei vennero utilizzati per
le cerimonie di iniziazione e le tornate rituali. Statue, emblemi,
simboli arcani vennero scolpiti nella roccia, in un percorso iniziatico che prendeva giustamente le mosse dal motto VITRIOL,
il Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidera,
che incitava la ricerca nel profondo per trovare l'essenza
delle cose.
Ben altra sorte era toccata all'infido informatore, a quel Cesare
Giacomini che aveva barattato la vita e le speranze di libert
dei carbonari dietro pagamento di cinquecento denari:
non venne trovato impiccato, come l'Iscariota dei Vangeli,
bens colpito a morte da una mano assetata di vendetta, per
le morti e le torture che la sua delazione aveva causato. Giacomini
aveva confidato troppo nella buona sorte e incautamente
si era addentrato per le stradine strette di Osimo; la sua presenza
non era passata inosservata ed era scattata una trappola
che aveva attirato il delatore verso piazza Gallo. Il portone del
palazzo appartenuto al conte Cesare si era aperto improvvisamente
per inghiottire nell'oscurit Cesare Giacomini. Una
decina di figure, avvolte in mantelli neri, lo aveva legato per
i polsi e imbavagliato: cos bloccato venne condotto verso le
grotte, nel secondo livello pi profondo. L'aria immobile, il bavaglio sulla bocca, rendevano la respirazione del prigioniero
affannosa e, con il cuore in tumulto, venne trascinato nelle vie
sotterranee fino a raggiungere uno slargo dove un gruppo di
persone ne attendeva l'arrivo.
Venne sottoposto a un processo senza difensore alcuno,
impossibilitato a parlare e tenuto stretto tra le braccia di due
guardiani: la condanna per il traditore era solo una. La morte.
Venne gettato, ancora vivo, in uno dei tanti pozzi che costellano
il cammino sotterraneo, un profondo cunicolo verticale
posto a met strada tra il palazzo Gallo e il palazzo Campana.
La sua agonia dur qualche giorno, ossessionato dagli spettri
delle proprie colpe e del tradimento. La sua storia pareva destinata
a perdersi tra le vicende cruente di quel periodo rivoluzionario:
se molti carbonari con la morte avevano trovato pace e serenit, la sua anima dannata era destinata a percorrere ancora le stradine di Osimo.
In epoca moderna vengono chiamati poltergeist, fenomeni che riguardano lo spostamento di oggetti, la presenza di voci e
rumori: in generale si tende a definirle infestazioni o manifestazioni di anime irrequiete. Una delle case di Osimo, situata
lungo il percorso sotterraneo e in prossimit della perpendicolare
di un pozzo,  teatro di eventi che, agli occhi degli scettici,
potrebbero essere frutto di allucinazioni. I primi fatti inspiegabili
ebbero inizio nel 1887, in prossimit dei giorni dedicati al
Solstizio d'Estate; il palazzo di propriet di una delle famiglie
della media borghesia venne invaso quella notte da un odore
pestilenziale, un profumo ammorbante, accompagnato da
rumori sordi e lamenti. Si dette poca importanza a quel fatto,
facendo risalire quelle stranezze alle sottostanti cavit, alla
diffusione di suoni e magari alla presenza di qualche animale
morto e in decomposizione. Nelle settimane successive, nonostante
il caldo, il palazzetto sembrava avvolto da una cappa
fredda e da un'aria malsana e fetida, che rendevano ogni ambiente
sgradevole.
Nel corso degli anni le manifestazioni sembravano essersi attenuate
anche se sul palazzo gravava un'aura cupa e negativa,
tanto da spingere alcuni inquilini a spostarsi in altri alloggi. A
cento anni di distanza dalla cattura dei congiurati della Carboneria,
sempre nella notte di san Giovanni Battista, nell'oscurit
la casa a met della via Campana divenne teatro di altre e
pi forti manifestazioni. Era l'Italia scossa dalla Prima Guerra
Mondiale, la nazione che aveva richiamato al fronte uomini e
ragazzi, lasciando donne e bambini ad attendere la fine di un
conflitto. Nella notte del 24 giugno il secondo piano del palazzotto
venne scosso da un urlo agghiacciante: la donna che
dormiva in una delle grandi camere da letto era stata risvegliata
da rumori che nel sonno le erano sembrati passi pesanti.
Cercando di capire la natura di quei suoni, si volt nel letto
trovando davanti ai propri occhi un viso sogghignante e malvagio.
Nulla aveva pi di umano se non una forma di un viso
che esprimeva sofferenza e cattiveria: gli occhi o ci che erano
stati parevano cavit dolenti, colme di lacrime rossastre. Ci
che era apparso davanti alla donna emanava un fetore insopportabile.
Cos come si era manifestato, si dilegu quando dalla
bocca della poveretta usc un urlo di terrore e disperazione,
una invocazione d'aiuto che richiam nella stanza i suoi figli,
ancora troppo giovani per imbracciare le armi e andare sul
fronte di battaglia. La trovarono singhiozzante e spaventata,
incapace di raccontare l'accaduto e in preda al terrore pi profondo.
La stanza era ancora impregnata di un odore rivoltante
mentre, con lo stesso terrore che aveva assalito la madre, i due
ragazzini videro sul pavimento delle impronte... erano orme
sanguinolente, d'un rosso cupo.
Fuggirono da quella casa. Non esisteva pi la bellezza di un
luogo che era stato vissuto e frequentato con armonia. Nulla
pot neppure la preghiera di un sacerdote della vicina cattedrale
di San Leopardo: troppo intensa e malvagia era l'energia
che si era scatenata in quelle mura. Andarono via frettolosamente,
lasciando la desolazione e la disperazione di quel luogo.
L'anima dannata di Cesare Giacomini si ripresentava nei
luoghi dove era stata eseguita la sua condanna. Lo faceva in
maniera ripetitiva, perseguitato dalla propria coscienza, dall'anima
che lo aveva condannato. Si ripresent in continuazione,
con tutto il suo dolore, con il proprio animo avvolto da un'ombra
oscura e terrifica: perch era cos terrifico il suo essere costretto
a vivere in quel mondo popolato di anime dannate. Rimorsi
lo agitavano, pesanti come le monete che aveva ricevuto
in cambio della delazione: quella che in vita era la sua lingua,
ora grondava di sangue perch se non fosse stato attirato dalla
sete di denaro l'avrebbe tenuta a freno evitando di pronunciare
ogni nome dei carbonari. Erano stati suoi fratelli e lui li aveva
ripagati con la peggiore moneta. Il tradimento.
Quella casa ancora oggi ha la memoria di un passato lontano,
vive - seppure affievolite - le pene di uno spettro condannato
a vagare nel dolore. Chiamatelo poltergeist... per lui 
solo rabbia.
Elisabetta Sirani lo intravide, confuso tra altre ombre nere.
Prov un senso di repulsione nell'avvertire la sua presenza.
Ci sono luoghi che attirano l'ignoto, mura che conservano la
memoria del passato e la sprigionano secondo un tempo che
non ci  dato conoscere. La pittrice volt le spalle, lasciando
quello spettro incatenato al suo destino, succube dei luoghi e
vittima delle sue vittime. Avrebbe lasciato ancora impronte tra
i pavimenti del palazzo, della costruzione antica sotto la quale
giacciono le sue misere ossa. Altri luoghi l'aspettavano. Dette
uno sguardo curioso alle raffigurazioni alchemiche scolpite
nella roccia delle grotte di Osimo, pensando ai Templari, agli
iniziati che ne avevano commissionato la realizzazione. Vide
per un attimo la mano di uno scalpellino intenta a tracciare
il quadrato sacro ai Cavalieri di Salomone: l'antico percorso
iniziatico che il suo spirito stava compiendo in una ricerca tra
lo spazio e il tempo.
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Note.
55. Lo gnosticismo  stato un movimento filosofico, religioso ed esoterico, a carattere iniziatico, molto articolato e complesso, presente nel mondo ellenistico greco-romano, la cui massima diffusione si ebbe tra il secondo e il quarto secolo d.C. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnsis (yvwmc;), cio conoscenza, che era l'obiettivo che esso si poneva. Il termine gnosticismo venne coniato da Henry More nel 1669, con esplicito
riferimento al vocabolo greco gnosi utilizzato nell'antichit dai seguaci del movimento.
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I FANTASMI DEL BORDELLO DI PORTA CARTARA.
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Tra la folta cerchia di clienti va Pedretti era conosciuta
come la Baffuta, non solo per l'imponente corporatura e la leggera
peluria che le incorniciava il labbro superiore, dandole un
aspetto burbero e severo. Non fosse stato per la professione e
i luoghi frequentati, avrebbe ricoperto alla perfezione il ruolo
di badessa in un monastero di clausura, con regole rigide e
pugno di ferro. Lei dirigeva ben altro, dedicandosi non tanto
alla preghiera quanto alla cura delle anime turbolente e dei
bollenti spiriti. Il nomignolo di Baffuta le era stato affibbiato
per i modi e la prestanza fisica con i quali interveniva per calmare
i suoi avventori pi turbolenti. Gli affezionati della casa,
il postribolo gestito dalla donna di origine bolognese, avevano
a disposizione servizi e accoglienza alla portata di tutte le tasche,
con tariffe che variavano per prestazioni e bellezza delle
lavoranti. La Pedretti era arrivata dall'Emilia, prendendo in
mano la gestione della casa di tolleranza dalla vecchia proprietaria,
trasferendo l'attivit in una delle case situate nel vialetto
che si snoda al fianco del ponte di Porta Cartara. Abilissima
nella gestione delle entrate e delle sue ragazze - come lei le
definiva - non ammetteva perdite di tempo: la sua casa non
era un salotto bens il purgatorio democratico dove, dall'operaio
al blasonato, dal contabile al canonico, s'andava a espiare
pene d'amore. Per questo nessuna deroga era prevista e chi s'attardava in chiacchiere o creava scompiglio doveva vedersela
con la prestanza fsica della Baffuta. Cos abile a far di conti
quanto provetta pugilatrice tanto da essere temuta, rispettata
e portata come esempio di forza erculea dai suoi clienti. va
Pedretti insieme alle doti matematiche, imprenditoriali e fisiche
era conosciuta nella ristretta cerchia delle sue lavoranti per
ci che chiamava capacit, doti non manifeste a tutti che le
consentivano di mettersi in contatto con le anime dei defunti.
O meglio erano i trapassati che la cercavano nel cuore della
notte, quando la casa era oramai avvolta nel silenzio e tutte
le attivit erano terminate. Era questa l'unica deroga, l'unico
sprazzo di spiritualit in un animo che non aveva scrupoli nel
dirigere uno spregevole mercato nel quale le sue lavoranti
erano solo numeri e fonte di guadagno. La Pedretti aveva iniziato
quello strano rapporto con l'aldil sin dalla giovinezza; a
sua memoria, ancora prima di compiere cinque anni, iniziava
a sentire e avvertire la presenza dell'invisibile, con lievi rumori,
sussurri e passi leggeri che animavano la sua stanza. Poi, crescendo,
ci che era invisibile aveva preso forma e dimensione,
con visi e corpi impalpabili. Forse proprio la continua convivenza
con l'aldil aveva scacciato dalla sua mente ogni timore
e paura, vivendo ogni materializzazione con accettazione. A
volte le apparizioni erano talmente immobili da sembrare quadri
luminescenti: in altre occasioni i fantasmi si limitavano a
qualche breve dialogo, poche frasi per chiedere qualcosa. Dalle
richieste di preghiere alle parole di conforto per coloro che si
trovavano nel mondo di mezzo, in attesa di transitare verso
pi alti livelli di luce. Da quando aveva iniziato l'attivit del
meretricio, passando attraverso un apprendistato come lavorante
nelle case bolognesi per approdare poi alla direzione di
un bordello tutto suo, aveva sempre avuto modo di ricevere
assoluzioni e perdoni da quei clienti particolari, amanti dell'anonimato.
Svestiti i panni ecclesiastici erano in tanti, uomini
di chiesa, a lasciare dentro la sua casa il ruolo di pastore per
diventare pecorella nel pascolo della perdizione. Pi volte va
Pedretti aveva accennato a qualche sacerdote di quelle visioni
notturne, ricevendo solo blandi consigli e un gran numero di
preghiere da recitare. Ma nulla era cambiato... anzi.
Il mese di febbraio del 1956 si era preannunciato particolarmente
rigido: tutta l'Europa era sotto la morsa del gelo e anche
Ascoli non era stata risparmiata dal freddo intenso. Il maltempo
aveva condizionato anche l'afflusso nella casa, con pochi e
infreddoliti avventori capaci di sfidare il freddo pur di trovare
ristoro tra le procaci forme di Gilda, Irma, Ines la romana, e
delle altre ragazze del postribolo. Quella sera ogni attivit era
terminata in anticipo rispetto all'orario normale, e gi verso la
mezzanotte i due piani della casa erano avvolti dal silenzio: anche
nella camera di va tutto pareva immobile, fatta eccezione
per il ritmico respirare della donna; la campana della vicina
chiesa della Madonna del Ponte aveva appena battuto l'ora della
mezzanotte quando la tenutaria si gir nel letto, in un sonno
convulso e disturbato. Tanto realistica era stata la sensazione
di una mano che le sfiorava il viso da farle aprire gli occhi: assonnata, si tocc con la mano le palpebre per diradare il fastidio che l'aveva avvolta. Fu in quell'istante che sent la voce, un
parlare sommesso: lei che pure era abituata al contatto con gli
spiriti ebbe un moto di paura perch per la prima volta nella
sua vita avvertiva la negativit di una presenza. Questa si materializz lentamente, accompagnando la definizione della sua
forma con una litania che sembrava una preghiera, un lamento
religioso che pian piano si smorzava in un gorgoglio cupo per
riprendere poi vigore. La tenutaria del postribolo si mise seduta,
osservando l'apparizione che prendeva forma: le ricordava
uno dei tanti uomini di chiesa, vestito con una lunga tunica
nera e bardato con un cappello di foggia ecclesiastica. Sotto il
copricapo spiccava il pallore grigiastro del volto, un viso contratto
e maligno le cui labbra si muovevano ritmicamente; erano
frasi incomprensibili, parole che venivano troncate in gola,
soffocate da un rigurgito. In quella che sembr un'eternit alla
donna risuon chiaro un nome... Donato. Lo spettro ripet
pi volte quel nome avvicinandosi sempre pi al letto dove la
donna, immobile per il terrore, cercava di parlare, di chiedere
a quella presenza di allontanarsi, di ritornare nel mondo dei
defunti. Facendo ricorso a tutte le proprie forze va Pedretti
riusc a far uscire dalla bocca due parole, un ordine perentorio.
Vai via!. Lo spettro la guard con ira, con una rabbia antica
covata nel tempo, e assecondando il volere della donna, inizi
a dissolversi, mugugnando frasi incomprensibili.
La stanza era gelida, forse pi fredda di quanto fosse l'ambiente
esterno e la fronte di va era imperlata di gocce che
sembravano stille di ghiaccio: non riusciva a capacitarsi di
quell'apparizione, della malvagit che aveva avvertito nel fantasma.
S'accorse in quel momento che oltre alla temperatura
glaciale nella stanza era calata un'aria pesante, quasi irrespirabile: le ricordava gli odori della putrefazione che - suo malgrado - aveva dovuto respirare nell'infanzia, quando una vicina
di casa era stata ritrovata morta dopo diverse settimane.
Odore inconfondibile. Odore di morte. Nessuna delle apparizioni
che le si erano presentate era cos malevola e carica di
rancore. La donna si guard intorno, gettando un'occhiata alla
stanza che ora - illuminata dalla luce fioca della lampada sul
comodino - le sembrava cos ostile, perch contaminata dallo
spettro. Per terra not una chiazza scura, rotondeggiante, al
cui centro spiccava un insieme di lettere: va guard perplessa
quello che sembrava un messaggio lasciato dallo spettro, lesse
attentamente, ripetendo a bassa voce, il nome che compariva nel pavimento.
Orazio Saladini da me trucidato.
Lesse diverse volte cercando di capire il significato del messaggio,
facendo memoria su un nome che le suonava familiare.
Orazio Saladini. Sapeva che nel passato, in quella citt, la famiglia
Saladini aveva ricoperto un importante ruolo economico e
sociale. Nel corso dell'occupazione francese della regione, che
in fasi alterne era durata fino al 1815, un grave lutto aveva colpito
la famiglia con l'omicidio del conte Orazio. Forse era quello
il significato del messaggio che il fantasma aveva lasciato.
Nei giorni a seguire, per tutto il mese di febbraio, la casa di
tolleranza fu oggetto di una serie di fatti inspiegabili: porte che
si aprivano da sole, improvvisi bagliori di luce nella notte e
rumori sordi. Il tutto in un clima teso tra continui litigi delle
lavoranti, malumori e svenimenti. La sera di venerd 27 febbraio
va si trovava nella stanza da bagno, preparandosi per la
notte: era stata una serata particolarmente tesa, con liti e una
scazzottata tra clienti a cui aveva fatto seguito l'intervento della
forza pubblica. Lei era stremata, preoccupata anche dalle notizie
che arrivavano da Roma sulla possibile chiusura delle case
di tolleranza... Con mille pensieri che le si affollavano nella
mente venne richiamata alla realt da un soffio di vento freddo
che si era insinuato nella minuscola stanza. Prov un brivido,
un tremore le agit il labbro inferiore perch qualcosa di nefasto
stava invadendo la sua mente. Si accorse di non essere
sola ma soprattutto ebbe coscienza che qualcosa di non umano
stava interagendo con lei. In quel momento lo vide materializzarsi
davanti allo specchio che sormontava il lavabo, nella forma
con la quale si era gi presentato la prima volta. Il viso che
si delineava era ancora pi contratto rispetto alla sua prima
apparizione, teso e sofferente: le labbra avevano una tonalit
violacea che virava al nero cadaverico e mostravano - cos dischiuse
- una cavit maleodorante. L'incubo si era manifestato
nuovamente, attanagliando la donna in una morsa di terrore
tanto profondo da non lasciarle capacit di movimento. Ascolt quella voce e il racconto, una cronaca di una vita sprezzante.
Seppe dal fantasma che in vita era stato un uomo di chiesa, con
il nome di don Donato de Donatis: nato da una famiglia umile
aveva preso i voti in giovane et, malvolentieri e contrastando
la sua indole selvaggia e combattiva. Tanto irriverente e insofferente alle strette regole imposte dall'abito talare da schierarsi al fianco delle compagini banditesche che facevano guerriglia nei monti delle Marche. Il nemico, rappresentato dalle truppe dell'esercito francese e dai giacobini, veniva combattuto con
tattiche di guerriglia: agli inizi del 1799 il prete guerrigliero si
era unito ai combattenti guidati da Giuseppe Costantini, conosciuto
con il nome di Sciabolone, nella presa di Ascoli. Era iniziata una vera e propria caccia ai presunti giacobini(56) presenti in citt, con saccheggi, incendi, furti e atti di violenza nei confronti di donne e uomini. Nella forsennata caccia ai probabili sostenitori dell'esercito francese, venne ucciso il conte Orazio Saladini, uomo mite che nulla aveva a che vedere con i contrapposti schieramenti. La fucilata che part verso la finestra del palazzo nobiliare di famiglia, in prossimit di via Delle Torri e al fianco del convento di Sant'Agostino, colp in pieno petto l'anziano, uccidendolo all'istante. Le violenze perpetrate in citt e ancor prima nel corso degli agguati contro i francesi avevano in don Donato de Donatis una delle menti ispiratrici: era nota la violenza con la quale le sue bande spadroneggiavano nei territori tra le Marche e l'Abruzzo. Lui stesso si era reso colpevole di efferate esecuzioni nei confronti di prigionieri inermi, dettando sconcerto anche nei suoi alleati e nei guerriglieri che combattevano tra le fila dei papalini.
Sull'anima di de Donatis pesava il sangue delle vittime innocenti:
la sua banda, responsabile di stupri, saccheggi e omicidi
efferati, era capitanata anche da don Carlo Emidio Cocchi e
da don Donato Naticchia, e tra i briganti figurava anche un
ex frate, Vincenzo Benignetti, originario di Camerino, pluripregiudicato e incarcerato numerose volte perch colpevole di
truffe e furti.
Riconosciuto colpevole per i numerosi reati commessi, venne
condannato all'ergastolo: durante il trasferimento che l'avrebbe
portato in carcere venne giustiziato per mano di chi
aveva subito lutti e rapine. Il suo corpo venne abbandonato in
un fossato, senza sepoltura. La carriera terrena del malvivente
era terminata quasi senza sofferenze, senza le crudelt che lui
e la sua banda avevano riservato a vittime innocenti. Negli ultimi
istanti di quella vita balorda rivide negli occhi le scene di
stupri e violenze alle quali si era abbandonato, mascherando
dietro una bandiera borbonica la sua sete di brutalit. Era stato
condannato a vagare, cercando perdono nei luoghi teatro delle
sue azioni: cos quello spettro si era presentato a va Pedretti
nel tentativo di placare il proprio tormento, utilizzando la sensibilit di quella donna per porre fine alle eterne sofferenze. Lo
spettro del prete avrebbe dovuto per fare i conti con il carattere
della tenutaria: l'iniziale spavento e il terrore nel quale era
caduta la donna avevano lasciato il passo alla ferma condanna
nei confronti di un uomo che si era allontanato dai principi di
amore, di rispetto e di soccorso ai deboli, sui quali aveva prestato
giuramento prendendo i voti e indossando l'abito talare.
Lo spettro avrebbe vagato ancora per tutti i luoghi che, in vita,
lo avevano visto compiere ogni reato. Gira ancora per paesi,
chiedendo invano piet e compassione.
va si liber agevolmente da quello spettro: facendo forza
sul proprio carattere e sulla determinazione con la quale trattava
gli umani, si mostr irremovibile nel ricacciare l'anima
nefasta del prete. Si prese qualche piccola soddisfazione la
sera nella quale entr in vigore la legge della senatrice Lina
Merlin; l'abolizione delle case di tolleranza metteva fine alla
prostituzione di stato e segnava la fine ufficiale della sua carriera.
La tenutaria aveva avuto sentore della fine di un'epoca,
della conclusione di un ciclo: venivano sbarrate per sempre
le porte della casa ascolana, insieme ai luoghi italiani che per
decenni erano stati ricettacolo del commercio dei corpi. La
sera del 21 febbraio del 1958 la bolognese va Pedretti, meglio
conosciuta come Baffona, dette una festa d'addio. Insieme
ai suoi clienti, alle lavoranti, vi presero parte numerosi
fantasmi: non potevano mancare all'appuntamento. Spiriti
dotati di sagacia, ilarit e giocosit.
Quelle anime irriverenti, muti spettatori di amplessi a pagamento,
sempre discreti nell'osservare notabili e contadini, preti
e ragionieri nel loro amore libertino, si divertirono nella serata
d'addio a occultare ogni vestito degli avventori, facendo sparire
giacche e pantaloni, mutande, scarpe e calzini. Fu il tripudio
della nudit. Con lo sconcerto dei clienti, tra sommesse risate
delle donne, ogni vestiario maschile era svanito nel nulla. Loro, i
pruriginosi clienti, dovettero far ritorno nelle proprie abitazioni
o nelle parrocchie aspettando la notte fonda per correre furtivi
tra piazze, strade e viottoli con addosso candidi asciugamani.
Per molti di loro fu difficile spiegare alle rispettive consorti la
mancanza degli indumenti... cos come imbarazzante fu, per la
pattuglia dei carabinieri, fermare uno dei canonici della cattedrale,
mentre si aggirava guardingo per fare ritorno nella casa
parrocchiale. Pecorella smarrita: si finse vittima di una rapina.
Citt affascinante, come i luoghi italiani che hanno nelle
loro trame nascoste storie e fatti da raccontare: Elisabetta Sirani
sorrise, da un lato, al pensiero di tanti uomini compassati
e austeri, costretti a nascondere le proprie nudit, vittime di
scherzi ultraterreni. Per contro rabbrivid ripensando alla vicenda
del prete-brigante, alle sue malefatte; era una presenza
nefasta, seppure il suo animo non fosse in grado di interagire con il mondo attuale.
...
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Note.
56. L'Italia fu il territorio europeo in cui l'influenza del giacobinismo francese risult pi forte. Ci fu dovuto soprattutto alla presenza delle armate francesi nella Penisola durante la Campagna d'Italia di Bonaparte e negli anni successivi,  fino al 1799. Ma alcuni club giacobini sorsero anche prima del '96, pertanto la storiografa  distingue due fasi del giacobinismo italiano: il giacobinismo insurrezionale tra il 1792 e il 1795 e il giacobinismo
istituzionale a partire dal 1796.
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LA PROFEZIA.
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L'ho detto, l'ho insegnato, lo credo.
Cecco d'Ascoli.
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La notte portava pensieri e ricordi. Ascoli si era svuotata
e le strade, silenziose, avevano ora la capacit di raccontare
storie del passato, di persone che avevano lasciato anche
una pur breve emozione tra quelle mura. L'ossatura delle case
era permeata delle voci e dei mormorii che si erano poggiati
sugli antichi intonaci: Elisabetta Sirani quasi giocava con le
reminiscenze altrui che le arrivavano al cuore, frammenti di
frasi che sottolineavano avvenimenti o momenti di esistenze.
Rest incuriosita nel sentire i fatti singolari che si verificavano
nei pressi del ponte Maggiore, dove la statua di un antico
pensatore a volte pareva animarsi e guardare di sottecchi
i viandanti. Quando arriv davanti alla figura bronzea che
svettava nella piazza cap il perch di quel richiamo, comprese
il significato del messaggio che le era arrivato. La statua di
Cecco d'Ascoli si ergeva possente, non solo per dimensioni,
ma per il significato che quell'opera poteva e voleva trasmettere.
Il pensatore, il mago, l'eretico, un altro filosofo che aveva
combattuto contro la rigida oppressione del mondo ecclesiastico,
di quella gerarchia che tra la fine del 1200 e il 1300 aveva
iniziato a utilizzare l'arma inquisitoriale per contrastare
ogni voce libera. Lo spirito di Francesco Stabili, cos in realt
si chiamava l'ascolano, vagava libero cos come in vita era
stato: non un fantasma sul quale pesavano colpe, bens uno
spettro ancora interessato alle arti magiche, all'astronomia.
Lui, ombra che girava discretamente tra i palazzi nobiliari e
le chiese di Ascoli, aveva riconciliato il proprio animo, punendo
i suoi carnefici, gli uomini di chiesa che lo avevano
gettato tra le fiamme della cosiddetta redenzione. Diversamente
dagli spettri e dalle apparizioni che provano gusto nel
portare spavento, lui girava tra luoghi d'arte e di cultura, ad
ammirare le meraviglie di una scienza che alla sua epoca era
catalogata sotto la voce stregoneria. Vagava anche questo
spirito tra citt italiane, nei luoghi che lo avevano visto in
vita insegnare ed educare al ragionamento libero. Quando
Elisabetta lo incontr, davanti alla statua che lo ritraeva, cap
la potenza e l'elevazione di quell'anima. In una pausa del suo
vagare era tornato nei luoghi della giovinezza, attratto a sua
volta dal fantasma della pittrice bolognese. Amava raccontarsi,
narrare delle proprie avventure affinch altri non finissero
vittime dell'ottusit umana.
Sono nato in questi luoghi e devo a mia madre tutta la sete di conoscenza verso il mistero, verso l'ignoto e lo studio per l'arcano che circonda l'universo. La donna che mi mise al mondo era votata al culto della dea Ancaria(57), divinit antica e protettrice delle genti di  queste valli.
Gli uomini di Chiesa, nel tentativo di sradicare la religiosit verso una dea benevola e feconda, iniziarono a raccontare di orge e sfrenati giochi sessuali che coinvolgevano le donne, nel tentativo di demonizzarne il culto. Quando nacqui, nel 1269, vidi la luce proprio nei prati e nei luoghi sacri ad Ancaria, dove sorgeva un tempio che ne sacralizzava la figura.
Ancaria ricopriva un ruolo importante nella comunit ascolana:
una divinit per molti versi simile alla Diana romana,
protettrice dei boschi e delle genti, sacra figura votata al bene
poi trasportata nel mondo infernale per mano oscurantista.
Trascorsi tutta la giovent ad Ascoli, entrando appena diciottenne nel piccolo monastero templare di Santa Croce: luogo nel quale venivano insegnate le scienze e le dottrine esoteriche, le stesse che permeavano lo spirito dei Cavalieri che ne reggevano l'attivit. In questo luogo conobbi le regole auree, imparai la geometria e mi applicai nello studio degli astri, mi dedicai all'alchimia e alla scrittura. Arrivai a Firenze nel 1314 dove, l'anno prima, era stata istituita la corporazione dei medici e degli speziali; entrai a farne parte proseguendo con i miei studi e le osservazioni della volta celeste. Nella citt della cultura mi arriv la notizia 
dell'uccisione dell'ultimo gran maestro dei cavalieri templari: Jacques de Molay, dopo una dura detenzione e dopo le torture inflitte dagli inquisitori, era stato condotto sul rogo a Parigi. Gli insegnamenti dei maestri tuttavia non sarebbero morti con lui; iniziai cos la compilazione dell'opera che avrebbe suscitato le ire proprio della congrega papale, di quei prelati che predicavano amore e lo distribuivano con uccisioni e crimini disumani. In me oramai era ben salda l'idea di quanto crudele potesse essere l'interpretazione umana del Verbo di Dio.
Quante volte Elisabetta Sirani si era trovata davanti donne e
uomini perseguitati dalla Chiesa romana, inseguiti e cacciati
per le proprie idee o per le loro capacit curative: le pagine della
storia venivano cancellate presto dalla memoria collettiva,
trasformate in un limbo nel quale prevaleva la legge della forza
contro ogni ragione. Nel 1324, dopo l'esperienza fiorentina,
Francesco Stabili arriv a Bologna: altri fili univano gli animi
dei due interlocutori, amalgamati dalla sete di verit. Cecco
d'Ascoli trov occupazione insegnando astrologia nella facolt
di medicina dell'Alma Mater Studiorum. L'universit felsinea
gli riserv in un primo tempo grandi onori per sottoporlo poi
a un processo, guidato dall'inquisitore domenicano Lamberto
da Cingoli, con l'accusa di aver criticato l'insegnamento della
Chiesa e l'operato dei suoi ministri. Condannato a una pesante
multa, alla perdita della cattedra, al sequestro di tutti i suoi
libri e all'esilio, venne allontanato dall'universit.
Grazie alla mia fama, alla capacit nell'insegnare furono gli stessi miei colleghi e allievi a farmi reintegrare tra il corpo docente, addirittura con un aumento del salario e l'elevazione ad un rango pi alto nella  scala dei professori. Il clima bolognese, fattosi cupo e opprimente mi convinse a trasferirmi nuovamente a Firenze dove arrivai nel 1326. All'et di cinquantasette anni fui chiamato dall'allora signore di Firenze,  Carlo d'Angi, in qualit di medico di corte. L'arrivo a Firenze era stato preceduto dalla mia fama, dall'aura di uomo capace di criticare la chiesa e sovvertire le fandonie che dominavano tra altari e fonti battesimali: ad accrescere l'astio nei miei confronti era stato anche motivato dall'esclusione dell'altro medico, il ricco e potente Dino del Garbo(58), favorito dalla compagine ecclesiastica fiorentina. Furono subito messe in giro le voci peggiori sulla mia persona: venni tacciato di negromanzia, di praticare magia nera, cos come le mie previsioni - mostratesi sempre giuste e affidabili - vennero fatte passare come auspicio di sventure. Leggere le stelle e il moto dei pianeti mi dava la forza e l'opportunit di presagire, grazie anche alla guida dello spirito della mia adorata madre. Quando pronosticai per la neonata figlia di Carlo d'Angi e di Maria di Valois, Giovanna - colei che sarebbe divenuta regina di Napoli - un futuro di sotterfugi, tradimenti e slealt coniugali, caddi in disgrazia per merito anche dell'odio che il cancelliere di palazzo, fra Raimondo vescovo di Aversa, nutriva nei miei confronti.
Venni processato dall'inquisizione, accusato di ogni nefandezza: d'altra parte si ripeteva il modo d'operare degli uomini di chiesa, con gli stessi capi d'imputazione che avevano mandato al rogo i cavalieri templari.
Il processo, brevissimo, si svolse nel tribunale inquisitoriale fiorentino, situato nel complesso della nascente basilica di
Santa Croce: false testimonianze, atti fasulli, prove inesistenti orchestrate dal francescano Accursio Bonfantini, decretarono la condanna di Cecco d'Ascoli. Venne condotto sul luogo dell'esecuzione dopo essere stato preventivamente sottoposto a tortura con ferri roventi. Il 16 settembre del 1327, davanti a Santa Croce, veniva ucciso con la selvaggia brutalit ecclesiastica l'uomo che aveva posto le basi per uno studio svincolato dai dogmi religiosi.
Nel fuoco vennero gettati tutti i suoi libri, in un macabro rituale che si sarebbe succeduto nei secoli futuri.
Francesco Stabili, grazie alla forza d'animo e al suo coraggio, resistette oltre l'umano alle fiamme, chiamando a giudizio
dell'Altissimo coloro i quali si erano macchiati del suo martirio. Brucer anche il suo lungo lavoro, L'Acerba Vitae, destinato per lungo tempo a segnare l'operato sotterraneo di altri liberi pensatori.
I suoi nemici moriranno uno dopo l'altro di morte violenta, dando corpo all'aura di mistero che circonder per sempre l'ascolano: dal cancelliere Raimondo d'Aversa all'inquisitore Accursio Bonfantini, dal duca Carlo d'Angi alla figlia Giovanna, la regina di Napoli assassinata dalla mano di sicari.
Per screditarne oltremodo l'ingegno e l'intelletto vennero messe in giro le voci di un suo patto con il diavolo. Sarebbe
stato Satana in persona a costruire il ponte ascolano che oggi ancora porta il nome di Cecco.
Lui guarda con sufficiente distacco le vicende umane, preoccupandosi ancora di far da spirito guida alle menti eccelse che
hanno combattuto - e osteggiano - il pesante fardello di ogni dogma.
Elisabetta lo guard con ammirazione, con quel rispetto dovuto a ogni anima libera in grado di difendere le proprie idee.
E lui la salut con la frase ultima, pronunciata sul rogo...
L'ho detto, l'ho insegnato, lo credo.
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Note.
57. Questa voce  riportata anche da Angelo Colocci, nato a Jesi il 24 luglio 1474 e deceduto a Roma il primo maggio 1549. Fu segretario di papa Leone decimo, profondamente legato alla gerarchia ecclesiastica e voce quindi poco attendibile sulle presunte depravazioni sessuali della madre di Francesco Stabili.

58. Dino del Garbo (noto anche come Dino da Firenze, Aldobrandino e in latino Dinus Florentinus; Firenze, 1280-Firenze, 30 settembre 1327)  stato un medico e filosofo italiano. Studi con Taddeo Alderotti a Bologna nel 1295.
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UMBRIA.
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VERSO GUALDO TADINO TRA LIBRI PERDUTI.
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Non era la sola anima che si muoveva nei piani sottili nel tentativo
di ritrovar qualcosa di perduto. Il fantasma di Castore
Durante vagava alla ricerca di un antico libro intitolato Il Tesoro
della Sanit, la copia manoscritta e ricca di annotazioni e
chiose vergate dal suo estensore. Quell'anima, nottivaga persa
lungo le vallate umbre, era incatenata nella piccola frazione di
San Pellegrino, nelle vicinanze di Gualdo Tadino. Non era in
cerca del testo stampato a Roma nel 1586, bens del manoscritto
originale, nel quale erano annotate ben altre formule e insegnamenti.
Curiosa vicenda quella dell'uomo di scienza, nato
proprio a Gualdo Tadino nel 1529, in una famiglia votata alla
cultura e alla magia naturale. Il padre, Giovan Diletto Durante,
era un giurista che amava coltivare l'arte astronomica e lo
studio della mitologia, tanto da dare ai propri figli nomi enigmatici.
Polluce, Zenobia, Imperia, Caterina, Ludovico e naturalmente
Castore. Dalla madre, Gerolima, il gemello di Polluce
aveva appreso l'arte antica della medicina naturale e dell'utilizzo
delle essenze arboree a fini terapeutici, scienza guardata con
sospetto e ammantata, a volte, della pericolosa nomea di arte
oscura e diabolica. Come le sorelle e i fratelli, Castore Durante
si era nutrito della cultura familiare ed era stato indirizzato
verso gli studi scientifici: dopo la laurea in medicina, nell'universit di Perugia e un breve ritorno nella sua citt natale,  a Roma per insegnare nell'Archiginnasio della Sapienza. Tale  la
sua preparazione da ottenere l'incarico di archiatra alla corte
di papa Sisto V, anche dietro la segnalazione del cardinale Girolamo
Resticucci(59), suo grande estimatore e protettore. Una
vita lineare, ricca di successi e incarichi prestigiosi, all'ombra
della cupola di San Pietro e soprattutto a stretto contatto con
Sisto V(60). Il papa, gi profondo conoscitore della magia per il
suo trascorso da inquisitore, aveva da un lato avviato una intensa
campagna contro la stregoneria, facendo dall'altra parte
ricorso a maghi e alchimisti, veggenti ed esoteristi.  in questo
ambiente che nasce e vede le stampe la produzione di Castore
Durante, che pubblica nel 1585 l'Herbario Novo e, l'anno successivo,
una pregevole versione de Il Tesoro della Sanit.
Gli incontri tra le anime artistiche. Elisabetta Sirani era diretta
verso la capitale, mossa dall'idea di poter trovare - nei vasti
sotterranei dei musei romani - se non il suo quadro perduto
almeno una traccia che la riconducesse a quell'opera ultima.
Lasciata la terra dove aveva incontrato l'alchimista Giuseppe
Andrea Lombardini, sent un richiamo che si insinuava nella
mente, in maniera graduale, quasi a voler renderla partecipe di
altre vicende consumatesi nei tempi passati.
Un'altra Elisabetta la evocava, anche lei spirito libero e ancella
di racconti artistici. In vita era stata un'artista affermata, ricercata dalle corti europee per la finezza con la quale incideva il legno o tratteggiava sulla carta ricami dagli intrecci esotici.
Elisabetta Parasole. Le si present cos, minuta nel corpo e delicata
in tutti i lineamenti, di garbo nei movimenti e nel linguaggio.
Bergamasca di nobili origini, era la figlia del barone
Cattaneo e di Faustina: nata nel culto dell'arte, aveva sposato
in giovane et l'incisore Leonardo Norsini, con il quale rivaleggiava
nell'uso di sgorbie e ceselli.
Matrimonio d'amore e d'arte, cos le sorrise venendole incontro
nella sua forma eterea e opalescente, con un altrettanto abile incisore e intagliatore: con Leonardo mettemmo su una fiorente attivit che ben presto ci port a Roma. Qui lavorai alacremente, per committenti importanti ed ebbi modo di incontrare una persona speciale, un dotto scrittore esperto in molte arti e abile conoscitore delle propriet terapeutiche delle piante. Lui  pure chiamato a Roma da Sisto quinto in qualit di medico e chirurgo. Castore Durante superava per intelletto molti uomini del suo tempo, spaziando nei vasti campi della letteratura, delle scienze mediche e dell'esoterismo.
Ma quest'ultima sua passione, nata in seno alla famiglia, doveva
essere ben occultata e caricata di simbolismi diversi per non incorrere nelle censure della curia romana e, cosa non da ultimo, finire magari sotto processo per stregoneria. I nostri tempi, conosciuti oggi con il termine di Rinascimento, avevano per altri versi aspetti crudeli dettati dall'ottusit. Celare, nascondere, rappresentare sotto chiavi diverse le cose arcane e gli insegnamenti alchemici: questa era una delle passioni di Castore, al quale il padre aveva dato il nome di uno dei due Dioscuri.
Ne portava con orgoglio il nome dedicandosi non solo alla cura dei corpi ma proseguendo il proprio cammino iniziatico verso la cura dell'animo umano. Non fu solo la mia abilit nel cesellare e incidere i legni, le matrici necessarie per illustrare i suoi libri, a renderci complici e confidenti nell'ambito della magia. Pure il mio animo era votato ad un alto percorso, un viaggio che ritenevo necessario per esplorare gli indefiniti confini dell'animo, fonte di ispirazione per le mie creazioni. La complicit che
si era instaurata tra di noi ci port in breve a discutere di alchimia e soprattutto del Rebis, il principio che designava anche la Pietra Filosofale.
La nostra non era una ricerca materiale bens spaziava nella sfera pi alta e spirituale, in quell'ambito nel quale - attraverso metafore e figure simboliche - volevamo illustrare i nostri sforzi e i risultati anche parziali del nostro studio. Giorno per giorno si susseguivano le annotazioni sul libro che Castore stava compilando, un poderoso studio a cui aveva gi dato il nome de Il Tesoro della Sanit. Dietro quel titolo si nascondeva in realt ben altro: aveva celato dietro quelle parole, dietro la  Sanitas latina veniva occultato il termine che designava non solo la  salubrit e la cura ma, in primo luogo, il senno. La ragione. Era quello il vero
messaggio che l'autore voleva trasmettere, il significato primo e celato.
Nelle pagine vergate da una mano sapiente vi erano note importanti,
quelle considerazioni che rendevano questo testo esplicativo: ci che
venne mandato alle stampe era ben altro, una narrazione privata delle
basi della sapienza, cos come un albero privato delle radici. Mancava la linfa vitale. Infatti era necessario, secondo Castore, iniziare ad instillare nell'uomo la capacit del ragionamento, la sete della ricerca e forse, in un secondo tempo, la pubblicazione originaria con le annotazioni e le osservazioni avrebbe chiarito e delineato la strada. Era, a posteriori, una volont oltre ogni limite, che travalicava i confini imposti dalla ortodossia. Giammai, in quel secolo, sarebbe stato possibile raccontare della magia naturale, negli anni in cui altri filosofi e pensatori venivano
messi sotto accusa per le tesi che contrastavano il dogma.
Dietro questo termine, di derivazione greca, era racchiuso il
significato primario, ovvero quello dell'essere una pura opinione,
il pensiero di un singolo: eppure queste elucubrazioni, nate
a volte da menti non eccelse, erano entrate a far parte della
dottrina, del credo, della direttrice che indirizzava il gregge.
Erano gli steccati nei quali rinchiudere la fede stessa, il luogo
oscuro nel quale il timore della pena era pi forte della volont
di conoscere.
Le annotazioni di Castore Durante non erano passate inosservate
in un luogo dove la delazione e lo spionaggio rientravano nella pratica quotidiana. Qualcuno, tra i pochi ammessi nel suo studio, aveva sbirciato tra le carte, prendendo nota dei simboli e delle annotazioni messe ai margini di un testo canonico. Il collegio cardinalizio,  oltre ai suoi sostenitori, annoverava una nutrita schiera di porporati mossi da invidia e da rancore; un odio nato soprattutto per le preferenze che erano state accordate a quel medico, studioso di discipline non allineate alla logica del credo. L'alchimia e la magia erano all'apparenza dei nemici da
combattere, cos come chi praticava le scienze arcane e ne era profondo conoscitore; nella realt dei fatti e dietro la facciata, molti uomini di chiesa ambivano a conoscere e carpire i segreti dell'Arte Reale(61). Il furto del manoscritto venne commissionato da un alto prelato del Vaticano, la cui sete di potere travalicava i limiti della fede: approfittando dell'assenza temporanea di Castore Durante un emissario del cardinale entr nello studio dove era conservato il manoscritto e lo rub facilmente.
Da quel momento si persero le tracce del prezioso documento di cui restava solo una copia priva di annotazioni, ovvero il testo destinato alle stampe. Impossibilitato a denunciare il furto, il Durante prefer non fare parola della sparizione del volume, nel timore che venissero alla luce le sue ricerche  alchemiche.
L'unica persona alla quale venne raccontato il furto
fu Elisabetta Parasole, la sola in grado di comprendere il valore
del testo. Il manoscritto prese segretamente la via verso l'Umbria,
destinato a essere celato in un palazzo di San Pellegrino,
di propriet del cardinale Pucci, dove venne occultato in un
sotterraneo. Era questo il luogo utilizzato dal porporato per
studiare le scienze nascoste ai pi, sperimentare segretamente i
processi alchemici nel tentativo di trovare l'elisir che gli garantisse la vita eterna. Il racconto di Elisabetta Parasole narrava
di fatti lontani nel tempo, di avvenimenti che tuttavia avevano
innescato in quei luoghi degli eventi difficilmente controllabili
da un profano dell'Alchimia.
Solo gli adepti, i profondi conoscitori, gli alchimisti veri potevano
lavorare con formule che - per gli improvvisati - potevano diventare
l'esatto opposto del bene e della luce: in quel sotterraneo vennero attivate delle forze che il cardinale non riusc a controllare e a dominare.
Le formule non solo erano celate dietro una simbologia volutamente
poco comprensibile ma, come ulteriore precauzione presa dal medico e
alchimista, ogni procedimento seguiva delle fasi articolate, inframmezzate da azioni di purificazione dell'ambiente. Giocare con quell'arma sconosciuta s'era rivelato, per l'uomo di chiesa, l'ingresso in un baratro profondo popolato dai demoni e dalle figure mostruose che la sua stessa mente aveva evocato. Era stato aperto un varco tra il mondo conosciuto e un oltretomba la cui energia aveva impregnatole pareti dei sotterranei.
La malattia che perseguit il porporato era solo uno dei risultati
della follia e della sua avidit: nonostante la morte, avvenuta a Roma, il luogo che aveva ospitato gli esperimenti continu ad essere carico di una energia invisibile e oscura. Lo stesso volume, il libro misterico, venne nuovamente trafugato da qualcuno che era a conoscenza del suo valore magico, forse lo stesso ignoto ladro che per conto del porporato umbro aveva compiuto il furto nella stanza di Durante.
Del libro si perse traccia e a nulla valsero gli sforzi di Castore
Durante per ritornare in possesso di quel testo sapienziale,
cos come la stanza sotterranea continu a emanare energie
che nulla avevano di benefico. Forze che ancora al giorno d'oggi
s'avvertono nella casa che sovrasta la camera nascosta: l'abitazione,
passata nel corso degli anni nelle mani di diversi proprietari,
riverbera delle forze inspiegabili, le stesse che anche
recentemente hanno avuto come teatro le mura dell'edificio.
Rumori sordi e passi notturni, oggetti che vengono spostati da
mani invisibili in un clima costante che suscita ansia e timore.
Tutto all'apparenza incomprensibile.
Le due donne guardarono quella casa, nel delizioso centro
storico di quell'antico borgo umbro, facendo la triste considerazione
su quanto l'ignoranza umana potesse scatenare eventi
incontrollabili: la chiusura di quel varco, aperto dall'opera
dell'improvvisato alchimista, sarebbe stata lunga, cos come
molti anni dovevano ancora trascorrere per smorzare l'energia
contenuta nelle pietre e nella roccia. La camera sotterranea
venne nel tempo dimenticata e il suo ingresso, costituito da
una botola in legno, nascosto da uno strato di mattoni. Rimarranno
occultati per molto tempo anche i graffiti e i disegni
tracciati dall'antico proprietario, colui che tent di fermare con
degli abbozzi di figure alchemiche antiche forze nefaste da lui
risvegliate. Passando per quella strada di San Pellegrino, via
che ora si chiama del Braccio, potreste avvertire anche voi un
inconsueto senso di disagio, un brivido inspiegabile e un leggero
moto di paura che - non conoscendo la storia di questo
luogo - potrebbero sembrare immotivati e senza fondamento.
Quanti altri luoghi, si domand Elisabetta Sirani, conservano
ancora le energie scaturite da azioni o eventi incontrollati,
frutto di maldestri giochi e di evocazioni la cui portata 
incomprensibile a molte delle menti umane. Camminamenti
nascosti, celle di prigioni o semplici abitazioni teatro di esperimenti e di goffi gesti neppure lontanamente magici, divenute porte di comunicazione con l'oscuro....
Anche il fantasma di Castore Durante evitava accuratamente
quella grotta, ne scansava le forze malevole, ben sapendo che
il luogo non nascondeva pi il suo volume: quello spirito transitava
lontano guardando con amarezza i contorni delle case,
alla ricerca di una traccia del volume magico.
Le due Elisabette si strinsero, prendendo ognuna la propria strada, la via della ricerca.
...
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Note.
59. Girolamo Rusticucci (Cartoceto, gennaio 1537-Roma, 14 giugno 1603)  stato un cardinale italiano della Chiesa cattolica, nominato da papa Pio quinto il 17 maggio 1570. Fu abilissimo nel gestire le questioni temporali della Chiesa.

60 Sisto quinto, nato Felice di Peretto da Montalto e a trentanni Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1521-Roma, 27 agosto 1590),  stato il 227esimo papa della  Chiesa cattolica (226esimo successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all'Ordine dei frati minori conventuali.

61. Uno dei sinonimi con i quali viene conosciuto il percorso di studio iniziatico dell'alchimia.
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A NARNI, L'ALCHIMISTA DELLE SEGRETE.
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Il suo antico nome evocava immagini di cavalieri medievali,
di intrepidi combattenti cos come celava misteri e intrighi,
lotte e vicende ancora da scoprire: il cuore pulsante del borgo
di Narni ha la peculiarit di trovarsi nel centro geografico
preciso della Penisola, cos come sembra unica la magia che
si irradia dai palazzi storici, colmando gli animi di un sottile
piacere estetico. Non solo personaggi famosi hanno reso lustro
al territorio; vi sono anche i nomi di donne e uomini, volutamente
cancellati dalla storia, che hanno contribuito a rendere
questo luogo armonico e ricco di energie. L'ombra cupa dello
spettro del pi conosciuto conte Francesco Cenci, incarcerato
nella rocca che sovrasta Narni, costretto a vagare per i crimini
commessi in vita, nulla toglie al fascino del maniero costruito
nel 1367 a fini difensivi per volere del cardinale Egidio Albornoz.
Il conte Cenci avrebbe pagato con la vita i maltrattamenti
a cui sottopose non solo i propri parenti ma quanti finirono
sotto le sue grinfie: venne ucciso per ordine della moglie Lucrezia
e dei figli Giacomo e Beatrice, incapaci ormai di reagire
alle violenze. Avvelenato e poi gettato dal torrione del castello
della Rocca nella Sabina, nel tentativo di simulare una morte
accidentale. Il delitto del conte venne scoperto solo in seguito
e punito con la decapitazione di Beatrice, Lucrezia e lo
squartamento di Giacomo. Francesco Cenci, cos come visse,
 incatenato ai luoghi dei suoi misfatti pagando con il dolore
dell'anima le empiet delle proprie azioni.
Elisabetta lo vide da lontano, scansandone debitamente il
contatto: anima nefasta non meritevole di una parola ma solo
di biasimo e indifferenza. Era stata invece l'alchimia a chiamarla
verso Narni, nel borgo delle storie e delle vicende umane.
Erano anche i luoghi dove nei secoli passati si era fatto
fal di documenti compromettenti, degli atti di processi antichi
svolti tra le aule dei tribunali ecclesiastici. Le malefatte di
molti inquisitori avevano lasciato tracce profonde e indelebili
nelle citt e nei paesi della Penisola: ma a volte, a fronte delle
ottusit con le quali venivano portati avanti gli interrogatori, vi
erano menti geniali a ostacolare la stupidit.
Intelligente, di animo nobile e votato alle conoscenze alchemiche.
Elisabetta Sirani percep immediatamente la carica e
l'energia positiva che quell'anima sprigionava: in vita si chiamava
Giuseppe Andrea Lombardini, e solo per puro caso la vicenda
del suo arresto e della detenzione non venne cancellata
nel fal dei tanti registri, quel fuoco appiccato dagli stessi  il Sant'Uffizio per offuscare e mascherare ogni traccia
delle ignominie compiute. Cos come non furono cancellate le
iscrizioni, i disegni e i simboli tracciati dalla mano dell'iniziato.
Perch Lombardini lo era.
Tra spiriti di luce, benevoli spettri capaci di emanare vibrazioni
magiche, non poteva che nascere un contatto, la voglia e
il piacere di raccontare. Lui la condusse in un luogo angusto,
un antico convento domenicano che per molto tempo era stato
dimenticato, occultato da mattoni che avevano preservato -
quasi congelando il tempo - le testimonianze dei carcerati, i
loro graffiti, le sigle incise sui muri delle celle.
Fui incarcerato in questa cella, in questo luogo tetro che si trova nel vecchio convento dei padri Domenicani: era il 1759 e venni accusato insieme al mio commilitone Francesco Marini di aver tentato la liberazione di un nostro amico, Pietro Mili, noto con il nome di Veneziano.
Lui era rinchiuso in queste carceri, accusato di eresia, blasfemia, di insulti al vicario inquisitoriale di Piediluco: in quei tempi bastava veramente poco per finire sotto indagine ecclesiastica. Un solo accenno, un comportamento leggermente diverso era riprova di eresia: il Mili, uomo dotato di ingegno e di intelletto, male si trovava a soggiacere alle baggianate che venivano raccontate per spaventare la plebe. Pecore dentro un recinto ben definito, uno steccato da non oltrepassare e chi trasgrediva veniva punito. Il Veneziano aveva, agli occhi dei suoi accusatori, la colpa di dedicare il proprio tempo alle letture alchemiche ed esoteriche: cosa verissima visto che il Mili era stato iniziato all'esoterismo
e aveva intrapreso un proprio cammino verso la conoscenza. Eravamo
fratelli, nel senso profondo del termine e ci sentivamo accomunati da
ideali di giustizia e libert.
Il processo contro Pietro Mili era stato celebrato in tempi
brevissimi: colpevole e meritevole - secondo l'accusa - di patimenti
e di ravvedimento nelle prigioni di Narni. La prigionia
in quelle celle era tra le pi dure e temute, luogo che si
affiancava alla camera degli interrogatori dove, attraverso la
tortura, si estorceva qualsiasi confessione. Era stata cos presa
la decisione di liberare il prigioniero: il piano di Giuseppe Antonio
Lombardini e Francesco Marini si basava sulla sorpresa
e sull'immediatezza dell'azione. Tuttavia qualcosa and per il
verso sbagliato e i due commilitoni si trovarono a loro volta
imprigionati nelle segrete del carcere domenicano.
Prendeva cos avvio nel 1759 il calvario della detenzione, ci che
lentamente trasformai, per tenermi vivo, in un viaggio iniziatico.
Furono i miei studi sull'alchimia e sull'esoterismo a darmi la forza di resistere alle angherie e ai soprusi dei carcerieri; giorno dopo giorno iniziai a tracciare sulle pareti della cella i simboli del Tempio, in  maniera allegorica per non destare sospetti negli inquisitori. Rappresentai su ogni lato del mio carcere ogni elemento alchemico, ogni allegoria, portando l'energia positiva dentro questo luogo. Fu un percorso lungo, segnato dalla speranza di una liberazione cos come tutti gli elementi raffigurati dovevano portare beneficio a tutti gli sventurati che, dopo di me, sarebbero stati rinchiusi tra le pareti di pietra. Era certo il luogo di una prigionia, dal quale non si poteva uscire, ma divenne anche il
luogo nel quale nessuno poteva entrare, un luogo sacralizzato e un vero e proprio tempio.
Lombardini era un iniziato di alto rango: la maestria con la
quale realizz ogni singolo elemento decorativo lasciava trapelare
la preparazione in ambito alchemico ed esoterico. Aveva
lasciato un libro scolpito nella pietra la cui chiave di lettura
era nota a pochi sapienti: ne erano dimostrazione gli uccelli
rappresentati nelle pareti perch proprio il loro linguaggio
era simbolo della parola nascosta e riservata agli eletti. Il patto
di mutuo soccorso stretto tra Lombardini, Francesco Marini
e Pietro Mili era stato sintetizzato e scolpito nella pietra, in
quella cella divenuta Tempio e simbolo di una fratellanza che
li univa.
Sole e luna, l'oro e l'argento alchemico ovvero l'integrazione perfetta tra l'elemento maschile e quello femminile; tracciai sulle pareti ogni elemento necessario allo spirito per raggiungere la perfezione. Giorno dopo giorno prendeva corpo la straordinaria Grande Opera nella
quale aveva una collocazione di rilievo la rappresentazione della Scala di Giacobbe, ovvero l'Asse del Mondo composto dal numero magico
Sette, nel suo significato di perfezione. Ogni elemento alchemico era
disposto secondo la logica del Tempio e il luogo che andavo a delineare diveniva sempre pi carico di energia. Dal mito di Osiride al Rebis,  la Pietra Filosofale: ci che i giudici avevano pensato come la mia prigione in realt era divenuto il luogo pi santo. Lo incisi sulla chiave di volta, dove tracciai la scritta Il Paradiso Santo.
Elisabetta Sirani, affascinata dall'alchimia, guardava con attenzione
il Tempio sotterraneo, i suoi simboli e il significato
che quell'Arca di conoscenza poteva ancora trasmettere a distanza
di tanti anni. La struttura, costruita nel 1200 insieme al
convento domenicano, sorgeva sopra un luogo di culto molto
particolare, un tempio dedicato alla dea Minerva: dopo secoli
di attivit tutto il complesso era stato abbandonato ed era
caduto nell'oblio. Dimenticato dagli uomini venne preservato
dalla distruzione: solo nel 1979 un gruppo di sei giovani trov
casualmente l'ingresso ai sotterranei, riportando alla luce
un'intera pagina di storia che pareva caduta nell'oblio. I grandi
alchimisti del passato, da Nicolas Flamel a John Dee, da Ermete
Trismegisto per arrivare ad Abramelin il mago, si sarebbero
chinati davanti alla maestria con la quale era stata compiuta
l'opera. Il percorso spirituale di Giuseppe Andrea Lombardini
era coinciso simbolicamente con le fasi del lavoro alchemico;
la Nigredo, l'opera al Nero iniziata con la carcerazione e l'oscura
cella, l'Albedo ovvero il principio della trasformazione
nella quale il carcere era divenuto tempio e infine la Rubedo,
l'opera al Rosso con l'elevazione e la liberazione dello spirito e
del corpo.
L'illuminato e libero muratore Lombardini aveva lasciato testimonianza visibile di tutto il suo percorso, giocando tra l'altro con l'ignoranza dei suoi carcerieri, incapaci di interpretare
e comprendere il valore simbolico di quei disegni. Alla fine
della detenzione fece perdere le proprie tracce, proseguendo
lo studio e la ricerca spirituale che lo portarono, al termine
del percorso terreno, ad acquisire quel rango spirituale che gli
consente - ancora oggi - di percorrere sotto forma di spirito
queste terre. Osserva, senza essere notato, i visitatori che affollano le antiche stanze, certo che tra i tanti vi sia chi ha il cuore puro per comprendere il libro alchemico tracciato nella pietra.
Cos come spera che gli orrori compiuti nel passato, nel nome
della fede, siano un monito costante per il rispetto del libero pensiero.
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LO SPETTRO DEL BIGAMO.
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Cos in vita, cos nell'aldil: ci sono spiriti che mantengono
invariato anche nel mondo ultraterreno quelli che in vita
erano il proprio carattere, l'umore, i comportamenti, magari
amplificando vizi e debolezze. Spiriti burloni, fantasmi irriverenti,
giocherelloni oppure cupi e pensierosi; nulla cambia
nel mondo di mezzo nel quale vagano certe anime, ancora in
cerca di un qualcosa che per loro  indefinito. Domenico Ciabocchi
non rientrava nella categoria degli spiriti armonici viste
le troppe colpe ancora da espiare, i molteplici nodi che il suo
animo pesante doveva ancora sciogliere. Chi casualmente ne
avvertiva la presenza o aveva modo di scorgerne la sagoma,
in prossimit del carcere inquisitoriale di Narni, non poteva
certo descriverlo come spirito gioioso e neppure dotato di benevolenza.
Cupo, chino sotto il peso delle proprie colpe e delle
malefatte, scontava in quel suo vagare l'amore perduto e annichilito
dalla menzogna. Cos lo vide Elisabetta, in una forma
indistinta e quasi larvale, ammusonito e imbronciato, intento a
brontolare e a imprecare contro se stesso. Ne aveva ogni ragione,
alla luce di quello che era stato il suo passato. Fu Giuseppe
Andrea Lombardini a raccontare le vicende che riguardavano
quel fantasma, imprigionato tra le antiche mura del convento
domenicano di Narni.
Raccont l'alchimista a Elisabetta:
Non ho mai parlato con quello spettro, perch troppe differenze ci
separano e troppo distanti sono i nostri cammini: ma conosco la sua
storia che mi  stata narrata da un altro spirito, un povero fantasma
che in vita ebbe a che fare con questo manigoldo. Anni dopo la mia
carcerazione tra queste mura e precisamente il 17 aprile del 1726, viene imprigionato con l'accusa di bigamia Domenico Ciabocchi. Lui era nato a Todi, nell'Ospedale della Carit, da genitori ignoti trascorrendo la propria giovinezza tra ricoveri di mendicit e conventi; nel corso degli anni aveva imparato il mestiere di agricoltore, lavorando come dipendente per uno dei signori di queste terre. In quegli anni mette su famiglia, sposando un'altra contadina di nome Maria Grazia Laurenzi nella chiesa di San Martino in Romazzano. Dal matrimonio erano nati quattro figli e la vita coniugale sembrava essere scandita solamente dal lavoro e dagli impegni casalinghi. Per nove anni, nonostante le difficolt e la povert latente, il Ciabocchi aveva mantenuto saldi i vincoli familiari, dedicandosi apparentemente all'educazione dei figli e al volersi affrancare dalla miseria che la vita dei campi gli aveva riservato. Poi la fuga: aveva fatto perdere le proprie tracce dirigendosi prima ad Amelia e poi a Terni, svolgendo un gran numero di lavori saltuari. Pur senza aver mai compiuto studi - era totalmente analfabeta - aveva sviluppato un ingegno tutto suo, giostrandosi in vita per raggranellare i soldi necessari per condurre un'esistenza accettabile. Ritorner a Narni nel 1723 e il 6 settembre, nella cattedrale della citt sposa Elisabetta Natili, gi vedova di Angelo Moriconi, mentendo non solo sul proprio nome bens sul suo stato matrimoniale. Bigamo in piena regola, grazie anche alle false dichiarazioni di due testimoni corrotti con delle ceste di frutta
e verdura. La sua condizione di bigamo sarebbe passata inosservata se al cospetto dell'inquisitore di Todi non fosse arrivata una denuncia anonima: vennero intraprese indagini e raccolte numerose testimonianze che accertarono non solo i nomi fasulli utilizzati dall'uomo ma - cosa pi grave agli occhi della Chiesa - la sua bigamia. Tutto il carteggio venne inviato all'inquisitore di Perugia e poi a Spoleto, sotto la cui competenza era l'ufficio vicariale di Narni. Da qui, il 27 luglio del 1725 partirono gli ordini d'arresto per Domenico Ciabocchi, alias Sciabocco o Domenico Alunno altrimenti fattosi passare per tale Bertoldo che, nel frattempo e prevedendo la carcerazione, si era dato alla latitanza. La sua fuga durer
quasi quattro mesi e si concluder con l'arresto da parte degli inviati dell'Inquisizione. Verr rinchiuso nel carcere inquisitoriale di Narni e sottoposto a interrogatorio: per accelerare la confessione del bigamo e dell'impostore erano state ordinate torture lievi. Il coraggio e la forza d'animo non erano certo il punto di forza del prigioniero che, alla vista degli strumenti arroventati, delle corde e delle assi di penitenza, raccont ogni dettaglio della sua vita confessando infine, nel dicembre del 1725, la bigamia e il continuo cambiar di nome.
Nel suo viaggiare Elisabetta Sirani aveva incontrato personaggi
particolari, ognuno con le proprie storie e vicende: ma il
Ciabocchi pareva essere stato in vita un vero e proprio ladro di
galline, goffo e maldestro, capace da un lato di barcamenarsi
nella sua misera esistenza e cos goffo da cadere nei tranelli tesi.
Giuseppe Andrea Lombardini la guard, osservando la sua
espressione di disappunto, proseguendo nel tratteggiare lo spirito gaglioffo.
Incapace di gestire le proprie malefatte il prigioniero, condannato
a cinque anni di carcere e rinchiuso in quella che fu la mia cella, non perse l'occasione per combinarne una delle sue: a pochi mesi dalla sua carcerazione attese l'attimo propizio per fuggire. Lo fece nel peggiore dei modi possibili, strangolando il bargello(62) che aveva portato in cella il pasto quotidiano. Il 17 di aprile del 1726, un mercoled infausto, aveva stretto al collo del sorvegliante le catene che gli serravano i polsi, dandosi alla fuga per le campagne. Rester alla macchia per qualche mese fino a quando, nel tentativo di incontrare la seconda moglie di cui era ancora innamorato, le fiss un appuntamento al confine con il regno di Napoli, alla dogana del Salto del Cieco. Il biglietto che aveva fatto scrivere e inviare a Elisabetta Natili venne intercettato da un collaboratore dell'Inquisizione: all'appuntamento fissato non trov la donna ma un nutrito manipolo di armati che lo incatenarono e lo riportarono nelle celle dalle quali era fuggito. L'inquisitore di Spoleto
Tommaso Maria Masserotti lo condann inesorabilmente al carcere
perpetuo. Cos, dopo qualche anno di reclusione dura, il bigamo e assassino nonch truffatore, mor in solitudine perseguitato dai rimorsi.
Di lui si perse quasi traccia: rimase di quel processo un incartamento, scampato alla distruzione sistematica degli atti inquisitoriali, un insieme di verbali trascritti per narrare i misfatti del Ciabocchi di Todi.
Costretto a percorrere ancora la triste strada nel regno delle ombre, a tentare l'espiazione dei suoi peccati.
Elisabetta lasci con rammarico il borgo di Narni e l'anima
pura di Giuseppe Andrea Lombardini: da lui aveva appreso
altri insegnamenti, andando a scavare nel profondo dell'alchimia.
Il viaggio iniziatico della pittrice era cominciato con l'opera
al Nero, aveva avuto il suo avvio con la morte corporea.
Ora si trovava nell'opera al Bianco, il suo percorso di ricerca.
Salut l'alchimista, rimpiangendo - per la prima volta - di non
averlo conosciuto in vita e non aver assaporato il profumo dei
suoi baci. Alchimia non solo di animi. Era alchimia di corpi.
Lontani. Si avvi guardandolo con la consapevolezza di ritrovarlo
magari in altre vite. Ogni cosa ritorna, come il serpente
magico che morde la propria coda. L'Uroboro che rappresenta la ciclicit del vivere.
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Note.
62. Il bargello era il funzionario incaricato, in questo caso dal tribunale inquisitoriale, di sorvegliare e nutrire il prigioniero.
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LAZIO.
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COS IN VITA, COS NELL'ALDIL.
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La magia  il coronamento o l'incubo della causalit, e non la sua contraddizione.
Il miracolo non  meno estraneo a questo universo che a quello degli astronomi.
Esso  governato da tutte le leggi naturali, e da altre immaginarie.
J.L. BORGES.
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Mai avrebbe immaginato una citt cos caotica: il trambusto
che aveva conosciuto nei tempi passati, nel corso della
sua esistenza, era divenuto ancor pi intenso e chiassoso, con
quei veicoli semoventi che avevano preso il posto delle carrozze
e velocemente sfrecciavano lungo le strade della capitale.
Roma la ricordava in maniera differente, soprattutto quando
durante la notte il silenzio riusciva a placare la smania di
movimento e di attivit dei viventi e il loro sonno lasciava
antiche mura e palazzi nella calma di un passato di fasti e
ricchezze. Ponte Sant'Angelo pareva, per contrasto, ancorato
ai secoli andati in un fruscio ovattato che veniva appena modulato
dallo scorrere lento del Tevere.
Passi leggeri di qualche nottambulo arrivavano in lontananza
senza turbare la quiete di quel luogo, sul quale vegliava
la grande statua dell'arcangelo Michele realizzata dal fiammingo
Peter Anton von Verschaffelt(63). In passato la citt di
Roma l'aveva rapita, cos pervasa d'arte antichissima e ricca
di opere di suoi contemporanei: ne era rimasta affascinata
per le imponenti architetture e le storie, le vicende, i fatti
umani che avevano avuto come teatro quella turbolenta citt.
Elisabetta percepiva un fermento sotterraneo, un insieme di
voci che provenivano dal sottosuolo, tra armonie e distonie
in un bailamme confuso di rumori: udiva parole di condanna,
richieste di piet che provenivano da Castel Sant'Angelo,
che per molti secoli aveva rappresentato il luogo malefico.
La follia umana  illimitata come un pozzo di cui non s'avverte
la profondit, priva di contorni e disperatamente incardinata
nella mente dei carnefici: solamente cadendo in quell'antro
si possono percepire le sfumature della perversione, i lati
inconcepibili dell'orrore. Quando aveva dipinto il ritratto di
Beatrice Cenci, che i pi avevano attribuito al grande maestro
Guido Reni, si era immersa nell'animo di quella ragazza, nei
suoi drammi e nei patimenti, nelle violenze subite. Ne aveva
assorbito ogni sussulto, ogni lacrima, tratteggiando il suo volto
cos come era apparso al suo carnefice. Lei, appena ventiduenne,
aveva affrontato la morte condannando a un giudizio divino
l'operato dei suoi inquisitori.
Non il fantasma, non l'anima pura di Beatrice: lo spirito che
si aggirava nella piazza del castello dedicato al Sant'Angelo aveva
rancori da sanare, irrisolti drammi da pacificare. In vita era
Lucrezia Petroni, seconda moglie di quel Francesco Cenci la
cui anima macerava nel budello infernale. Era stata matrigna
di Beatrice, sua complice e adorata confidente gi da quando,
in vedovanza, si era maritata con il padre della giovane. La vita
riserva sorprese, inattese e non volute: Lucrezia, ancora giovane
e privata del marito, era stata pretesa - per dote e moneta
- dal Cenci. Costretta poi, una volta sposata, a una vita di sudditanza, di dolori e sofferenza che andavano ben oltre il limite dell'umana sopportazione. Era anima pura, uno spirito ormai
mondato da ogni peso umano: non era il fantasma senza la testa
che in molti credevano di vedere. Lei, Lucrezia, l'aveva ben
salda sul proprio corpo, in cerca dei carnefici che ne avevano
straziato le carni. Alla ricerca anche di quel Francesco Cenci la
cui vita-era stata spezzata da una congiura familiare per porre
fine all'orrore al quale sottoponeva moglie e figli.
Si ritrovarono sul ponte, a cavallo del Tevere. Alla met di
Ponte Sant'Angelo. Lucrezia era stata condotta in catene sopra
un carro, per essere portata al patibolo. Svettava nella sera la
sagoma scura del castello, ci che nei tempi odierni era divenuto
un luogo d'arte e di cultura, campeggiava sempre memore
dei tempi feroci che ne avevano impregnato le mura.
L'antico mausoleo di Adriano, la cui edificazione inizi nel
135 d.C., aveva assolto nel passato a numerose funzioni: da luogo
di sepoltura ospit i resti dell'imperatore Adriano e di sua
moglie Vibia Sabina, dell'imperatore Antonino Pio, dell'imperatore
Marco Aurelio e di altri tre dei suoi figli, dell'imperatore
Settimio Severo, di sua moglie Giulia Domna e dei loro figli e
imperatori Geta e Caracalla. Il mausoleo perse in parte la sua
funzione quando fu collegato alle Mura Aureliane, diventando
parte del sistema difensivo cittadino. Verso l'anno Mille il
fortilizio inizi a essere utilizzato come carcere, ammantandosi
di un'aura funesta. Torture e morti avvenute tra le mura
dell'originario mausoleo ne incrementarono l'atmosfera pesante
popolandolo di anime vaganti e irrequiete. Vagabondava tra
le sale nel Giretto di Pio quarto, a destra della loggia di Paolo terzo, tra le undici prigioni che in origine erano stanze costruite per i familiari di papa Gregorio sedicesimo; era il fantasma di Marozia, nobildonna romana nata nell'892, tanto bella quanto spregiudicata, affascinante e capace di ogni azione pur di mantenere il rango e il potere della sua casata. Non era ancora quindicenne quando divenne la concubina, l'amante di papa Sergio terzo(64), con
una tormentata relazione che vide la nascita di Giovanni, salito
poi al soglio pontificio con il nome di Giovanni undicesimo. Non uno
scrupolo e neppure il rispetto per la vita altrui caratterizzava
l'animo di quella donna, maritata per tre volte secondo un disegno
politico basato sulla sete di potere: fu lei l'artefice dell'assalto
al palazzo del Laterano, culminato con l'arresto di Giovanni decimo,
suo oppositore. Prigioniero a Castel Sant'Angelo, il pontefice
venne strangolato aprendo la strada alla successione del figlio
di Marozia, Giovanni undicesimo. Nel corso delle celebrazioni per il suo terzo matrimonio con il cognato Ugo di Provenza venne arrestata per ordine del figlio Alberico secondo e incarcerata nelle segrete
di quel luogo tetro, lo stesso carcere dove aveva fatto rinchiudere
il suo avversario Giovanni decimo. Morir tra queste mura, nei
luoghi che ancora  costretta a percorrere in cerca di pace.  un
fantasma affascinante eppure terrifico, come in vita, che mostra
la sua faccia bella e minacciosa allo stesso tempo nella continua
ricerca di vendetta. Tra le mura di quella prigione non pochi
sono i lamenti che la donna lancia contro il papato, lo stesso che
fu causa delle sue fortune e principale responsabile della sua
rovina. Nel fortuito caso di un incontro notturno non cedete
alle sue lusinghe perch sono portatrici di infausti avvenimenti.
Lei cerca ancora di concupire e di far cadere le sue prede in
una ragnatela di ammiccamenti e di moine: meglio sfuggire alla
sua presenza magari con quell'indifferenza che tanto la turb in
vita, per salvare la vostra mente che nega l'esistenza di fantasmi.
D'altro animo e di ben diversa natura era Lucrezia, altrettanto
affascinante e di notevole intelletto: rimasta vedova
troppo presto, era caduta negli interessi di Francesco Cenci
che, seppur fosse ancora in vita la sua consorte, non disdegnava
di colmare di morbose attenzioni la Petroni. Narr la
sua vicenda tra l'amarezza e la rabbia: con quella vena di tristezza
per le sorti toccate a lei e ai giovani figli del Cenci, ma
soprattutto con l'astio nei confronti di chi mand tutti loro
al supplizio, verso una morte orribile preceduta da torture e patimenti.
Raccont Lucrezia, parlando con voce ferma allo spirito di Elisabetta Sirani:
Esistono piani differenti nell'aldil, che per comodit si potrebbero
immaginare come una immensa spirale aurea che procede verso il
basso: ogni giro dal pi luminoso al pi buio ospita le nostre anime,
alcune delle quali possono ritornare su questa terra per sanare delle
ferite antiche, delle pene, dei debiti ancora in essere nei loro confronti.
Nei livelli infimi, preclusi agli esseri di luce, si agitano coaguli informi amalgamati in una melma maleodorante e terrifica. In questi luoghi si agita ci che fu Francesco Cenci, il malfattore che fu causa prima dei miei e di altrui patimenti. La sua violenza, in vita, era talmente colma d'odio da rasentare la follia pi cupa: una follia che scatenava soprattutto sui propri figli, non risparmiando neppure Ersilia Santacroce, la sua prima moglie che mor - cos fecero credere le cronache del tempo - per malattia e cause naturali. Non era il primo atto di violenza a essere consumato dal nobile: malvagio e truffatore, sempre disposto a menar le mani e a causare risse tanto da essere messo sotto l'occhio vigile delle guardie pontificie. Grazie al suo lignaggio e ai rapporti stretti con altri nobili e cardinali Francesco Cenci era sempre riuscito a evitare pene severe; subito dopo la morte della moglie invi le due figlie, Antonina e Beatrice, nel monastero francescano di Santa Croce in Montecitorio per aver campo libero nel corteggiarmi. Falso e traditore come Giuda aveva in mente la mia dote e i miei soldi, lui rincorso dai debitori e da quanti si era inimicato in vita. Volle sposarmi e, come uso per quei tempi, non ebbi modo di rinunciare alle sue richieste tanto da essere condotta all'altare nel terribile anno del 1593. Beatrice era uscita appena l'anno prima dal convento, forse l'unico luogo protetto nel quale sarebbe scampata alle ire immotivate di quel padre snaturato. Tanto malvagio era quell'animo da usarle ogni sorta di violenza e, nonostante la mia forte opposizione nel tentativo di difendere quella bellissima ragazza, fummo entrambe segregate nel castello di Petrella: il luogo, conosciuto come la Rocca, divenne la nostra prigione, un carcere destinato a
diventare inferno nel giro di poco tempo.
Nel 1597, inseguito nuovamente dai creditori e ammalato di
scabbia e gotta, Francesco Cenci si rifugia nel piccolo castello
del Cicolano, a Petrella Salto, portando insieme a s i due figli
Giacomo e Bernardo.
Le nostre condizioni di vita, oltre alle privazioni alimentari, diventeranno da quel momento l'inferno sulla terra: costrette ad assistere a ogni tipo di violenza, agli atti che mai un genitore potrebbe perpetrare sui propri figli, fummo a turno vittime della follia di quell'insano uomo. Al culmine di quella pazzia, ferita nel corpo e nello spirito, Beatrice condivise con noi un piano per mettere fine alla vita di quello scarto dell'umanit. Erano troppe le violenze subite per poter stare ancora inermi davanti a quell'orrendo esempio di essere vivente: prendemmo tutti insieme la decisione di sopprimerlo, come chirurgicamente si estirpa un tumore che mina l'organismo. Furono vani i primi due tentativi, causati dalla nostra imperizia e dalla scarsa abilit nell'uccidere la gente: cos, come suggerito da Beatrice, una notte del 1599, di gioved 9 settembre, lo drogammo e infine lo giustiziammo. Ci dettero una mano Olimpio Calvetti, il castellano e Curzio da Fioran, maniscalco del castello. E per non essere scoperti, in virt delle ferite inferte su quel corpo, gettammo Francesco Cenci dagli spalti della torre.
La libert riacquistata dur ben poco: la nobilt papalina, insospettita da una denuncia anonima, fece riesumare il corpo
del Cenci per sottoporlo a un esame autoptico. I medici incaricati
dell'autopsia esclusero la morte accidentale, addebitando
il decesso alla mano dell'uomo.
Clemente ottavo stesso ordin il nostro arresto, spingendo gli
inquisitori ad utilizzare ogni metodo pur di arrivare alla verit
da lui voluta. Ebbero modo di sperimentare sui nostri corpi
ogni nefandezza, oltre ogni umana sopportazione. Pensate alle
nostre carni sottoposte ad ogni tipo di violenza, immaginate
quanto si possa sperare la morte pur di non essere ancora trafitte
e violate, bruciate e torturate. Nessuna di noi confess ma,
al limite della follia, fu il castellano Olimpio Calvetti a narrare
del nostro intrigo. Con la conseguente condanna a morte.
Le strade di Roma, nell'11 settembre del 1599, erano pervase
da un'afa nauseante ma la folla non poteva mancare al grande
appuntamento, la giostra dell'ammazzamento. Videro passare
i carri sui quali erano legate le vittime sacrificali, i responsabili
dell'uccisione di Francesco Cenci notabile romano. Videro il
boia fermo nell'attesa, cos come osservarono il Giacomo Cenci,
con il cranio fracassato dai colpi del mazzuolo e ancora vigile
piegato nei ceppi ad aspettar la morte. Guardarono le donne,
ma non ebbero modo di vedere le violenze alle quali erano
state sottoposte, non poteva comprendere la folla il dramma e l'abominio.
Morirono una dopo l'altra, e Lucrezia - incapace di reggere
le sofferenze - pur svenuta venne decapitata e il suo corpo gettato tra gli scarti.
Ordin la nostra morte quell'Ippolito Aldovrandini - papa Clemente
ottavo - vera infamia sul nome del Cristo. Ha molti cadaveri sul suo
animo, non solo i nostri ma quelli del grande Giordano Bruno e di
altri liberi pensatori. Un anno appena separ la nostra fine da quella del Nolano, in Campo dei Fiori. Venne bruciato in vivo, e immaginatene le sofferenze, sotto lo sguardo di un pontefice che si ammantava di un potere divino. L'Aldovrandini macera nella melma, insieme ai suoi pari: lo hanno sepolto nei luoghi che vengono osannati dalla cristianit... bisognerebbe conoscere la storia per scoperchiare quelle ossa e gettarle non nel Tevere, perch ci sarebbe sacrilego, ma nella pi fetida delle porcilaie.
Elisabetta Sirani ne percep l'impeto di disperazione, comprese
il dramma e la abbandon alla ricerca. Avrebbe trovato
i suoi carnefici, ben sapendo che il fasullo pontefice Aldovrandini
macerava nella cloaca destinata ai malvagi. Il soglio
di Pietro, profanato, meritava altre vendette, le giuste pene.
Guardando negli occhi il fantasma di Lucrezia non pot fare
a meno di abbracciarla, condividendo ogni sua sofferenza per
tanto abominio, per tutta quella crudelt. La sua vita e quelle
dei figli dello scellerato Francesco Cenci erano state l'abisso
terreno dell'infelicit, lo strazio tangibile causato da un essere
senza scrupoli e senza fede. Le vennero in mente le parole di
un grande scrittore, un iniziato quale era William Shakespeare
che, con la sua frase l'inferno  vuoto e tutti i diavoli sono
qui scandagli alla perfezione l'animo umano, nei suoi recessi
pi neri, definendo in pieno la malvagit di molti viventi. Non
poteva sapere, il poeta inglese, che l'aldil riserva sorprese ancor
pi amare a chi fece del crimine e della violenza il proprio scopo di vita.
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Note.
63. Peter Anton von Verschaffelt (Gand, 8 maggio 1710-Mannheim, 5 luglio 1793)  stato uno scultore fiammingo conosciuto anche come Peter Anton Verschaffelt. Fu attivo a Roma e Mannheim nel diciottesimo secolo. In Italia  famoso per la creazione, nel 1753, della statua bronzea dell'angelo posta sulla sommit di Castel Sant'Angelo a Roma. L'angelo  raffigurato nell'atto di rinfoderare la spada a testimonianza di una visione avuta da papa Gregorio Magno in occasione della fine della peste che colp Roma nel 590.

64. Romano di nascita, nacque in una data sconosciuta da Benedetto, legato da vincoli di parentela con Teofilatto che durante il pontificato di Benedetto quarto era stato nominato iudex populi romani dall'imperatore Ludovico di Provenza e fu il capostipite di una famiglia, poi denominata conti di Tuscolo o Tuscolani, che avrebbe dato molti pontefici alla cristianit, come Teofilatto secondo - Benedetto ottavo (1012-1024) - e  Teofilatto terzo -
Benedetto nono (1032-1044). Si presume che il padre di Sergio, Benedetto conte di Tuscolo, fosse discendente diretto di Alberico, fratello di papa Adriano primo (772-795).
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L'INFERNALE PAPESSA DI ROMA.
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Io sono circondato da preti che ripetono incessantemente che il loro regno non  in questo mondo, eppure allungano le mani su tutto quello che possono prendere.
NAPOLEONE BONAPARTE.
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Uno dei suoi gesti pi plateali fu il furto compiuto il 7 gennaio
del 1655: lei, tanto intima del papa e altrettanto abituata
a vivere nel palazzo vaticano, non aveva avuto scrupoli nel
sottrarre - da sotto il letto del pontefice appena defunto - due
grandi casse colme d'oro e inviarle nella sua residenza romana
di piazza Navona. Il ritratto che ne fece Gregorio Leti(65),
attento osservatore delle dinamiche politiche nella Roma
papalina, fu chirurgico scrivendo di una realt scomoda a
molti: amante di Innocenzo decimo, sua concubina, confidente ma
anche anima nera in grado di condizionarne scelte e azioni
politiche, Olimpia cre un suo impero personale con determinazione
e con la totale assenza di scrupoli. Cos come si
fece tutrice di molte cortigiane, che nella realt andarono a
far parte di un mercato della prostituzione riservato ad alti
prelati e nobili papalini romani. Nonostante i tentativi che
molta aristocrazia fece per smorzare i toni sulla condotta di
Olimpia Maidalchini, il peso delle sue colpe, degli inganni
e dei raggiri la tenne legata a questa terra, costringendola a
ripercorrere ogni passo della sua miserevole vita.
Gregorio Leti  uno spirito curioso, uno di quei fantasmi
che passano totalmente inosservati: questo per una sua scelta,
perch ha deciso di osservare ancora le vicende di una citt
alla quale era legatissimo in vita e per la quale - ancora adesso
- nutre un attaccamento speciale. Uno spirito chiacchierone,
ciarliero e preciso nel raccontare i fatti di un'epoca che vide il
predominio spregiudicato di una donna, dal carattere subdolo e malevolo.
Girava con un taccuino e una penna stilografica, oggetti
che non appartenevano alla sua epoca e che gli erano arrivati
in dono per le sue doti di cultore del vero e di raffinato cronista.
Poteva passare per un redattore ante litteram, un giornalista
d'assalto in grado di raccontare ci che era scomodo
mettere su carta. Per questo motivo era fuggito diverse volte,
scampando la censura e la prigione: ora, nella pace del suo
stato di spirito, continuava ad appuntare le note per un suo libro futuro.
Elisabetta lo vide in piazza Navona, intento a scrivere in bella
e armonica grafia, concentrato nel redigere pensieri sulla citt
eterna. Da tempo oramai non parlava con i suoi simili, anime
artistiche e luminose: cos distolse lo sguardo dai fogli bianchi
per avvicinarsi alla pittrice. Incuriosito e attratto allo stesso
tempo dall'aura celeste di quella donna, della quale percepiva
la bellezza interiore. Era un cantastorie, affabulatore e prodigo
di dettagli narrativi, cos ansioso di parlare di una donna che
aveva scritto una delle pagine di storia romana.
Sei forse incuriosita, esord Gregorio Leti, da quello spirito
errabondo e folle, che transita per Roma? In vita la conobbi
per via della sua fama e del suo potere, una donna dal fascino
perverso e cos scaltra da manovrare un intero collegio cardinalizio.
Lei  lo spettro di donna Olimpia Maidalchini Pamphilij,
inseguita dai fantasmi del suo passato, dall'angoscia di
un potere che non ha pi. A guardarla ora, vestita con il nero
lutto, cos rassomigliante al busto realizzato da Andrea Algardi(66),
percepisci il suo carattere burbero e autoritario, l'abitudine
al comando e l'incrollabile egocentrismo che la port ad essere
il papa nero e il vero decisore delle sorti del Trono di Pietro.
Viterbese di nascita, figlia del capitano Sforza Maidalchini e
di Vittoria Gualterio, aveva visto la luce domenica 26 maggio
1591: come consuetudine del tempo era stata inviata in convento
insieme alle tre sorelle per lasciare la linea ereditaria al
loro fratello. L'idea di una vita monastica non si plasmava con
un carattere gi irruento e determinato tanto da renderla insofferente a un ambiente troppo angusto e restrittivo. Per evitare la clausura non esit, giovanissima e astuta, ad accusare il suo
tutore spirituale di seduzione e molestie sessuali: lo scandalo
che fece seguito alla sua denuncia port alla sospensione a divinis
del frate, facendole cos evitare il peso dei voti claustrali.
Arriv subito dopo il matrimonio con Paolo Nini, facoltoso
borghese dalla salute malferma, cos malaticcio da lasciarla vedova
dopo soli tre anni dalle nozze. Forte di una rendita cospicua
e altrettanto ricca di fascino e seduzione scelse per marito,
calcolando con precisione il proprio futuro, l'attempato nobile
Pamphilio Pamphilij. Lei aveva 21 anni mentre il discendente
della nobile casata in fase di decadenza aveva 48 inverni sulle
proprie spalle; ma ci che per lei contava di pi era il ruolo del
fratello, di quel Giovanni Battista cardinale ed esponente della
corrente vaticana pi vicina alla corona di Spagna. Grazie alle
conoscenze e alle entrate del marito venne accolta tra le fila
della nobilt romana, quella vicina al Vaticano e sempre pronta
a giostrarsi tra correnti e fazioni.
Il resoconto di Gregorio Leti sulla vita di Olimpia sembrava
agli occhi di Elisabetta un fiume in piena con parole che scorrevano
veloci e non prive di sarcasmo.
Che fosse abile e spregiudicata lo si cap dall'attaccamento quasi morboso verso il cognato, figura emergente del collegio cardinalizio. La si vedeva in giro, in carrozza, non tanto con il marito quanto con Giovanni Battista Pamphilij: questa sua esuberanza, unita ad un fascino ben giostrato non passava certo inosservata tra il popolo delle due sponde del Tevere. Qualcuno, ben informato sui movimenti della donna, ritenne che certe opere benefiche portate avanti da Olimpia nei confronti di cortigiane avvenenti, coprissero in realt un fiorente commercio di prostitute destinate ai nobili e ai porporati. Con l'accrescersi del potere del cardinale Pamphilij aument anche il suo peso nelle decisioni che venivano assunte nella citt di Pietro: lei d'altra parte era abilissima nel
monetizzare il rapporto privilegiato con la curia, tanto da richiedere un balzello a chiunque volesse accedere - per via breve - ai colloqui riservati nelle stanze vaticane. Fu lei a pilotare, dopo la morte di Urbano ottavo, l'elezione del nuovo pontefice facendo prevalere tra gli elettori porporati il nome del cognato. L'ascesa al trono di Innocenzo decimo segn il vero trionfo di Olimpia Maidalchini Pamphilij che, rimasta vedova nel 1639,  trascorreva
le proprie giornate tra il palazzo di famiglia in piazza Navona e le sacre stanze. Ormai nota per la sua arroganza veniva chiamata la papessa, tanto da essere uno dei bersagli preferiti delle pasquinate romane(67) con l'epiteto di Pimpaccia. Cos potente da nominare cardinali a lei vicini e guidare in prima persona l'agenda degli incontri papali: si ricord  anche del tranello teso in giovent al suo precettore spirituale,  riammettendolo in seno alla Chiesa ed elevandolo al rango cardinalizio. Tanta brama di potere le cre non poche inimicizie, non solo tra il popolo, ma anche all'interno della Curia romana: il cardinale Fabio Chigi, settimo figlio del conte Flavio Chigi Ardenghesca, esponente di spicco della famiglia di banchieri toscani, divenne il suo pi acerrimo nemico. Olimpia, forte dell'appoggio papale, al culmine del suo potere ricevette il titolo  di principessa di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona. Chiamer alla corte papale il pittore spagnolo Diego Velzquez che la ritrarr in una posa eloquente:  l'apoteosi del successo per l'ex bimba irrispettosa delle regole e dei precetti.
Incurante dei malumori a corte Olimpia si avvia, inesorabilmente,
verso il declino e l'oblio, mentre tra i romani sono in
molti a pensare che la donna abbia stipulato un patto scellerato
con Satana in persona. Cos la notte di gioved 7 gennaio del
1655, quando Innocenzo decimo lasciava questa vita dopo una lunga
malattia, Olimpia sar pronta a rubare due casse colme d'oro
poste sotto il letto del pontefice. Non si curer neppure della
sepoltura del corpo del cognato che, per l'avarizia della donna,
rimase per un giorno in una stanza. Fu solo grazie alla generosit
del maggiordomo Scotti, che si fece carico di costruire una
povera cassa, e del canonico Segni, che spese cinque scudi per
la sepoltura, che Innocenzo pot essere inumato nella basilica
patriarcale del Vaticano.
Sal al soglio pontificio il suo acerrimo nemico, il cardinale
Fabio Chigi, con il nome di Alessandro settimo: primo atto formale
del nuovo papa fu l'allontanamento da Roma della principessa,
dell'antica dama del potere. L'operazione chirurgica nei confronti
dei Pamphilij era iniziata e Olimpia, costretta all'esilio nelle sue
terre viterbesi di San Martino al Cimino, verr rapita dalla peste
ad un anno esatto dalla morte del suo protettore e amante.
Gira per Roma il suo spirito nefasto, costretto a percorrere
a ogni ricorrenza del fatidico 7 gennaio la distanza che separa
l'antico palazzo di piazza Navona con villa Pamphilij. Nel ponte
Sisto l'attende puntuale il demone con il quale aveva stretto
il patto di ricchezza e fama, lo stesso essere infernale che trascina
la donna e il suo carico d'oro tra le acque turbolente del
Tevere. Statene alla larga, perch il suo animo  nero come il
fondo della spirale che racchiude le informi ombre ed  petulante
come un demone ciarliero.
Elisabetta si gir di scatto, seguita dallo spirito del cronista,
lasciando velocemente la penosa anima di donna Olimpia in
balia dei suoi fantasmi nefasti: si diressero, percorrendo la
sponda destra del Tevere, verso il rione Borgo. Gregorio Leti
pareva impaziente di portarla al cospetto di due persone che, a
suo giudizio, potevano aver notizia del suo quadro, del dipinto
perduto. Passarono per piazza Pia, lasciandosi alle spalle la
chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo, inoltrandosi nei
vicoli della cinta Vaticana per trovarsi in vicolo del Campanile,
al cospetto del numero civico 2.
Elisabetta vide due ombre che pian piano, al suo avvicinarsi
verso di loro, assumevano contorni netti e definiti: il Leti, mostrando la gioia che una guida di quel rango poteva esprimere, li present con rispetto e riverenza. Loro due, con altrettanto
ossequio si cimentarono in un galante baciamano.
Esord il pi giovane dei due:
Mi chiamo Leonida Montanari ed in vita fui medico e chirurgo,
mentre il mio compagno di avventure e fratello nell'aldil  Angelo
Targhini, che svolse la professione di cuoco nelle cucine papaline.
Fummo giustiziati con l'accusa di lesa maest, di aver cospirato contro il papa e incriminati inoltre per tentato omicidio: tanto bastava nella Roma del 1825 per esser condannati a morte e finire sotto la mannaia del boia. A nulla valse la nostra dichiarazione di innocenza e, seppur facessimo parte della Carboneria e fossimo in contrasto con l'oscurantismo imposto dal Papa-Re Leone dodicesimo (68), diventammo oggetto di una pena esemplare, pur non avendo commesso alcun reato grave.
Il clima di terrore imposto in quegli anni s'era aggravato ancor di pi con l'indizione del giubileo del '25, in una citt dove erano stati chiusi i teatri, fermati i concerti, cancellati addirittura spettacoli di strada di saltimbanco e burattinai. Una delazione, una denuncia anonima, ci apr le porte delle carceri papaline dove venimmo giudicati e condannati alla pena capitale. Mercoled 23 novembre ci condussero sul carro fino alla piazza del Popolo, dove il boia - gi di primo mattino - aveva allestito il patibolo: passammo in mezzo alla folla, silenziosa e guardata a vista dai gendarmi nel timore di disordini, e affrontammo la morte a viso aperto,
rinunciando a pentimenti e alle bende generalmente messe sopra gli
occhi dei condannati. La prima testa a cadere fu quella di Angelo ed io, nel salutare il mio carnefice, lo guardai con aria beffarda. L'ultima cosa che vidi fu il mantello scarlatto di Mastro Titta, il donatore di morte al soldo del pontefice. Cos sulla piazza cal il silenzio e lo sconcerto, nel disgusto generale per la carneficina esemplare, monito per coloro i quali avessero in mente di ostacolare il Papa-Re. Ci seppellirono in terra sconsacrata, al Muro Torto(69), nel luogo designato per le prostitute, i ladri, i suicidi e i vagabondi, come anch'essi non fossero figli di un Dio universale e misericordioso. Noi siamo qui di guardia, in attesa che si
manifesti lo spirito dannato del nostro boia, di quel Giovanni Battista Bugatti meglio noto con il nomignolo di Mastro Titta. Compare ogni tanto ma, spaventato alla nostra vista, fugge nei recessi dell'aldil, nei luoghi destinati ai carnefici prezzolati, strumento di un potere cieco e ottuso.
Furono 514 i nomi dei giustiziati annotati dal Bugatti nel
suo taccuino di morte, insieme ai loro crimini e alla modalit
di esecuzione della pena, l'esecutore di morte aveva iniziato
presto la sua carriera, a soli 17 anni, impiccando e poi squartando
Nicola Gentilucci da Foligno il 22 marzo del 1796.
Una carriera lunga e meticolosa, durata 68 anni, nella quale
speriment sui condannati tecniche differenti per portarli a
morte certa. Utilizzava un grosso maglio per il mazzolamento,
colpendo con forza il capo della sua vittima, cos come
non ebbe alcuna remora nello squartare i cadaveri dopo
l'impiccagione. Quando termin la sua carriera, il 17 agosto
1864, venne sostituito da Vincenzo Balducci; papa Pio nono gli
concesse per gli ampi e professionali servigi prestati anche
la pensione, con un vitalizio mensile di 30 scudi. Il mantello
scarlatto che indossava durante le esecuzioni accompagna
ancora oggi questo spettro insieme a un parapioggia. Perch
durante i periodi di inattivit il boia di Roma, non volendo
restare inoperoso, aveva messo su bottega d'ombrellaio. Attivit
con pochi clienti, che ben si guardavano da ripararsi sotto l'ombra della morte.
Lasci Roma a malincuore per proseguire il suo itinerario
alla ricerca di ci che le era appartenuto. Vani erano stati fino a
quel momento i tentativi di rintracciare il dipinto, quel quadro
che in qualche maniera ostacolava il distacco di Elisabetta dal
mondo dei vivi.
Decise di percorrere altre tracce, altri segnali che le arrivavano
da lontano, da una terra popolata di janare, fate, esseri
magici dei boschi. Fece rotta seguendo il suo istinto.
...
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Note.
65. Gregorio Leti (Milano, 29 maggio 1630-Amsterdam, 1701)  stato un letterato italiano, poligrafo, stampatore e fine osservatore delle vicende italiane. Tra le altre opere pubblic: Roma piangente, o dialogi tra'l Tevere e Roma (1666), Il nipotismo di Roma, o vero relatione delle raggioni che muovono i Pontefici all'aggrandimento de' nipoti, del bene, e male che hanno portato alla chiesa doppo Sisto quarto, sino al presente... (1667), Vita di Donna Olimpia Maidalchini, chi govern la chiesa, Durante il Ponteficato d'Innocentio decimo. Doppo l'anno 1644 sino all'anno 1655 (1667).

66. Alessandro Algardi (Bologna. 27 novembre 1598-Roma, 10 giugno 1654)  stato uno scultore italiano attivo nella Roma del 1600: tra le sue opere, oltre al busto di Olimpia Maidalchini Pamphilij conservato oggi al Museo statale Ermitage di  San Pietroburgo,
anche il busto marmoreo di Innocenzo decimo Pamphilij, realizzato nel 1650 circa e oggi esposto al Museo della Citt di Acquapendente, in provincia di Viterbo.

67. Pasquino  la pi celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della citt fra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. Ai piedi della  statua, ma pi spesso
al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a farsi beffe anonimamente di personaggi pubblici pi importanti. Erano le cosiddette pasquinate, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei
confronti del potere e l'avversione alla corruzione e all'arroganza dei suoi rappresentanti.
Diversi furono i tentativi di eliminarla e fu il forestiero Adriano sesto (ultimo papa straniero prima di Giovanni Paolo secondo), durante il suo breve e controverso pontificato (1522-1523), che tent di disfarsene, ordinando di gettarla nel Tevere. Fu distolto quasi in extremis dai cardinali della Curia, che intravidero il pericolo e la possibile portata di un simile attacco alla congenita inclinazione alla satira del popolo romano. Anche Sisto quinto(1585-1590) e
Clemente ottavo (1592-1605) tentarono invano di eliminare la scomoda statua. Gi nel 1566, per, sotto Pio quinto, lo scrittore e poeta Niccol Franco era stato accusato di essere l'autore delle pasquinate e per questo condannato a morte e giustiziato sulla forca. Le pasquinate per non tacquero, e ai versi propagandistici si sostituirono invettive moraleggianti, soprattutto nei confronti di un dilagante nepotismo e di una certa prostituzione di lusso.

68. Papa Leone dodicesimo (in latino: Leo PP. 12 al secolo Annibale Francesco Clemente Melchiorre Girolamo Nicola della Genga; Genga, 2 agosto 1760-Roma, 10 febbraio 1829)  stato il 252esimo Vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 1823 alla sua morte.
Fu impopolare tra la popolazione romana cos come fu inviso a molti pensatori italiani. Lo stesso Massimo d'Azeglio, nel suo diario compilato durante i suoi lunghi soggiorni a Roma, testimonia del clima severo e cupo imposto alla citt dalle celebrazioni giubilari
volute dal papa.

69. A sinistra di Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si pu leggere la lapide apposta nel 1909 in memoria dell'esecuzione dei due carbonari.
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ABRUZZO.
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La nostra vita  un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto pi  ricca quanto pi se ne allontana,
attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti.
GABRIELE D'ANNUNZIO.
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IN GIRO ANDIAMO TUTTA LA NOTTE E VENIAMO CONSUMATI DAL FUOCO.
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Dall'Aquila a Castel di Sangro. Palazzo Ardinghelli  una vetusta
residenza nobiliare intrisa di energie positive. Nel centro
storico della citt aquilana, il cui nome evoca la bellezza
e l'armonia, la villa gentilizia  il simbolo di una rinascita, del
cambiamento. Dimora antica, capace di emanare ancora il
riverbero di un passato glorioso. Era stata attirata da questo
luogo, non solo per il suo presente maestoso, ma per il passato
fulgido che lo vide teatro e atelier di artisti e pittori. Elisabetta
Sirani, osservando le forme barocche del palazzo, la cui
costruzione era iniziata nel 1732, rimase affascinata dall'aura
pittorica che lo circondava: percepiva la forza e la dinamicit
del tratto, comprendeva il muoversi del segno, recepiva il significato ultimo dell'autore che aveva animato la scuola. Una
officina iniziata da Teofilo Patini. Lo ritrov al suo fianco,
delicatamente apparso al suo cospetto, entusiasta del lavoro
della pittrice bolognese. Lui ne aveva ammirato il tratto e la
composizione, il ritmo e l'armonia, traeva linfa dalle immagini
dei suoi dipinti. Elisabetta lo sent al suo fianco, avvert tutta
l'emozione che il pittore provava al suo cospetto. Sentimento,
per quelle due anime sensibili all'arte e all'armonia, profondamente
ricambiato.
Queste mura, sussurr Teofilo Patini, non riuscendo a nascondere
l'entusiasmo per l'incontro con Elisabetta Sirani, rappresentano una parte importante della mia vita, il luogo nel quale nacque la scuola pittorica destinata a forgiare giovani artisti: presi esempio dalla tua, dalla capacit che tu mostrasti nel proporre un nuovo metodo di insegnamento. Cos, fin da piccolo sperimentai l'arte e il  disegno, ed ebbi modo di crescere e di formarmi tra studi letterari e grandi aspirazioni di libert. Furono complici di questa mia passione culturale e civile  sia Leopoldo Corucci, un raffinato latinista e cospiratore antiborbonico, che Panfilo Serafini(70), anch'egli cultore della lingua dei nostri padri e grande patriota. Furono soprattutto loro a condurmi verso scelte artistiche e civili, facendo balenare dentro il mio animo il desiderio di una conoscenza pi approfondita del mondo e dei mondi che ci circondano: compresi gli universi sottili che oggi noi, come spiriti, popoliamo e animiamo.
Forse non era stata casuale la mia nascita il 5 maggio del 1840 a Castel di Sangro, quella porta d'Abruzzo che segnava spiritualmente l'avvio del mio percorso: Giuseppe, mio padre, trasfer nel mio cuore la voglia di viaggiare e conoscere, studiare e sperimentare. Cos fui a Firenze e a Roma, passando anche per Bologna ad ammirare la tua citt natale, per tornare infine nella mia terra natale e ideare la scuola di Arti e Mestieri.
Quale migliore sistemazione poteva avere questo cenacolo se non l'antico palazzo Ardinghelli, nel quarto di Santa Maria, divenuto propriet dell'importante famiglia Cappelli. Nel percorso compresi l'importanza dell'idea del viaggio dal punto di vista spirituale; forse fu scatenante una frase in lingua latina che rimane tuttora ben salda nel mio animo. In girum imus nocte et consumimur igni(71).  un palindromo(72) il cui autore  incerto, una frase che mi segue fin dalla prima formazione, dalle parole dei miei insegnanti che avevano grande dimestichezza con l'esoterismo.
L'intera vita di Teofilo Patini  intrisa di impegno politico,
sociale e di una profonda spiritualit che lo conduce verso gli
studi di carattere esoterico. La frase latina che porta nell'animo
ha una forte valenza alchemica e simbolica, tanto da guidarlo
nella realizzazione di numerosi lavori. Nella pienezza del tratto
dipinge nel 1882 un'opera dedicata a Galileo Galilei, al passaggio
dello scienziato da questa terra ad altri mondi, quelli popolati
dalle anime eccelse e vittime della stupidit dei potenti.
Continu a raccontarsi...
Furono amici e miei estimatori a comprendere il mio interesse verso
la spiritualit e la ricerca esoterica, cos da accogliermi all'interno della loggia massonica dell'Aquila intitolata a Fabio Cannella(73). Era una fucina d'animi, un luogo nel quale molti dei confratelli si erano esposti in prima linea e come me erano entrati volontari nei Cacciatori del Gran Sasso voluti da Giuseppe Garibaldi per organizzare l'insurrezione dell'Abruzzo. Patrioti per alcuni o cospiratori per altri. L'esperienza massonica fu importante tanto da farmi scalare i gradini iniziatici fino a divenire Maestro Venerabile della loggia Cosmogenesi il cui tempio era situato sempre all'Aquila. I segnali che gi avvertivo fin dall'infanzia, ci che mi faceva intuire l'esistenza di un livello superiore di conoscenza, divenivano sempre pi forti e intensi: lo studio e la meditazione mi portarono in contatto con le eggregore(74) celesti, manifestatesi in
pi di una occasione nel corso degli incontri tra le colonne del tempio massonico. Capit che, forse per una mia predisposizione naturale, l'evocazione divenisse una presenza costante nella mia vita, seguendo ogni momento della mia giornata. A volte diveniva fonte di  ispirazione, in certi altri guidava - come consigliera - certi tratteggi e rifiniture che davano anima ai dipinti. Quel contatto ultraterreno, uno spirito che forse avrebbe turbato gli animi di molti, continu a frequentare tutti i luoghi della mia esistenza e, anche quando io passai all'Oriente Eterno, stette a vegliare sul mio corpo e poi a far da guardiano alle mie tele.
Si mossero da L'Aquila, lasciando alle proprie spalle il ricostruito
palazzo Ardinghelli, le sue armoniose architetture e gli
spazi destinati a ospitare altri artisti. La loro meta era Castel di
Sangro. Avrebbero visitato i luoghi natali di Teofilo e incontrato
lo spirito guida che veglia ancora sulle tele custodite nel
palazzo De Petra.
La dimora storica era appartenuta alla omonima famiglia
gentilizia che aveva gestito il feudo per oltre tre secoli: lo stemma
di famiglia, un leone rampante che stringeva in una zampa
una testa mozzata, dava anche l'altro nome con il quale era
conosciuto il palazzo: del Leone.
Intorno alla costruzione erano nate storie e leggende, alcune
basate su fatti realmente accaduti, che vedevano come protagonisti
esponenti della casata che aveva edificato il fortilizio:
tumultuose vicende di battaglie, tra alleanze e intrighi, avevano
poi portato il maniero a passar di proprietario fino a essere
oggi gestito dal comune e adibito a spazio espositivo.
Le stanze della residenza De Petra ospitavano la pi completa
rassegna dei lavori pittorici di Patini, includendo anche
opere di suoi allievi. Ci che rendeva l'atmosfera particolarmente
magica ed energetica era il daimon del luogo, quello spirito
benefico capace di ispirare le grandi creazioni artistiche. Il
daimon del leone, come amava chiamarlo Teofilo Patini, era
una sorta di genio del luogo capace di lunghi silenzi nell'attesa.
Vegliava oramai da anni nella pinacoteca De Petra, da quando
Teofilo Patini lasci questa terra il 16 novembre del 1806, a 66
anni compiuti da poco. Era spirato serenamente, consapevole
che la sua esistenza avrebbe preso altre strade e seguito altri
percorsi.
Il mio daimon, un po' come il mio animo,  scherzoso e giocherellone,
amante del bello e cultore del senso estetico dell'esistenza: si diverte ogni tanto a spostare leggermente alcuni quadri, aspettando la notte fonda e la totale assenza di persone per accendere delle luci qua e l.
Certo non  uno di quei fantasmi ormai noti al grande pubblico, fossero essi frutto di immaginazione o realt, ma il nostro daimon esiste e sovrintende questi luoghi. Infatuato di queste terre antiche, dove le energie sotterranee scorrono forte e incitano alla ricerca della bellezza, lo spirito della pinacoteca ha un solo difetto: non tollera critiche o giudizi malevoli in merito alle opere esposte. Tantomeno potrebbe acconsentire un vociare sconsiderato oppure del chiasso e delle lamentele: i luoghi d'arte - a suo giudizio - sono un tempio nel quale si entra con rispetto
e in armonia. Per quando il daimon  annoiato si diverte a imitare, nel cortile, il ruggito del leone, la scultura che da secoli raffigura l'antica casata dei De Petra, oppure - in pieno inverno - a tracciare segni e sbaffi sopra la condensa dei vetri... tanto mai si penser agli scherzi bonari di un'anima artistica. Hanno sepolto il mio corpo nella lontana Napoli, dove mi ero trasferito temporaneamente per realizzare le decorazioni dell'ateneo partenopeo: riposano le ossa nel quadrato degli artisti del cimitero di Poggioreale, ma non disdegno - come avrai notato - far delle scappatelle nella mia terra d'origine.
Gli strinse le mani sentendo la forza e la delicatezza dell'artista
mentre lui ancora le parlava del ritratto che aveva realizzato
per celebrare il suo eroe. L'immagine imponente e misterica di
Giuseppe Garibaldi. Andarono in giro per tutta la notte, consumati
dal fuoco eterno della passione artistica.
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Note.
70. Panfilo Serafini (Sulmona, 23 agosto 1817-Sulmona, 11 novembre 1864)  stato uno storico e patriota italiano. Originario di una famiglia contadina sulmonese, si diede agli studi di retorica e latino presso il locale seminario e successivamente si trasfer a Napoli dove comp gli studi di filosofa e di letteratura. Fu insegnante di greco e latino presso l'Abbazia di Montecassino e in seguito nella sua citt natale, divenendo poi affiliato della
Carboneria e partecipando alle sue attivit nel periodo risorgimentale. Incarcerato e torturato venne infine liberato dopo l'Unit d'Italia: mor prematuramente a 47 anni a causa delle dure condizioni di reclusione alle quali era stato  sottoposto.

71. In giro andiamo tutta la notte e veniamo consumati dal fuoco.

72. Palindromo (dal greco plin, indietro, e drmos, corsa, letteralmente: corsa all'indietro); sequenza di caratteri simmetrica, che pertanto rimane identica sia che venga letta da sinistra verso destra, sia da destra verso sinistra.

73. Fabio Cannella era divenuto protagonista dei moti risorgimentali fin dal 1848 quando in seguito alla abolizione della costituzione, intorno all'intendente Mariano d'Ayala di chiari sentimenti liberali, si costitu all'Aquila un tentativo di governo provvisorio
rivoluzionario teso al mantenimento della costituzione e che non ebbe alcun seguito tranne gli esili che colpirono anche Cannella.

74. Le Eggregore sono un centro energetico creato dalla intensit di concentrazione della forza di volont di un gruppo di persone per un periodo di tempo pi o meno lungo e si manifestano sotto forme differenti o tendenti a emulare la figura umana.
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QUESTA  PURA STREGHERIA.
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Angitia, figlia di Eeta, per prima scopr le male erbe, cos dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva gi la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve.
Silio Italico (75), Punicae, Libro ottavo.
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Se Gabriele d'Annunzio l'avesse conosciuta ne avrebbe narrato
le gesta in poesia come l'ultima strega d'Abruzzo, dipingendola
come un'eroina dei tempi passati, vittima di un destino
avverso e succube dell'ignoranza. Melinda, la fattucchiera,
temuta eppure cercata perfino tra gli abitanti dei villaggi delle
Terre della Baronia aquilana, era - come grid la puerpera che
la port al mondo - settima figlia di una famiglia senza eredi
maschi, venuta alla luce al settimo mese e avvolta dall'aura della
sfortuna. Era nata nel mese infausto, quello che secondo la
credenza popolare apriva le porte ai defunti; come se ci non
bastasse il parto di quel 1869 era coinciso con una scossa di
terremoto che, pur non creando danni, aveva messo in allarme
la popolazione. Bastava tutto ci per relegare Melinda nel recinto
delle streghe; l'unica sua fortuna era stata quella di nascere
lontano dagli anni inquisitoriali, perch ben presto sarebbe
finita al rogo per purificarne le carni e lo spirito.
Teofilo Patini nel corso della sua vita aveva raccolto numerose
testimonianze sull'attivit stregonesca della donna ma
lui, da libero pensatore, aveva collocato tutte le dicerie che
giravano intorno a Melinda come frutto di invidia e di rancori sopiti.
Era nata in un piccolo villaggio situato nei pressi di Penne,
raccont Teofilo alla sua temporanea compagna di viaggio,
in una famiglia afflitta dal male della povert: la fama nefasta di quella bimba, alimentata dalle voci messe in giro dalla sua levatrice, cre barriere e steccati insormontabili, relegandola in una esistenza solitaria.
Sentiva tutta la diversit, forse per via di un dono che le era arrivato per via materna, quello di vedere oltre e saper curare i Malefici:  evitata dalle sue coetanee, appena adolescente si era innamorata di un ragazzo di Penne dal quale avrebbe avuto due figli. Nessun matrimonio, solo una vaga promessa fatta dall'uomo prima di partire per il fronte della Prima Guerra Mondiale, con un impegno spezzato dalle pallottole sul campo di battaglia. Lei, strega e fattucchiera, come ormai tutti la chiamavano, decise infine di mettere a frutto le proprie doti, andando a imparare magia bianca e nera. Fu prima a Forcella, nel Lazio, diligente studiosa delle arti bianche presso uno stregone del luogo per prendere poi la via di Montepradone, nelle Marche, alla scuola di magia nera di una janara nefasta. Lei, analfabeta e pi propensa ad utilizzare il suo dialetto che la lingua italiana, divenne ben presto una vera e propria autorit in ambito magico. Come tutte le streghe, o meglio come le donne diverse e dotate della capacit di curare e vedere oltre, Melinda vive una vita emarginata, lontano dalla societ eppure meta di quanti nel bene e nel male ricorrevano alle sue doti.
Preferiva la magia bianca a quella nera. Per le opere di luce
Melinda non pretendeva alcunch, riservandosi di ricevere un
compenso in denaro o in natura per le opere di magia nera.
Innamorate respinte, concorrenti sleali in affari, malati e invidiosi, la lista dei suoi clienti era tanto lunga da riempire ogni pagina del diario di una esistenza durata novantatr anni.
Raccontava spesso che la sua forza arrivava da lontano, dai secoli
passati, dagli anni in cui la caccia alle streghe era condotta con scientificit da parte dei vescovi locali: se in Abruzzo non oper, nella sua identit fisica, il tribunale inquisitoriale, and ai prelati locali il compito di stanare eresie e stregherie, colpendo chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con il mondo degli inferi.  nel 1584 che proprio a Penne si celebr l'autodaf - l'atto di fede  coniato dall'Inquisizione per mascherare nella realt torture e soprusi,  violenze e roghi purificatori - contro tre presunti adepti dell'Oscuro Signore.
Fu la stessa Margherita d'Austria(76), moglie del duca di Parma Ottavio Farnese, a sollecitare le autorit locali nell'individuare e stanare ogni possibile forma di stregoneria. In questi territori era ancora saldamente radicato il culto antico verso Angitia, antica divinit legata ai boschi, alla rinascita e alla stessa medicina naturale. Alla dea venivano attribuite capacit taumaturgiche, e a lei si rivolgevano le donne sapienti per celebrare i riti di purificazione o di guarigione.
Con calcolo pi politico che religioso, Margherita d'Austria mirava
ad un controllo capillare del territorio, mettendo fuori dalla legge (la sua e quella del papato) chiunque evocasse o celebrasse le divinit considerate pagane. Fu la regnante a chiedere la pena esemplare per tre abitanti di Penne, considerati stregoni e adoratori del diavolo Angitia. Finirono sul rogo, arsi vivi Cristina Malospirito, Caltelmo della Corvara, Annibale di Montegallo dichiaratisi - dopo essere stati sottoposti a tortura e violenze inaudite - colpevoli di praticare  magia e sortilegi in nome della antica divinit dei boschi. Povera Angitia, finita anch'essa, come tante divinit benefiche adorate in antichit, nel grande registro dei demoni compilato con dovizia e perversione dagli uomini della fede. Quando non era stato possibile trasferire il culto pagano nell'alveo delle credenze cristiane, s'era adottata la tattica della demonizzazione. Gli alberi sacri erano divenuti oscuri abitanti delle foreste, menhir e pietre fitte erano i luoghi preferiti per
celebrare i sacrifici umani nel grande sabba infernale, cos come le
erbe benefiche s'erano trasformate nelle piante del diavolo. Chiss,
nella realt, quanto il demonio in persona avrebbe sorriso nel vedere
all'opera i veri demoni del mondo reale, osservando con estasi crudele l'operato degli ecclesiastici, nascosti dietro il paravento della fede, cos capaci di ogni abominio pur di soddisfare il macabro rito della loro religione. Tanti altri roghi sarebbero stati accesi nelle vallate all'ombra del Gran Sasso, tra i paesi che ancora conservano il ricordo della grande caccia alle streghe.
La vita di Melinda sarebbe andata avanti per novantatr primavere,
incontrando poi l'ultimo inverno del corpo in una fredda notte del 1963. Al suo capezzale non c'erano uomini di chiesa ma solo alcune donne alle quali aveva trasmesso tutto il proprio sapere. Non fu il timore di essere rapita dal diavolo a far s che si aprisse un piccolo varco nel tetto della sua camera:
nella sua saggezza Melinda sapeva che il proprio spirito doveva
ancora viaggiare per quei luoghi, libero dai vincoli ai quali
il passato l'aveva legato.
And via serenamente, portando nel viso tutte le rughe di una vita
solcata dalle dicerie delle malelingue, dalle sofferenze e dalle privazioni: saltuariamente il suo fantasma si aggira per questi luoghi, nei vicoli incantati di Penne, tra le strade dell'antico borgo.  un  pizzico di magia che scaturisce dal passato, andando a rendere ancora pi emozionante il percorrerne vie e vicoli. Melinda  un'ombra capace di manifestare bont e altrettanto decisa nel cercare una sua redenzione per quanto fece lavorando nella magia nera. Cos si mostra alle persone buone d'animo, nella sua veste mite e luminosa: emana terrore e sofferenza in chi ha una indole malevola, incutendo quella paura che rappresenta il puro specchio delle anime che in lei incappano.
Cos la videro, ombra sfuggente, mentre si aggirava in prossimit
del Duomo di Penne, con lo sguardo perso nell'infinit,
alla ricerca di quei due figli di cui in vita perse ogni traccia.
Partiti lontano dai luoghi natali, in cerca di una nuova vita
lontana dall'aura di strega che circondava - con malignit - la
madre.
Cos come si avvicinava l'ora della partenza di Elisabetta, richiamata dalla sua ricerca: fu una promessa di altri incontri
quella che i due pittori fecero reciprocamente. Teofilo Patini
tornava nella sua Castel di Sangro, nei suoi luoghi, felice compagno
dello spirito rimasto a guardia dei suoi quadri.
Lungo la strada le parve di vedere un volto noto, dal profilo
e dal comportamento inconfondibili: vestiva abiti militari
con stivaloni e colletto alto inamidato. Gabriele d'Annunzio,
l'eroe abruzzese, le sorrise facendo un accenno di inchino, dandole presto appuntamento in altri luoghi, verso il sud.
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Note.
75. Tiberio Cazio Asconio Silio Italico, noto semplicemente come Silio Italico (25 circa, Campania, 101),  stato un poeta, avvocato, e politico romano, autore dei Punica (Punicorum libri 17), il pi lungo poema epico latino pervenutoci, composto da 12.202 versi.

76. Margherita d'Austria, o di Parma (Oudenaarde, 5 luglio 1522-Ortona, 18 gennaio 1586),  stata una figlia naturale dell'imperatore Carlo quinto e dell'amante belga Giovanna van der Gheynst. Fu duchessa di Firenze, duchessa di Parma e Piacenza  e governatrice
dei Paesi Bassi spagnoli (1559-1567). Nel 1582 acquist la citt di Ortona in Abruzzo da Orazio di Lannoy, principe di Sulmona e conte di Venafro (oggi in Molise). Vi fece costruire la sua dimora personale del palazzo Farnese su commissione  di Giacomo della Porta, anche se non lo vide mai completato. Mor in questa citt all'et di 64 anni.
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MOLISE.
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TRASFORMARE IL PIOMBO IN ORO, OVVERO IL FANTASMA DELL'ALCHIMISTA VENEZIANO.
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Mercoled 12 dicembre 1285. Non erano ancora trascorse le
ore undici del mattino quando, improvvisamente, la campana
di San Gimignano in piazza San Marco a Venezia e quelle delle
chiese limitrofe iniziarono a battere rintocchi sordi. Non era la
mano dell'uomo a muovere i meccanismi ma la prima scossa
di un terremoto che, in fasi diverse, doveva interessare la citt
lagunare. L'onda di maremoto che coinvolse la citt e l'intera
area era il preludio di un dramma che avrebbe sconvolto - tra
allagamenti, crolli e perdite di vite umane - la vita della Repubblica.
In quel momento Giovanni Dandolo, 48esimo doge dei veneziani,
stava ricevendo in un colloquio riservato il pi giovane
dei suoi fratelli, Marco, appassionato alchimista e conoscitore
delle scienze arcane. Nel giorno infausto per Venezia, quando
oramai Malamocco era completamente sommersa dalle acque,
le stesse che avevano invaso magazzini e distrutto le scorte
alimentari, si stava concertando e organizzando una missione
segreta che avrebbe portato lontano dalla citt alcuni dei
suoi uomini e le loro conoscenze nascoste. Alle prime luci del
13 dicembre di quell'anno, mentre in citt si dava sepoltura ai
morti e si contavano i danni del terremoto e dell'alluvione, un
manipolo di nove cavalieri prendeva la strada costiera, diretto
verso la contea appartenuta gi dall'anno Mille al normanno
Rodolfo di Moulins, possedimento che da lui aveva ricevuto il
nome ed era conosciuto ormai come Molise.
Portavano un carico prezioso composto non solo da beni
materiali ma anche da conoscenze alchemiche ed ermetiche:
viaggiava con loro un misterioso cavaliere reduce dalla Terrasanta,
un combattente che si faceva chiamare semplicemente
Corvus. Aveva stretto a s, ben custodito e protetto, un libro
che consultava segretamente, dopo aver fatto abluzioni e una
occulta cerimonia di purificazione. L'unico a conoscere la reale
identit di quel personaggio era Marco Dandolo, il nobile
veneziano che nei giorni prima aveva giurato - dinanzi al doge
- di proteggere la vita del depositario di una scienza nascosta,
l'alchimista che era stato iniziato nelle terre d'Oltremare da
eruditi e occultisti, colui che si trovava ora al loro fianco in quel
lungo viaggio nelle coste dell'Adriatico. Giunsero nel borgo
fortificato, dopo aver voltato le spalle al paesaggio marittimo:
arrivarono nel borgo sotto una copiosa nevicata, lasciando nel
manto bianco le tracce del loro passaggio, stabilendosi infine
in un fortilizio che era stato messo gi a loro disposizione dai
discendenti diretti del conte originario della marca francese,
Oderisio dei Borrello. L si stabilirono per iniziare l'Opera.
Agnone, dicembre 1796. Il palazzo dei veneziani era imbiancato
dalla neve che aveva preso a cadere copiosa fin dal primo
mattino. L'intera famiglia di Ovidio Corvo Cocucci aveva trascorso
la notte appena passata nel terrore profondo, rivivendo
ancora una volta le paure e le ansie che scaturivano dai racconti
degli anziani del paese. Quando il Cocucci aveva preso
possesso di quel palazzotto dai nobili trascorsi, non aveva dato
adito alle dicerie e alle voci che ne facevano dimora di spettri
e fantasmi, luogo popolato da spiriti irati e capaci di scacciare
ogni inquilino. Nel corso dei mesi tutti i componenti del nucleo
familiare avevano dato poco peso ai rumori e ai sussurri
che spesso si avvertivano tra quelle pareti antiche, con i tonfi e
i sibili che provenivano dal pianterreno dello stabile. Tra le volte
e le mura di impianto trecentesco si avvertivano spesso gelide
folate di vento, voci sommesse che si esprimevano in antiche
lingue, rumore di attrezzi da lavoro: tutto ci nonostante il
locale dabbasso fosse completamente vuoto. Erano rimasti gli
oggetti che servivano alla lavorazione dell'oro, le attrezzature e
i crogioli utilizzati dagli orafi veneziani giunti ad Agnone nel
tredicesimo secolo per impiantare nelle colline attorniate dai
boschi una fiorente attivit artistica. Ma al fianco degli orafi,
fin dall'avvio dell'attivit, aveva iniziato a operare il laboratorio
alchemico che era situato nei sotterranei del palazzo stesso,
nella costruzione abbellita dai conti Minutolo. Il luogo aveva
una carica energetica molto particolare, sia per le vicende storiche
che avevano preceduto l'edificazione del fortilizio che per
la presenza di una rete di cunicoli e camminamenti che mettevano
in relazione due luoghi di culto importanti. Il convento
francescano e il cenobio delle suore votate a santa Caterina.
Dopo il ripetersi ormai ossessivo delle inspiegabili manifestazioni,
dei rumori e delle voci, la famiglia Cocucci abbandon
in tutta fretta l'edificio, incapace di dare una spiegazione
logica al terrore che avvolgeva ogni singolo componente di
quel nucleo familiare ogni qualvolta oltrepassava la soglia del
palazzo. Era altrettanto ignara degli avvenimenti oscuri che si
verificavano nell'antico edificio dei Minutolo anche la famiglia
Nuonno, originaria di Sant'Angelo del Pesco, borgo distante
poche miglia da Agnone: presero possesso, come nuovi proprietari,
delle mura ritenendo vantaggioso il prezzo pattuito.
Nell'atto di compravendita naturalmente non veniva fatta alcuna
menzione agli ospiti invisibili, cos come i nuovi acquirenti
erano all'oscuro della voce popolare che faceva del luogo
la residenza privilegiata del demonio. Si resero presto conto
di non essere i soli abitanti di quel luogo: vi erano altri inquilini
dispettosi e molto irriverenti, tanto da turbare non solo
i sonni della famiglia Nuonno ma ogni attivit quotidiana; si
distinguevano, quelle presenze invisibili, nel muovere oggetti,
spostarli e nasconderli, per occultarli infine nei sotterranei
inaccessibili.
Jean de Corbenoir, questo il nome che il cavaliere alchimista
aveva assunto dopo il suo arrivo ad Agnone al seguito dei Veneziani,
le si present davanti. Imponente come la figura di un
cavaliere errante, cos maestoso nel suo pensiero alchemico e
nel suo percorso spirituale.
Elisabetta era stata richiamata in questi luoghi da un suono
magico, dal rintocco di una campana: dall'antichissima fonderia
Marinelli scaturivano note che si riverberavano nel suo
animo celeste, esaltando la luce del proprio cuore. La famiglia
Marinelli era la storia di Agnone e da qui partiva una serie
di eventi che si posava, armonica e armoniosa, tra mille citt
e paesi. Ore e liturgie, suoni di giubilo o mestizia, nascevano
grazie al sapere antico, alle tecniche di fusione affinate nei
secoli: cos attratta dalle vibrazioni di quelle note quasi s'era
ritrovata dinanzi quel viaggiatore del tempo, giunto da lontano
per narrarle la leggenda vera di quei luoghi.
Il palazzo dei demoni, il luogo dei fantasmi: cos  conosciuto
questo antico caseggiato che porta il nome degli ultimi
noti proprietari, inizi il suo narrare Jean de Corbenoir, parlando
con una voce forte e melodiosa che pareva in perfetta
sintonia e accordata con la quinta musicale che proveniva dalle
lontane campane, in realt non  un luogo nefasto come in
molti continuano ancora oggi a credere. Elisabetta lo guard
incuriosita, osserv le fattezze del volto e la luce che emanavano
i suoi occhi, pura espressione di una felicit raggiunta dopo
un lungo percorso di vita.
Sono in molti, oggi come in passato, a non recepire il vero
senso di certi avvenimenti: molto spesso ci che non si conosce
o non si riesce a comprendere, viene catalogato come un evento
nefasto e funesto, tanto da cucirvi sopra storie sciagurate e
cariche di sangue. Questo luogo  tutt'altro che il contenitore
di demoni e di spiriti malvagi e le presenze che in molti avvertono
non sono altro che spiriti guardiani evocati molti secoli
addietro, a sorvegliare il lavoro alchemico che qui si svolgeva.
Jean de Corbenoir raccont a lungo del suo arrivo ad Agnone
e degli anni nei quali si dedic segretamente, protetto dalla
comunit veneziana, agli studi alchemici: non era la trasmutazione
fisica del vile metallo in oro che gli interessava, ma
quel procedimento spirituale necessario a sublimare l'anima
dal corpo e a purificarla. Solo attraverso la morte simbolica,
la caduta nel nero profondo e la rinascita nella luce bianca
poteva essere intrapresa la vera strada che conduceva all'Opera,
all'Oro filosofale. Per poi ritrasmettere le conoscenze al
suo benefattore della Serenissima. Lui riusc nell'intento, dopo
aver protetto il luogo con gli spiriti di antichi guardiani: non
era stata infatti casuale l'individuazione del borgo, scelto per
via delle energie che scorrevano nel sottosuolo. Benefiche e sublimi,
le stesse che nei tempi avevano dato vita e suono - per
mezzo della maestria degli artigiani - alle pregevoli campane.
Prosegu l'Adepto:
Troppe frottole, fantonie e bugie erano state raccontate su presunte
cene orgiastiche, sulla morte di dodici coppie e sull'apparizione del
diavolo in persona, la cui presenza ancora infesterebbe il palazzo:
da altre parti andavano ricercati gli esseri funesti, i profanatori della vita. Qui si operava nella luce e per il bene mentre, nei sotterranei che collegavano il convento francescano con il monastero di clausura intitolato a Santa Chiara, si occultavano corpicini di neonati. Dov' il male dunque? Nel lavoro spirituale o nell'occultamento delle prove di quei costanti e continui rapporti carnali, proibiti, celati eppure cos abituali tra religiosi e monache? Altre anime reclamano giustizia ma non sono certo adoratori del demonio ad aver frequentato le mura di palazzo Nuonno. Arriver anche per questo luogo una nuova vita.
Parole profetiche e beneauguranti per quell'antico spazio che
racchiuse un tempo l'oreficeria veneziana di Agnone. Gli spiriti
che aleggiano in questo luogo assolveranno ancora alla loro
funzione di guardiani, con una presenza discreta e benefica,
lontano da odori e vapori di zolfo. Altri luoghi nascondono
esalazioni, altri camminamenti sono stati frequentati da nefaste
figure travestite da penitenti e osservanti di un credo fin
troppo calpestato.
Jean de Corbenoir la salut come era consuetudine tra fratelli
d'arme, con tre abbracci sinceri. Corbenoir: quel nome le
rimbalz nella mente, lungo il tragitto che le si apriva davanti:
il Corvo Nero, il simbolo della conoscenza nascosta. Era un
altro dei tanti tasselli di un mosaico che, nella via, si stava componendo e prendendo forma.
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CAMPANIA.
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L'ELISIR DELL'ETERNA VITA.
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Nulla da eccepire e niente da recriminare. Il nobiluomo, oltre
ad aver conservato in pieno la classe e lo stile propri del suo
rango, manteneva inalterati il fascino e l'aplomb gentilizi, ci
nonostante i suoi 311 anni portati con straordinaria eleganza e
freschezza. Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, poteva
altres passare - cos spettralmente umano - per un intrigante
signore di mezz'et. Era ancor pi incuriosito dalla vita odierna
e dai molteplici marchingegni che - agli albori della sua
attivit di inventore, scienziato, alchimista e artista - erano gi
presenti nella propria mente e nelle fantasie. Ben sapendo di
poter passare inosservato ai pi, il nobile esoterista napoletano
abitava ancora nella dimora di famiglia, nel palazzo edificato
dallo scultore Giovanni di Nola su incarico del primo duca di
Torremaggiore, Paolo di Sangro. Inossidabile quanto certe sostanze
con le quali armeggiava nel suo laboratorio di alchimia,
il principe era entrato oramai da tempo nel grande catalogo
degli spiriti, delle apparizioni e dei fantasmi che circolavano
per Napoli, facendo la parte del primo attore nelle notti insonni
dei suoi concittadini.
Elisabetta aveva gi programmato la tappa napoletana, in
una citt d'arte e di antichi intrighi, di poeti e pensatori, di
personaggi capaci di grandi gesta: ma era anche la citt che
abilmente nascondeva nel suo ventre mille e pi misteri. Nella
sua mente erano ancora vivi i racconti di fatti che si erano svolti
appena cinquantanni prima della sua nascita, eventi tragici
destinati a rimanere nella memoria collettiva. Cos come erano
ancora presenti, nei giorni attuali, gli spettri dei due sfortunati
amanti, le vittime di una carneficina che aveva avuto come
teatro proprio il palazzo poi acquistato dalla nobile famiglia
dei Sansevero.
All'alba del 17 ottobre 1590 due corpi giacevano, straziati
nelle carni, nella scalinata del palazzo che avrebbe ospitato
qualche decennio pi tardi la famiglia gentilizia dei Sansevero:
vittime di una furia omicida che li aveva colpiti nella notte,
Maria d'Avalos e Fabrizio Carafa erano stati uccisi durante
il loro incontro notturno, sorpresi dalla furia di un marito
geloso ma altrettanto propenso al tradimento. Carlo Gesualdo
principe di Venosa, il carnefice che aveva infierito con
violenza sulle povere vittime, non era un personaggio qualsiasi:
noto a Napoli e in tutta la Penisola, era stimato, compositore
e affermato musicista, in grado di comporre madrigali
d'amore e di passione. Per motivi ereditari Carlo Gesualdo
aveva sposato la bellissima cugina Maria d'Avalos, rimasta
anch'essa vedova per ben due volte in giovane et sia di Federico
Carafa che di Alfonso Gioieni: quello celebrato il 28
maggio del 1586 aveva avuto, per via della stretta parentela
tra i due futuri coniugi, la dispensa particolare di papa Sisto V.
La coppia, pur con interessi diametralmente opposti, pareva
agli occhi del popolo affiatata e in grado di condurre una vita
d'armonia, tra musica e serate mondane. Da quella unione
era nato Emanuele, erede che avrebbe preso titoli e possedimenti
dei genitori. Carlo Gesualdo pi che alla vita familiare
mirava alle proprie composizioni, alternando viaggi presso
le casate nobili della Penisola alle lunghe giornate nelle quali
si dedicava ai componimenti musicali e, con altrettanto fervore,
agli amoreggiamenti con le sue estimatrici. In questo
quadro nacque la relazione tra l'avvenente Maria d'Avalos, di
stirpe aragonese, con l'altrettanto affascinante duca d'Andria
Fabrizio Carafa. Il loro era un amore vero e passionale, tanto
da prendere ben poche cautele nel nascondere una relazione
che, nel breve volgere dei mesi, era gi nota alla popolazione
partenopea. Gli incontri tra i due erano quasi alla luce del
sole, tanto da giungere alle orecchie dell'altrettanto infedele
Carlo Gesualdo di Venosa. Ci che spinse ad armare la mano
degli assassini dei due amanti non fu certamente amore ma
quell'onore a senso unico che il Venosa voleva difendere agli
occhi del popolo. Simulando un suo allontanamento dal palazzo,
per partecipare a una battuta di caccia, il compositore
attese che la moglie e Fabrizio Carafa si appartassero nelle
stanze della donna. Il dramma si consum sotto gli occhi di
Laura Scala, la fedelissima cameriera della principessa: cinque
uomini, comandati da Carlo di Venosa, trafissero con
pugnali e spade i due amanti, finendo con un colpo d'arma da
fuoco il duca d'Andria. Cos nudi e coperti di sangue vennero
trascinati fin sullo scalone del palazzo, a testimoniare il millantato onore del musicista. Lui, il principe di Venosa, sar
assolto dal duplice omicidio, ma sar costretto a rifugiarsi
lontano da Napoli per fuggire alla vendetta delle due famiglie
delle vittime. Una storia cruenta che sarebbe rimasta come
cronaca nei ricordi degli abitanti del quartiere e dell'intera
citt se non avesse avuto come strascico il ritorno - sotto forma
di spettri - dei due amanti. Anime in cerca di giustizia,
assetate di una verit celata. Il luogo dell'omicidio divenne il
teatro delle loro apparizioni, tra lamenti e urla che riecheggiavano
dell'orribile carneficina.
Quando Giovan Francesco Paolo di Sangro, primo principe
di Sansevero, diede incarico a Giovanni Merliano da Nola di
abbellire il palazzo che era stato teatro del duplice omicidio,
ampli il progetto con l'edificazione di una cappella di famiglia:
un luogo sacro che aveva anche il compito di esorcizzare
le anime irrequiete di Maria d'Avalos e Fabrizio Carafa.
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LA ROSA ALCHEMICA.
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Era nato da predestinato, settimo principe di Sansevero. Il
sette era il suo numero, il pi misterioso e affascinante, quello
che conteneva in s il principio dell'Armonia, ci che rappresentava
la pienezza spirituale e cosmica, il numero che designava
la vittoria dello Spirito sulla materia. Cos come i Sette
sigilli dell'Apocalisse e la schiera degli spiriti della conoscenza,
relegati nel pi profondo degli inferi, che portavano il nome
di Aziele, Ariele, Marbuele, Mefstofele, Barbuele, Aziabele e
Arifele, tutti al servizio del signore della luce. Lucifero.
Raimondo di Sangro, il principe di Sansevero e Signore dell'alchimia,
era un predestinato capace di eccelse invenzioni e mirabolanti
progetti, raffinato conoscitore delle arti e mecenate. In
questa veste accolse Elisabetta Sirani, riconoscendo in lei tutto
il valore della sua arte e della maestria con la quale dipingeva.
Un ossequioso e per nulla falso baciamano accolse vicino
a vico di San Domenico Maggiore la pittrice bolognese, ferma
davanti alla cappella Sansevero e attratta dalla bellezza e
dall'armonia del luogo. A far da anfitrione, insieme al fantasma
del principe di Sansevero, un adepto dell'Arte Reale e allievo
del grande alchimista partenopeo. Lui, Henry-Thodore
de Tschoudy, era nato a Metz nel dipartimento francese della
Mosella il 21 agosto del 1727 e l'incontro a Parigi con il principe
di Sansevero aveva segnato la sua vita, tanto da portarlo
a Napoli per apprendere e affinare gli insegnamenti del suo Maestro.
Non basterebbero pi vite, cos esord il barone de Tschoudy,
prendendo la parola al posto del Sansevero, restio a raccontar
di s e dei suoi successi in ambito esoterico, per narrarti quanto il mio Maestro progred nella via dell'alchimia.
Certo egli venne alla luce sotto l'influsso benefico del numero sette, il cardine delle scienze ermetiche e nascoste, ma fu tutto merito del suo impegno e della sua lungimiranza il mettere a frutto studio ed ermetismo.
Fin dalla giovane et si dimostr portato per ogni scienza e fu
conseguenza logica, nel periodo dell'Illuminismo, entrare a far parte
di un circolo di menti eccelse e votate alla conoscenza. Fu a Parigi,
nella loggia del Duca di Villeray, che venne accolto tra le colonne di quel cenacolo esoterico, primo gradino di un percorso che lo avrebbe portato nuovamente a Napoli nella loggia La Perfetta Unione. Qui  diventer Maestro Venerabile, introducendomi come apprendista nella ristretta cerchia dei fratelli.  in quel periodo, sotto l'aiuto del  principe, che prende corpo la mia opera La Stella Fiammeggiante - i rituali dei gradi Alchemici(77) ed  sempre di quel periodo la frequentazione e il fitto scambio di missive con la loggia romana intitolata Misraim, fondata da sir Martin Folkes(78). Quando nel 1739 Folkes pubblic il suo opuscolo intitolato Relation apologique et historique de la Socit del Francs Macons, contenente le basi del pensiero esoterico della libera muratoria, questo venne immediatamente messo al rogo, seguendo le indicazioni della bolla di Clemente dodicesimo(79), In Eminenti. Inizia cos la clandestinit
anche della loggia napoletana, del suo maestro venerabile e il lavoro
nascosto che porter il principe di Sansevero a dedicarsi all'alchimia e allo studio delle scienze arcane nel proprio palazzo, nella mirabile cappella ove verranno esposti i risultati delle sue ricerche. Lascer questa terra nel 1771 all'et di 61 anni, sotto l'egida del numero sette a lui cos caro. Aveva lasciato scritto, nel proprio testamento, ci che andava fatto per il seppellimento: smembrato, come Osiride, e chiuso in una cassa. Sarebbe ritornato poi in vita.
Elisabetta ascolt affascinata, guardando negli occhi la figura
eterea del principe Raimondo di Sangro di Sansevero:
scorse in lui non solo la fiamma della conoscenza ma anche
quell'aspetto burlone e scanzonato che lo caratterizzava in vita.
I due fantasmi, quello del principe e quello di Henry-Thodore
de Tschoudy, giocavano ancora a tirar scherzi mancini ai
bigotti e ai retrogradi di ogni estrazione sociale: le apparizioni
che prediligevano erano quelle ai danni dei millantatori, dei
falsi maghi e dei supposti iniziati. Loro due lavoravano ancora
alacremente nei sotterranei del palazzo, seguendo le sette fasi
della grande Opera alchemica. Fantasmi signorili. Anzi principeschi.
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Note.
77. Il manoscritto verr pubblicato nel 1766 e contiene una parte del sapere alchemico ed ermetico appreso dall'insegnamento di Raimondo di Sangro di Sansevero.

78. Martin Folkes nacque a Westminster il 29 ottobre 1690. Venne educato al Clare College di Cambridge e si distinse cos tanto in matematica che, gi all'et di ventitr anni, fu scelto come membro della Royal Society. Fu eletto membro del consiglio nel 1716, e nel
1723 Sir Isaac Newton, presidente della societ, lo nomin vicepresidente. Alla morte di Newton divenne candidato alla presidenza, ma fu sconfitto da Sir Hans Sloane, al quale, tuttavia, succedette nel 1741; nel 1742 divenne membro dell'Accademia Reale francese delle Scienze; nel 1746 ricevette due lauree honoris causa a Oxford e Cambridge. Folkes fu un importante massone, nominato Vice Gran Maestro della Gran Loggia d'Inghilterra durante l'anno 1724-1725. Nel 1733 inizi un tour attraverso l'Italia, nel corso del quale compose le sue Tesi sui pesi e i valori delle monete antiche
79. In Eminenti apostolatus specula di Clemente dodicesimo (28 aprile 1738),  Condanna della Societ o delle Associazioni segrete dette dei Liberi Muratori, sotto pena di scomunica immediata per questo solo fatto - la assoluzione dalla quale - esclusa quella in punto di
morte -  riservata alle Supreme Autorit della Chiesa.
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NOM DE PLUME: PICCHE.
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LO SCRITTORE FANTASMA O IL FANTASMA DELLO SCRITTORE?
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Scendendo verso piazza San Domenico Maggiore, dopo aver
lasciato il palazzo del principe di Sansevero, Elisabetta si imbatt
in due curiosi personaggi che forse nessun'altra citt a parte
Napoli avrebbe potuto ospitare e accogliere: l'uno indossava
un perfetto abito dei primi del Novecento, con giacca scura,
camicia impeccabilmente bianca e un cravattino che conferiva
un tocco di frivolezza al portamento austero. L'altro, azzimato
e pomposamente ritto sulle gambe, vestiva alla foggia settecentesca,
con tanto di parrucca incipriata e bastone animato che
sicuramente racchiudeva una lama affilata. Erano impegnati
in un'accesa discussione, accompagnata da un gesticolare vigoroso
con ampi svolazzi di mani e di braccia. Incuriosita si
avvicin ai due fantasmi, perch tali erano cos indifferenti alle
poche persone che in quella notte transitavano per piazza del
Ges. Ridevano, sghignazzavano e a tratti s'imbronciavano, tra
un accavallarsi delle loro voci e l'improvviso silenzio. All'ombra
della grande colonna, l'obelisco dell'Immacolata simbolo
di una conoscenza nascosta e capace di disvelare - a seconda
della luce - molteplici elementi esoterici, i due restarono per
un attimo di stucco nel vedere la figura diafana e luminosa
della Sirani; altrettanto velocemente ripresero il loro dialogo
coinvolgendo nel battibecco la viaggiatrice bolognese.
Si disquisiva, proruppe con un vocione da baritono e con
accento marcatamente tedesco colui che si present come il
barone Christian von Heigelin, nobile di Eyben ma napoletano
d'adozione, non solo sull'alchimia e sui processi di trasmutazione
della materia ma, in veste pi banale, sull'opportunit o
meno di mostrarci agli esseri viventi.
Federigo Verdinois, l'altra anima coinvolta nella querelle
ultraterrena, annu sollevando i suoi baffi tanto da creare un
arco che pareva proporzione aurea del suo viso.
Si parlava infatti, chios il giornalista Verdinois,
di alcuni fatti che si sono verificati in questa citt, eventi che hanno avuto rilevanza grazie alla penna del mio amico e confidente Gabriele d'Annunzio. Fu proprio il Vate che all'et di 29 anni, durante la sua permanenza a Napoli, decise di partecipare ad una seduta medianica alla presenza della celeberrima Eusapia Palladino. La medium, gi nota in tutta Europa per le sue capacit evocative e il carisma con il quale accoglieva i propri ospiti, era stata contattata dalla contessa Polozof, nobile di origine russa e affascinata dal mondo ultraterreno. Gabriele, gi profondamente attratto dallo spiritismo e dall'esoterismo, non ebbe esitazione nell'accettare quell'invito assai allettante: cos ci ritrovammo, nell'abitazione della contessa - e per motivi di discrezione verso la nobildonna non potr rivelare l'esatta ubicazione - in numero di cinque, compresa la padrona di casa e la medium Palladino. L'atmosfera magica della sera, il tavolino circolare, le candele e l'incenso facevano da corollario ad un evento che sarebbe rimasto nella memoria di noi tutti...
Scaramantico e profondamente attratto dai mondi invisibili Gabriele
mostr in quell'occasione un comportamento quasi incomprensibile
visti i suoi interessi: spente le luci e composta la catena il giovane poeta si mise a scherzare turbando la seduta: fu in quel momento che dal nulla si materializz un'imponente figura nera, per nulla immateriale.
Ci che avvenne ci parve, in quel giorno, cos irreale tanto da essere catalogato nei fenomeni incomprensibili agli occhi dei viventi. Il fantasma, o ci che di innaturale era apparso in quella stanza, prese di peso Gabriele e il suo compare e amico Antonio Cantalamessa, e li scaravent oltre la porta del salotto. Finirono in due sotto un divano, increduli e incapaci di dare una spiegazione logica a quanto era accaduto. La medium Palladino, irritata per il comportamento dei due ospiti, forse aveva evocato un qualcosa di incontrollabile, una forza oscura capace di alzare come fuscelli i corpi degli uomini. Fuggirono, nonostante le preghiere della contessa, a gambe levate, evitando nei giorni successivi
qualsiasi contatto con quel mondo irreale che avevano stuzzicato con
sberleffi e scherzi inutili.
Elisabetta sorrise, pensando al d'Annunzio trasportato per
aria da una forza incontenibile, costretto suo malgrado ad accettare
l'ineluttabile esistenza dell'ultraterreno. Proprio lui che
negli anni successivi si dedicher anima e corpo alla ricerca
del magico, proseguendo - e questa volta con somma cautela e
rispetto - nella frequentazione dei salotti medianici.
Di questo si dialogava, prosegu il Verdinois, spettatore di
quell'avvenimento, insieme al mio compagno di viaggio, il nobile tedesco Christian Heigelin: mostrarci a tutti, ora che siamo spiriti, oppure scegliere solamente le persone in grado di sostenere la nostra apparizione? Il mio amico qui presente, lui che a Napoli costru una villa(80) secondo i canoni esoterici e ne fece il fulcro di ogni studio iniziatico, sostiene ancora oggi la necessit di scegliere i nostri interlocutori tra i viventi: per conto mio, con il
mio passato giornalistico e mondano, sostengo la democraticit delle
apparizioni. Altrimenti dove andrebbe a finire l'aura di magico che ci circonda e tutto l'interesse che suscitiamo. Personalmente preferisco apparire agli scettici e ai dubbiosi: mi diverto spesso in piena notte a camminare rumorosamente per le stanze, spostare piatti e nascondere gli oggetti di uso quotidiano. Cos come  esaltante fare capolino tra gli specchi e osservare gli sguardi increduli delle persone. E poi... quanta esaltazione c' nel sentire le grida di chi ha sempre negato la nostra esistenza... Dimenticavo un dettaglio: il mio amico spettro,  mantenendo inalterata la sua fama di galante donnaiolo, ancora oggi ha una pecca di non poco conto. Lui non si limita a spostar oggetti, li ruba.  un cleptomane seriale, direi quasi osceno, impegnato a derubare le sue vittime della loro biancheria intima. Colleziona ormai da anni culotte e mutandoni, gupire e reggiseni: ha messo in piedi un campionario che lui spaccia per doni delle sue amanti. Roba da matti... a va sans
dire... va da s che nessuno tra di noi crede minimamente alle sue prodezze amatorie.
Fantasmi e spiriti, apparizioni e manifestazioni ectoplasmatiche:
quante ne aveva incontrato Elisabetta ma, per la prima
volta in questo suo girovagare, vide uno spettro arrossire di
vergogna, divenuto paonazzo in viso dopo essere stato smascherato
nel pi debole dei suoi lati. Li salut, lasciandoli nel
pieno di una nuova discussione, mentre lo spettro del tedesco
guardava in cagnesco un sorridente Verdinois.
Solare eppure oscura, la Campania era meravigliosamente
avvolta dai misteri: dalle antiche streghe di Benevento fino alle
loro consorelle di Conca dei Marini, bellissime maghe e incantatrici
capaci di rapire - con tutto il loro fascino - incauti naviganti.
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Note.
80. Villa Heigelin venne edificata nel 1760 sui resti di una dimora antica, sede dell'Accademia dei Segreti di Giovanni Battista della Porta. Restaurata dall'architetto Camillo Guerra, per conto del nobile tedesco Christian von Heigelin, barone di Eyben, giunto a Napoli come ambasciatore di Danimarca presso la corte borbonica, la dimora divenne un centro esoterico di spicco, tra esponenti della massoneria, spiritisti e alchimisti. Bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale  ormai ridotta a rudere, pur conservando energie e fascino indiscutibili.
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PUGLIA.
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ERANO STREGHE E MAGHE, DIVENUTE CHIAROVEGGENTI.
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Le anime tornano sempre nei loro luoghi d'origine, rimpatriano
per vivere nuovamente i posti nei quali ha avuto inizio
la loro storia terrena. C'era un personaggio eclettico, una donna
circondata dall'aura di mistero, la cui essenza vagava ancora
nei territori dai quali era andata via da giovane, con tutte le vicende legate alle sue capacit medianiche. Elisabetta aveva gi sentito parlar di lei, per bocca di altre apparizioni, alcune delle
quali erano state evocate dalla medium ed erano entrate a far
parte della sua vita: nel bene e nel male. Da Minervino Murge,
il paese dell'Alta Murgia dove era nata da una umile famiglia
di contadini, Eusapia Palladino era stata costretta a far fortuna
in altri luoghi, lontano dal paese che era stato il teatro terribile
della morte della madre per malattia e dell'omicidio del padre
a opera di briganti locali. Giovanissima e priva di istruzione,
con addosso i segni della violenza subita la sera in cui venne
assassinato il genitore, portava inconsapevolmente un nome
che avrebbe segnato il suo cammino spirituale. Eusapia(81), colei
che ben ha visto con i propri occhi, ovvero la veggente. Le sue
capacit, segnate fin dalla nascita e dal nome che aveva scelto
la madre, dovevano venire presto a galla: assunta prima come
cameriera e poi come bambinaia in una famiglia conterranea
trasferitasi per lavoro a Napoli, la giovane Eusapia si era trovata
suo malgrado quinta componente di una seduta spiritica
organizzata in casa dei datori di lavoro. Nel ripetersi delle sedute,
nelle quali la giovane aveva mostrato enormi capacit di
interagire con il mondo dei defunti, venne notata dal pioniere
dello spiritismo italiano: Giovanni Damiani. Studioso palermitano,
appassionato viaggiatore, questo cultore dell'ignoto
era appena rientrato da Londra dove aveva avuto una serie di
contatti con i gruppi esoterici e misterici della capitale britannica:
l'incontro con la giovane Palladino era stato folgorante,
tanto da spingerlo a redigere un diario nel quale si esaltavano
le doti medianiche della donna, le sue capacit di materializzare
oggetti e la forza nascosta che riusciva a produrre nel colloquiare
con l'Aldil. Eusapia era stata catapultata in un mondo
a lei sconosciuto, nell'atmosfera oramai condivisa in tutta
Europa di ricerca costante dei rapporti con l'ignoto. Sono gli
anni nei quali a Londra, nella residenza di William Crookes(82),
si materializza e viene ampiamente fotografato il fantasma di
Katie King, figlia del bucaniere Henry Morgan meglio conosciuto
con il nome di battaglia di John King, nume e guida
della giovanissima medium Florence Cook.
Sar un invisibile filo di Arianna a legare le due medium:
Katie King rester per tre anni consecutivi lo spirito guida di
Florence mentre il fantasma di John King - padre dell'altrettanto
celebre apparizione - diverr il tramite con l'oltretomba di Eusapia.
Successi, gloria e notoriet cambieranno radicalmente la vita
della ragazza fuggita da Minervino Murge: presa sotto l'ala
protettrice del medico napoletano Ercole Chiaia, subito dopo
la morte del suo primo mentore, Giovanni Damiani, la medium
inizier a frequentare i pi importanti salotti esoterici e
i circoli spiritistici di mezza Europa, spostandosi tra la Francia
e la Germania, tra Polonia e Russia. Nonostante i ripetuti attacchi
di scettici e clericali, Eusapia rafforza il proprio contatto
con l'aldil e si rende, suo malgrado, protagonista di una disavventura che riguarda da vicino Gabriele d'Annunzio. Nel 1892
il poeta, giornalista e scrittore pescarese ha appena compiuto
ventinove anni:  nel pieno della dinamicit e accetta di buon
grado l'invito rivolto dalla sua estimatrice e amica, la nobildonna
russa Mariya Feodora Polozof, a partecipare a una seduta
spiritica nella propria dimora gentilizia napoletana. Il mondo
dell'occulto e della magia, ci che sar motivo conduttore di
tutta la sua vita, non era tema ignoto a Gabriele: giovanissimo
era stato iniziato alla divinazione da una tanto insospettabile
ed esperta esoterista, badessa del monastero di Ortona. Si trattava
della zia, Onufria de Benedictis, sorella maggiore dell'amata
madre, lei che preannuncer un futuro eroico per l'amato
nipote e lo instrader nel percorso della Conoscenza(83).
La sera dell'ottobre del 1892 si erano ritrovati puntuali,
all'imbrunire, nella grande sala da pranzo della nobile russa, a
comporre il numero perfetto per il tavolino: furono gli sberleffi
e gli scherzi di Gabriele e di Cantalamessa a mandar su
tutte le furie lo spirito guida di Eusapia. Lo spettro del nerboruto
pirata John King catapult letteralmente i due malcapitati
oltre la stanza, costringendoli a una fuga precipitosa e sotto gli
occhi irati della medium.
Nonostante la notoriet, le critiche, la difesa accorata fatta
dal suo ex detrattore Cesare Lombroso, Eusapia Palladino frequenter
con discrezione il suo paese natale.
La ritrov vicino al camposanto. Elisabetta ne vide la sagoma
e il leggero zoppicare mentre si dirigeva verso l'ingresso del luogo sacro.
Tornava spesso da quelle parti per star vicino alla tomba della
madre, donna che per lei aveva tracciato una strada impegnativa
e tanto ardua da far dimenticare ai suoi contemporanei
- negli ultimi anni di vita - la notoriet e i successi. Tornava in
quei luoghi dove le storie antiche parlavano di donne, di streghe,
di maghe dotate di poteri talmente forti, capaci di evocare
gli spiriti pi alti ed elevati. Eusapia era figlia di quella terra,
strega e maga, andata via in sordina, lontano dal clamore e
dalle critiche, divenuta spirito tra quelli che furono i suoi compagni del viaggio terreno.
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Note.
81. Il nome  composto dal suffisso greco ei, ev, bene e da sapio, dal greco oafijq, -q, (safes, -s) per la quale il sapere  letteralmente un aver visto chiaramente con i propri occhi nel senso di veggente: dall'accadico sapu, guardare, ebraico safa, profeta.

82. Sir William Crookes (Londra, 17 giugno 1832-Londra, 4 aprile 1919)  stato un chimico e fisico britannico e presidente della Society for Psychical Research dal 1896 al 1897. Durante gli ultimi anni di vita si dedic con passione allo spiritismo, prendendo
sotto la propria ala protettrice la celebre medium inglese Florence Cook, colei che aveva come spirito guida il celebre fantasma di Katie King.

83.  oramai accertato da parte degli storici e dei biografi dannunziani il ruolo che ebbe Onufria de Benedictis, sorella della madre di Gabriele, nell'introdurre il giovane nipote nello studio e nella ricerca esoterica. Indovina e chiaroveggente, tratteggiata dal poeta in Faville del Maglio e nel Libro segreto con rispetto e riverenza, a lei grato per l'iniziazione all'ermetismo.
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BASILICATA.
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IL SACRO OLMO DI CASTELMEZZANO.
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Nella notte pi oscura che avessero mai visto i suoi occhi, nel
buio profondo e senza luna, rest inerme, affascinato, nell'assistere
al turbinio di fuochi che si alzavano dal nord: avevano
cessato di cantare gufi e civette mentre il latrato dei lupi pareva
intonare un canto funebre e, tutt'intorno - fatta eccezione per
quelle vampe rossastre -, l'immobilit aveva preso il sopravvento
sulla natura, sugli animali e gli esseri viventi. Guard a
lungo, illuminati dalle lontane fiamme, i mantelli bianchi degli
uomini al suo fianco: rigidi e ritti assistevano silenziosi a ci
che era stato scritto tempo addietro, profezia che si avverava
ed era intrisa dell'olezzo della menzogna e del tradimento. Il
varco sigillato era stato aperto e scardinato: la bestia immonda
era, fuoriuscita trasportando appresso al suo olezzo nauseabondo
la schiera dei suoi fedeli. Bisognava aver animi elevati e
puri per scorgerne i reali lineamenti, abilmente artefatti dietro
la maschera di ecumenica bont, di fede e di amore. Oltre le
sembianze ben altro era il suo corpo: occhi sporgenti sbiaditi
in un viso obeso e malsano, come malsano era l'otre che circondava
le sue carni flaccide pi propense alla lussuria dei cibi
e dello spirito, rese orgogliosamente putride dalla menzogna e
dall'inganno. Ora che la bestia strisciava sulla terra ogni cosa
era compiuta. Come l'oscena sacca che fuoriusciva e sporgeva
sottopelle, a guisa di un demoniaco feto, dall'addome, in un
rimestio di violenza repressa. Dalla rocca di Castrum Medianum
il templare assisteva con sguardo fiero, con gli occhi rivolti a nord.
In quello stesso giorno e a distanza di mille miglia terrestri,
morivano sul rogo a Parigi, in uno sventurato 18 marzo del
1314, Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay, rispettivamente
Gran Maestro dell'Ordine del Tempio e precettore per la Normandia.
Nel terreno di giurisdizione agostiniana dell'abbazia
di Saint Germain des Prs, nell'Ile de la Cit, si celebrava l'atto
conclusivo di una campagna diffamatoria messa in piedi dal
regnante francese Filippo il Bello con la complicit del papa
Clemente V. L'epopea doro dell'Ordine sembrava terminare tra
le fiamme, dopo mesi di interrogatori e torture ai quali erano
stati sottoposti gli alti dignitari dei Templari, accusati di eresia,
sodomia e di innumerevoli reati infamanti. Nonostante le violenze
e la dura reclusione non era stata fatta nessuna ammissione,
preservando nel silenzio il grande segreto dell'Ordine.
La bestia immonda che aveva preso le sembianze del carnefice
romano, sotto lo sguardo compiaciuto del sovrano francese,
avrebbe portato il pontefice nel pi profondo recesso dell'inferno:
era stato profetizzato da Jacques de Molay. Clemente V
sarebbe stato chiamato nei recessi della dannazione eterna,
trasportato negli inferi dal demone che ne aveva preso il sopravvento.
Il castello templare di Castrum Medianum, la fortezza che
nel corso dei secoli avrebbe assunto il nome di Castelmezzano,
era stata una delle ultime roccaforti dell'Ordine, cos lontana
dai sommovimenti che avevano coinvolto la confraternita dei
combattenti: rimaneva come baluardo per conservare quello
che era l'insegnamento nascosto dei Templari. Il castrum, di
fondazione normanna, aveva assolto nei decenni la sua funzione
di vedetta su un territorio dominato dall'Appennino lucano
e sulla rete viaria che, per diverse diramazioni, era meta di pellegrini che si dirigevano verso la Terrasanta.
Ma era anche una terra nella quale le energie scorrevano
dall'alba dei tempi, forze naturali che trasmettevano un grande
influsso benefico. Non era un caso che i cavalieri dal manto
bianco avessero scelto questo luogo, non solo dal punto di vista
strategico ma anche come scrigno per celare i simboli sacri
dell'Ordine. La sera del 18 marzo 1314 tre cavalieri del Tempio
avevano lasciato Parigi sotto mentite spoglie, travestiti da mercanti:
le loro mete erano differenti e strade diverse li attendevano.
Portavano addosso ci che era da loro considerata come
la sacra reliquia, il suggello del sacrifcio del Gran Maestro de
Molay a salvaguardia di ben altri segreti. La via era lunga e pericolosa, costantemente sorvegliata dalle spie di Filippo il Bello e dagli emissari di Clemente Quinto: il cammino intrapreso dai
tre cavalieri aveva come prima tappa Chartres, per proseguire
poi verso il sud. Dopo la prima sosta durata appena un giorno,
diressero i cavalli verso Chambery per fare nuovamente tappa
nei pressi dell'Augusta Taurinorum, alla mansio della Rotta di
Moncalieri. L'ultima tappa, quella pi lunga, li avrebbe portati
ancora pi a sud, nel territorio della Luce, quella Lucania che
un tempo era stata crocevia di traffici e posta sotto il controllo dell'Ordine del Tempio.
La commanderia di Castelmezzano era gi pronta per ricevere i
tre emissari partiti da Parigi: era stata riadattata e preparata
la cripta sottostante la chiesa di Santa Maria dell'Olmo,
intitolata alla protettrice dell'albero sacro all'Ordine. Cos le
ceneri di Jacques de Molay e di Geoffroy de Charnay sarebbero
state occultate lontano dalle mire del papato e del regnante
francese, destinate a rimanere testimonianza del sacrifcio dei vertici dei Templari.
Il fascino antico del borgo  ben saldo ancora oggi, luogo
ancestrale e carico di antiche leggende cos arroccato e protetto
dalle formazioni rocciose che fanno da corollario a scenari
incantati. Dell'antico retaggio templare rimangono i segni
scolpiti sulla pietra, le croci patenti che indicano il luogo sacro
dell'Olmo, di quella Vergine che era rinata dalle ceneri di antiche
divinit della fertilit e della foresta.
Il giorno nel quale, nel lontano 1314, vennero occultate le ceneri
dei maestri del Tempio all'interno della chiesa ebbe luogo
un rituale sacro, noto ai soli iniziati dal mantello bianco. Vennero
evocati gli spiriti dei primi eletti, di coloro i quali tracciarono
la via nascosta dei Templari. Gli insegnamenti nascosti
e le conoscenze maturate nel corso dei decenni avevano reso
possibile l'apertura di un varco, di una porta di comunicazione
con un aldil popolato da eroi e guerrieri.
Due spiriti indomiti vegliano ancora oggi sopra quel poco
di ceneri raccolte nel rogo di Parigi, resti sacri quanto gli altri
oggetti occultati nella cripta di Santa Maria dell'Olmo. Non era
casuale che le donne della regione, le adepte dell'antica religione
dei boschi, avessero come meta e luogo di incontro quell'edificio
sacro, la cui spiritualit affondava le proprie radici ben
oltre l'avvento della Chiesa di Roma.
Elisabetta, diretta verso il sud della Penisola, si ferm in preghiera davanti a quel luogo mistico e ancestrale. Era giunta
in Basilicata, la terra aspra e fiera, non per un caso fortuito
proprio nel giorno dell'anniversario della morte di Jacques de
Molay. Richiamata dalla sacralit dei luoghi, tra le mura della
piccola chiesa che portava incisi i simboli templari, era stata
attorniata dagli spiriti di quei cavalieri guardiani, circondata
dalle anime dei Templari che avevano composto la minuscola
guarnigione di Castrum Medianum. Le fu concesso di riveder
con occhi del passato la figura del loro Gran Maestro, elevarsi
nell'alto e verso la Luce, eroe di un'epopea macchiata dalla sete
di denaro dei suoi carnefici.
Percorrendo le strade antiche di questo borgo dedicate una
sosta dinanzi alla chiesetta templare: i fantasmi messi a guardia
non hanno nulla di pauroso o di nefasto... a meno che non
abbiate tra le vostre radici familiari il sangue di Filippo il Bello
o di Bertrand de Got, quel papa ricordato da Dante Alighieri
per la sua laida opra(84), cacciato negli inferi in compagnia di bestiali servitori.
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Note.
84. Inf. 19, 76-77; 79-87.
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UDRETE IL PIANTO E LA MIA DOGLIA ETERNA.
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Nulla, anche nel mondo sottile degli spiriti, avviene mai
in maniera casuale e disordinata: il lamento che Elisabetta
Sirani ud era un grido di dolore e una invocazione d'aiuto,
un pianto disperato che arrivava da una voce femminile. Era
una chiamata antica che suonava cupa nella vallata di un altro
antico borgo, quello di Valsinhi, lungo la strada che la
stava conducendo verso la Calabria. Sugli spalti del castello
che domina il paese vide una figura stagliarsi nel buio, una
sagoma ben definita: era quell'anima errante, lo spirito irato,
ad aver richiamato la sua attenzione nel vano tentativo di
trovar pace.
Un'anima errabonda, cos la descriveva chi ne aveva percepito
la presenza tra le mura dell'antica dimora della famiglia
Morra, uno di quei fantasmi che popolano le notti con la disperazione
propria degli spiriti vaganti. Erano state tuttavia la
poetica, l'arte e la poesia a far ricongiungere i due fantasmi,
quello di Elisabetta e quello della giovane compositrice di poetici
versi. Si ritrovarono in una antica sala del castello, quello
che un tempo era stata la sua dimora e prigione. Isabella Morra
trattenne a stento le lacrime abbracciando la pittrice bolognese
mentre dalla bocca iniziavano a sgorgare le parole di un racconto
di una vita.
Talmente breve e intensa, cos introdusse la narrazione il
giovanissimo spirito femminile, fu la mia vita terrena, un'esistenza votata alla poetica e all'arte. Ero stata educata da mio padre, il barone Giovanni Michele Morra, secondo canoni artistici e letterari, studiando con passione sia i classici che l'amato Francesco Petrarca. Il mio genitore era altrettanto colto cos come il suo carattere d'uomo d'arme lo aveva portato a schierarsi con la Francia per contrastare l'avanzata della Spagna nei nostri territori.
Dovette fuggire e rifugiarsi prima a Roma e poi a Parigi, lasciandomi
quando ancora non avevo compiuto otto anni, sotto l'ala oscura dei
miei fratelli maggiori. Scipione, il pi grande era partito con Giovanni Michele mentre Decio, Cesare e Fabio, gli altri figli nati dall'unione con Luisa Brancaccio, non tardarono a mostrare odio e rancore nei miei confronti. Un sentimento di stizza immotivato e folle, tanto malsano da spingere i miei consanguinei a segregarmi tra queste mura. Il castello dei Morra divenne la mia prigione mentre dall'alto del mastio guardavo in lontananza, verso l'amata Parigi. L sicuramente avrei trovato sia protezione che quell'ambito culturale, toccasana e rimedio per un corpo oramai recluso e vilipeso. Non fratelli ma vere serpi che covavano un astio costante verso di me: non passava giorno nel quale la loro ira veniva indirizzata verso la mia persona. I tre fratelli, votati pi agli intrighi che alle arti, odiavano la mia passione per la poesia, schernendo i miei componimenti e deridendo ogni frase che dal mio cuore usciva.
Elisabetta, ad ascoltare quelle parole, ebbe un moto di ripulsa
e con rabbia pens a quale empio sentimento aveva potuto
animare l'odio dei fratelli verso la ragazza.
Fu il mio istitutore, persona colta scelta da mio padre per seguire la mia formazione, a mettermi in contatto con il nobile Diego Sandoval de Castro, i cui possedimenti erano vicini al mio castello. Ispirato pure lui dalla musa della poesia inizi, complice il mio pedagogo, un  fitto scambio di lettere e di poetiche: il nostro era un rapporto puramente epistolare ed io stessa, nell'esaltazione di un amore platonico, ero amica di sua moglie Antonia Caracciolo e interessata all'arte e non alla carnalit. Non avevo neppure compiuto i 26 anni di et quando nel 1546 Decio, Cesare e Fabio, facendosi forti di una mia presunta relazione con Diego - persona da loro odiata e ampiamente diffamata - scoprirono tra le mie mani le lettere che il poeta spagnolo mi  aveva scritto, fogli di poesia e lirica d'amore arrivate segretamente in questa rocca. La loro ira si scaten prima nei confronti del mio istitutore e, immediatamente, sul mio corpo. Mi colpirono numerose volte con i loro pugnali, lasciandomi riversa sul terreno in una pozza di sangue.
Erano assetati di sangue e vendetta, di quel profondo odio che li port tre mesi dopo il mio assassinio ad uccidere anche Diego Sandoval de Castro, in un vile agguato e colpendolo alle spalle.
Le mani dei fratelli Morra grondavano di sangue innocente:
avrebbero pagato duramente le loro azioni, andando incontro
alla morte prematuramente e con molte sofferenze. Sorte migliore
non ebbe il fratello maggiore Scipione, rimasto impassibile
davanti alle richieste d'aiuto della giovane sorella: morir
tra atroci dolori dopo essere stato avvelenato alla corte di Caterina
de' Medici, dove era stato chiamato in qualit di consigliere.
Vago ancora disperata. Sono qui non tanto per vendetta,
perch una suprema giustizia ha gi condannato all'eterno patimento
i responsabili del mio omicidio, quanto per testimoniare
ed essere memoria di avvenimenti cos cruenti. La mia
condizione di fantasma  una scelta, un consapevole tributo
perch non vadano persi non solo i miei componimenti ma
anche i ricordi di chi ha patito per ingiustizia e per violenza.
L'abbraccio tra quelle due anime dur cos a lungo da coglierle,
strette e complici, quando la notte oramai volgeva al termine. Si guardarono, con occhi fieri e profondi: sicure che le loro strade si sarebbero nuovamente intrecciate.
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CALABRIA.
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DUE DEMONI INCATENATI.
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Le poche stanze che componevano la casa di colui che si faceva chiamare mago erano umide e forse mai avevano visto un raggio di sole danzare sulle pareti dal colore indefinito, un misto di grigio e verdastro che risultava in perfetta sintonia con
gli odori che trasudavano da quella casa. Lui, noto anche nel circondario di Cosenza per l'attivit che esercitava, era nato in una di quelle abitazioni che fanno da corona alla Salita Liceo, nella strada che anticamente era chiamata Calata della Corda: la sua casa era buia come il suo animo, cos anche il suo cuore, restio a passare di giorno nelle vie illuminate dal sole.
La sera del 6 marzo del 1886 Giuseppe, che tutti conoscevano come Pino il Mago, aveva appena dato fondo a una bottiglia di vino, una di quelle che i suoi tanti clienti gli portavano in dono insieme alle somme di denaro necessarie - secondo un tariffario indefinito - per le fatture, gli incantesimi e le legature, fossero queste benefiche o maligne. Avvert un primo tremito, come se la sedia sulla quale era accasciato si stesse agitando leggermente sotto il peso del suo corpo, ma non vi dette molta importanza, cos come era leggermente anestetizzato dalla sostanza alcolica.
La stanza dove accoglieva i suoi clienti era zeppa di oggetti tetri, resi ancora pi lugubri dalla coltre di polvere e
ragnatele che li ricopriva: ai muri erano appese delle raffigurazioni antiche, vecchi tracciati alchemici di cui il proprietario dell'alloggio non conosceva neppur lontanamente il loro significato.
Erano il corollario necessario alla sua professione, il campionario di un mestiere inventato eppure cos consolidato tra i suoi fedelissimi: la pila di giornali ingialliti, presi tra i numeri invenduti che venivano accatastati nella vicina redazione della Cronaca di Calabria, avevano una sola funzione e non servivano certamente come lettura.
La carta, zeppa di caratteri e disegni, era usata per impacchettare i suoi sortilegi, composti in gran parte della terra rubata nel camposanto della citt.
Giuseppe ricordava spesso gli esordi della sua attivit: poco propenso a fare il garzone tra le bancarelle del mercato aveva
seguito le orme del nonno paterno, mago di professione e padre di tanti ragazzotti, figli sconosciuti di tante madri ossessionate dal maligno. Le cure di quel mago di famiglia finivano molto spesso tra le lenzuola, consumando rapporti frettolosi avvolti dalla fascinazione di un atto che liberava da ogni male. Incredule clienti si ritrovavano, per magia, vittime e madri incapaci di protestare per le violenze subite. Ma per Giuseppe, Pino il Mago, il nonno era stato mito e guida, riferimento di una vita improntata sull'accomodamento e sull'artifcio, sull'aggiustare ogni cosa con il sotterfugio della magia.
Fu l'anziano a introdurlo in quell'arte - compia chiamava - portandolo prima nel cimitero cittadino davanti a certe fosse nelle quali disse erano sepolti gli scomunicati, i suicidi e coloro che non erano stati battezzati: quella terra valeva sia per le fatture buone che per quelle nefaste. La seconda tappa la fecero nel duomo, fermandosi davanti alla tomba di un personaggio avvolto dal mistero, messo a capo di un regno di intrighi e conflitti: era il sepolcro di quell'Enrico Settimo Hohenstaufen, detto lo sciancato, affetto dall'odio e dalle malformazioni fisiche. Era morto suicida, ma fors'anche ucciso dal padre per contese dinastiche e familiari, affetto da lebbra e scacciato da tutti. Quale migliore guida per l'aldil se non un principe deforme e suicida?
Il mago, alla seconda e pi forte vibrazione, si riprese dal torpore alcolico che lo aveva avviluppato nelle visioni della propria infanzia, vissuta nella quasi totalit tra quelle mura ereditate dalla famiglia: a sua memoria la casa era appartenuta da generazioni agli avi e forse ne conservava, come una spugna impregnata di un aceto spirituale che diveniva sempre pi acido con il trascorrere del tempo, i ricordi di ci che erano state le vite passate. Esistenze malandate, segnate non dal destino avverso ma dalla precisa volont di vivere ai margini della societ: personaggi temuti, scacciati eppure meta di un continuo pellegrinaggio in cerca dei rimedi propinati con una furbizia nefasta.
Alla terza scossa (85) tutta la sua attenzione venne richiamata dalle urla che provenivano dalla strada, grida di terrore
che facevano da contraltare al rumore sordo del terremoto. La bottiglia poggiata sul tavolo cadde per terra spargendo tutt'intorno frammenti di vetro misti alle poche gocce di vino rimaste: caddero alcuni piatti cos come vennero gi dalla parete tre quadri appesi al muro. Non era la prima volta che assisteva a un evento simile ma quella sera la forza sotterranea della terra si era manifestata con pi forza, aprendo crepe e varchi nelle murature, facendo cadere calcinacci e antiche pietre: con i suoi sessantanni, segnati sulla pelle del viso come tralci impazziti di una vite selvatica, pens di essere arrivato al  bivio della vita, sorridendo beffardamente al ricordo di quante persone aveva turlupinato e depredato con le sue false alchimie.
Con una smorfia ripens a quante volte aveva raccontato dei due demoni che portava nascostamente incatenati, due schiavi
dell'oltretomba che si erano messi a sua disposizione in cambio di un piccolo patto. Cos incuteva il terrore nelle sue clienti, aumentando a dismisura l'utenza che a lui si rivolgeva per le fatture e le maledizioni: rivali in amore, concorrenti commerciali, amanti respinti e invidiosi arrivavano a frotte percorrendo i vicoli con circospezione, per nulla desiderosi di esser visti e riconosciuti.
Halphas e Malphas erano i due spiriti delle tenebre, i due demoni che gli erano stati trasmessi dall'avo, contenuti - a suo
dire - in una ampolla colma di un liquido vischioso e denso.
Era quello l'oggetto principe delle sue fatture, il testimone che poneva sul tavolino davanti al richiedente. Il mago agitava il contenitore ripetutamente, scorgendo a volte al suo interno dei bagliori e dei riflessi che suggestionavano cos tanto la clientela da renderli ancora pi potenti e portentosi. Li chiamava a gran voce e con pomposit, simile a un celebrante incapace di comprendere il rito che officiava. Complice il caso o la malasorte spesso l'obiettivo del suo maleficium incappava nelle normali avversit della vita: un malanno, un tracollo economico, una semplice sventura erano catalogati come il successo di Pino il Mago.
Tanto altalenante  la sorte da cambiare repentinamente, portando i pesi della bilancia da un braccio all'altro, come mossi da una mano causticamente burlona. Quella sera, oltre alle suppellettili di casa, ben altri oggetti finirono per terra:
l'ultima e pi forte scossa scagli sul pavimento la preziosa ampolla, disperdendo in mille frammenti quell'oscuro oggetto.
Ci che si present davanti ai suoi occhi nulla aveva di umanamente concepibile: non erano certamente quei miti e soggiogati diavoletti, incatenati al suo comando, e neppure i demoni che frequentavano i suoi sonni notturni. Il mago comprese, in un barlume di lucidit, la portata del vincolo che lo legava all'aldil suggellato quasi per gioco davanti agli occhi soddisfatti di suo nonno. Comprese la portata dell'impegno assunto quando le pareti della stanza iniziarono a tingersi di
rosso, percolando dal soffitto in un ribollire nauseabondo.
Guard allora con sgomento le sagome che lo sovrastavano: lui, curvato nel terrore, non era neppure in grado di aprire la
bocca per gridare tutta la disperazione che gli scorreva in corpo.
Aveva giocato fin troppo con l'ignoto, millantando poteri e capacit soprannaturali: cos le energie sottili, quelle nefaste e negative, si erano materializzate nel pi torbido degli incubi e sotto una forma a lui sconosciuta.
Quando serrarono gli artigli sulla sua lingua cap la portata delle maledizioni che aveva lanciato contro vittime inermi, costretto a guardare ora negli occhi la paura senza fondo. Prov a divincolarsi pur capendo di essere lui, ora, l'incatenato e lo schiavo, mentre il suo demone personale si inchinava davanti alla potenza dei signori delle tenebre. Avesse avuto un tempo la coscienza dei nomi infernali evocati avrebbe sotterrato quell'ampolla nel recesso pi profondo di una fossa... invece si era dedicato, nottetempo, a raccogliere terra e antiche ossa dai sepolcri sconsacrati.
Tent nuovamente di parlare, per chiedere piet e perdono, cercando disperatamente un appiglio in un oggetto sacro che
potesse scacciare i due esseri infernali. Loro, soddisfatti, emettevano dei suoni gutturali e profondi, con rumori che potevano assomigliare a risate compiaciute, cos come si compiacevano a vicenda del lavoro in corso su quel corpo e su quell'anima.
Negli ultimi istanti della sua esistenza materiale il mago tent di reprimere il senso di nausea causato dal sapore del suo sangue e dal dolore che la lingua trafitta gli procurava, ora che era ormai quasi strappata dal suo alveo naturale. Stille di sangue cadevano dai suoi occhi, non ancora abbastanza offuscati da non poter scorgere, nel muro palpitante di sangue e materia, i volti di persone morte da tempo le cui bocche urlavano giustizia per le profanazioni da lui compiute nel cimitero cittadino.
Venne fagocitato da una massa informe e inglobato nella materia putrefatta, da ci che un tempo era un muro. Per sua
sventura era ancora vigile quando la sostanza vischiosa rossastra gli riemp la bocca e i polmoni, mentre tentava di aggrapparsi alle propaggini estreme di quell'antro infernale.
Passarono diversi giorni prima che ci si accorgesse della sua scomparsa: l'attenzione dei cosentini era rivolta ai danni, seppure lievi, causati dal terremoto. Fu una delle sue clienti pi assidue a entrare nella casa del mago, trovando come di consueto la porta socchiusa; il tanfo, pi nauseabondo del consueto, la invest in pieno facendola barcollare per un attimo sulla soglia di casa. Si rese conto che qualcosa di strano e di anormale era accaduto tra quelle mura, non solo per la confusione che regnava intorno, ma soprattutto per quella chiazza scura che si stagliava sulla parete davanti a lei.
Dopo aver chiamato ripetutamente il mago prese coraggio e s'avvicin a ci che nella penombra le pareva una sagoma umana, cos simile per altezza e ingombro al corpo del fattucchiere. Un colore ruggine cos particolare, tanto singolare da sembrare in movimento, animato da mille riflessi oscuri. Ancor prima di poggiare l'indice curioso sulla parete sent l'odore caratteristico del sangue, un acre effluvio che arrivava dalla muratura. Fu allora che sent un lamento simile a un urlo soffocato, un gorgoglio che arrivava dal profondo di quella casa.
Scapp, dirigendosi verso la cattedrale, sperando e pregando in cuor suo che i demoni di cui aveva avvertito la presenza fossero rimasti chiusi tra le mura, intrappolati nel male e nell'inferno.
La storia terrena di quel mago si era conclusa: non era scomparso, tuttavia, lo spirito nefasto di quel negromante improvvisato.
Elisabetta, come altri sensitivi, evit accuratamente il viottolo nel quale era ubicata l'antica casa dello stregone, la cui
anima oscura era rimasta intrappolata tra i mattoni. Per lungo tempo, cos circondata dall'aura nera e dalle voci che parlavano della strana sparizione di Pino il Mago, la casa rimase alla merc del tempo e delle intemperie. Solo molti anni dopo, in mancanza di un cadavere, venne iscritto nel registro comunale dei defunti il nome di quello sprovveduto. Intrappolato in una tomba eterna, anima nera alla quale era concesso solo il lamento. Nulla pi.
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Note.
85. Il 6 marzo 1886 viene registrata a Cosenza e nei territori limitrofi una scossa di terremoto di magnitudo 5,57 nella scala Richter.
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LA CONFRATERNITA DELLE ANIME DI LUCE.
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Pocho rimedio credo si possi fare... se non resterminio(86).
Queste parole rimbalzavano con un funesto suono tra le vallate calabresi, nei luoghi che un tempo erano stati popolati da
fuggiaschi, dalle vittime di una caccia religiosa che aveva avuto inizio nel Piemonte e nelle limitrofe alture alpine. Il verbo di Michele Ghisleri, teologo e inquisitore domenicano, era divenuto legge andando a stanare i discendenti dei valdesi che avevano trovato rifugio nel sud profondo della Penisola.
Le antiche vie di fuga partivano da Marsiglia, nel porto franco dal quale si imbarcavano i fedeli dell'insegnamento di Pietro
Valdo (87), per far rotta verso Napoli e la Calabria. Cos le prime ondate migratorie avevano avuto inizio nella seconda met
del 1200, dando l'avvio a una serie di insediamenti (88) e a una pacifica convivenza tra fedi differenti. Ma una nuova ondata
repressiva doveva scatenarsi su tutto il territorio italiano, andando a colpire soprattutto le comunit religiose che perseveravano nell'eresia.
Il 1500 segner l'inizio di una repressione spietata nata all'indomani della missione del giovane pastore valdese Gian Luigi Pascale, nativo di Cuneo, al quale era stato affidato il compito di rinverdire la dottrina e portare consapevolezza del credo tra le lontane comunit calabre, che avevano mantenuto ancora intatta la loro lingua occitana, i costumi e le pratiche quotidiane. La missione del valdese era stata preannunciatadalle missive partite da Ginevra, creando non poche attese e aspettative tra i fedeli che si erano stanziati sia sulla costa che nell'entroterra calabro. Ma i suoi spostamenti e soprattutto il compito al quale era chiamato, con l'aiuto di altri confratelli partiti dal nord, erano gi noti agli inquisitori: grazie alla delazione di Giovanni da Fiumefreddo, un ex valdese divenuto spia dell'inquisitore Valerio Malvicini Fontana, i missionari vennero arrestati e condotti nelle carceri del  Sant'Uffizio.
Pascale aveva appena avuto il tempo di far nascere a La Guardia, una delle roccaforti valdesi in territorio calabro, un
edificio di culto nel quale il pastore, sulla base della Bibbia e dell'Istituzione della religione cristiana di Calvino, insegn che si era salvi per grazia di Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, negando l'autorit del papa, la dottrina della transustanziazione (89), la confessione, il culto dei santi, il  purgatorio, i digiuni, il celibato ecclesiastico, e condannando la corruzione e la ricchezza della Chiesa cattolica.
L'arresto, il processo sommario e il rogo di Gian Luigi Pascale, insieme alle esecuzioni efferate di Filippo Ursello e Francesco Tripodi, due catechisti calabro-valdesi che si erano formati nella scuola ginevrina, di Marco Uscegli e di Giacomo Bonelli non placarono la sete di vendetta del Sant'Uffizio.
Gioved 29 maggio 1561 le armate di Marino Caracciolo fecero irruzione a San Sisto, saccheggiando e mettendo a ferro e
fuoco l'intero borgo. Sessanta uomini vennero subito catturati e impiccati: chi scamp alla forca venne gettato dalle torri.
Stessa orribile sorte tocc alle donne, di qualsiasi et fossero: a loro fu riservata, come crudele scherno e prima della morte, ogni sorta di violenza. Chi era riuscito a scampare al massacro iniziale, rifugiandosi sui monti e tra i sentieri scoscesi, venne inseguito dai soldati, ai quali erano stati affiancati dei mastini addestrati per la caccia all'uomo. Chi non venne ucciso immediatamente sul posto fu condotto nelle carceri di Cosenza e di Montaldo: furono pi di trecento a finire tra le sbarre e in molti morirono in cella per le ferite, i morsi dei cani, le violenze subite durante la cattura. I pochi scampati si rifugiarono nella roccaforte del borgo di La Guardia, protetto da mura e forte di una piccola guarnigione di valdesi.
Il 3 giugno, di marted, Marino e Ascanio Caracciolo con un tranello riuscirono a penetrare dentro la rocca fortificata: alle
prime luci del giorno inizi la carneficina di centinaia di valdesi.
Trafitti dalle spade, gettati dalla torre, bruciati dopo essere stati cosparsi di trementina con le loro case date in pasto alla marmaglia soldatesca. I superstiti, quelli ancora in grado di respirare, furono condotti nelle carceri sotterranee del castello di Cosenza e nel castello di Montalto. In quelle celle morirono per freddo, fame, per le torture subite. Ma l'abominio umano sembrava non trovare ancora pace. Nelle prigioni di Montalto vennero ammassati 1600 tra donne e uomini e fu messo in piedi un processo farsa sotto gli occhi vigili del commissario governativo Pirro Antonio Pansa, del vicario di Cosenza Orazio Greco e dello stesso Malvicino.
Nell'immediato 150 fedeli di fede valdese furono condannati a morte per ribellione, porto d'armi ed eresia. L'11 giugno di quell'anno orribile davanti alla chiesa di San Francesco da Paola si attuarono il supplizio e la carneficina, di cui rimarr traccia scritta da un testimone oculare in una lettera giunta fino ai giorni nostri.
Hoggi a buona hora si  incominciata a far l'horrenda iustizia di questi Luterani che solo a pensarvi  spaventevole, che la morte di questi tali  come una morte di castrati; li quali venivano tutti riuniti in una casa dove veniva il boia et li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti gli occhi e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa et lo faceva inginocchiare e con un coltello gli tagliava la gola et lo lasciava cos, poi pigliava quella benda cos insanguinata, et col coltello insanguinato ritornava a pigliar l'altro, et faceva di simile.
Ferma davanti alla rocca di La Guardia, impietrita dal terrore e dal dolore, Elisabetta Sirani sent alle sue spalle una voce
flebile, quasi un sussurro. La vide ed era una bambina, dallo sguardo perso nel vuoto, sagoma di un passato lontano.
I veri demoni, le bestie sataniche non arrivavano dall'Inferno ma avevano le insegne del papato grondanti di sangue: erano i vessilli di una chiesa che si era macchiata del pi turpe dei peccati, cos le parl lo spirito, accostandosi davanti al panorama di La Guardia e presentandosi come una delle tante vittime di quelle giornate, ed erano comandati da chi predicava amore e pace. Le nostre madri, i nostri padri, erano fuggiti dal nord pensando di trovare in questi territori un rifugio,
lontano dalle persecuzioni e dai crimini umani. Ci dettero la caccia, stanando ogni forma di fede, annientando nel corpo e nell'anima il nostro credo....
Elisabetta la guard con disperazione, vedendo negli occhi di quella giovane altri occhi disperati. Vide in lontananza una
processione lenta di anime, illuminate da un'aura candida, incedere dalla vallata fino all'antica porta del borgo. La Porta dal Sang, Porta del Sangue, in ricordo dell'eccidio. Dietro la schiera luminosa vide sagome e sent il loro grido, la voce della loro dannazione. Erano spettri destinati a vagare nella speranza di poter espiare le proprie colpe.
Nella rocca di La Guardia Piemontese, davanti all'orizzonte che segna il confine tra mare e terra,  costretto a vagare lo spettro del traditore, di quel Giovanni da Fiumefreddo che vendette a poco prezzo le vite dei suoi ex confratelli; in quella
che era stata la sua misera vita era divenuto, oltre che fornitore di vino del sommo inquisitore Michele Ghisleri, anche suo
zelante confidente, consegnando nelle mani dei carnefici migliaia di valdesi.
Con disprezzo Elisabetta lo guard, ripensando alla vilt umana, alle gesta infami dei paladini della fede. Urlavano giustizia da La Guardia fino alle vallate piemontesi, nella Savoia e fino a Montsegur (90), dove altre vittime, quelle che professavano la fede Catara, avevano trovato morte orribile. Si domand se mai i carnefici d'un tempo avessero rivolto i loro occhi agli splendidi paesaggi che aveva dinanzi a s, dono di un Divino Artefice fin troppo vilipeso dall'idiozia e dalla malvagit dei suoi presunti ministri sulla terra.
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Note.
86. Michele Ghisleri, a capo del Sant'Uffizio, futuro papa Pio quinto.

87. Valdo di Lione, noto anche come Pietro Valdo o Valdesio, conosciuto all'epoca in latino come Valdesius o Valdes, in volgare francese Valds e in occitano Vauds (Lione, 1140-1206 circa), fu un mercante francese che ispir lo sviluppo della Chiesa evangelica
valdese. Si  spesso fatto riferimento a Vaulx-en-Velin come il luogo di nascita di Valdo di Lione.

88. Quanto ai luoghi in cui i valdesi si stanziarono, basti citare, per la Calabria: Argentina, Guardia Piemontese, Montalto, Rose, San Sisto dei Valdesi, San Vincenzo La Costa, Vaccarizzo.

89. Nel linguaggio dei teologi cattolici,  la totale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo in forza delle parole della consacrazione
pronunziate dal sacerdote nella Messa. La dottrina cattolica della transustanziazione fu definita dal Concilio di Trento quella mirabile e unica conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue, rimanendo tuttavia le specie del pane e del vino, la quale conversione la Chiesa cattolica chiama con grande opportunit transustanziazione.

90. Erano in cinquecento i Perfetti di fede Catara, il 16 marzo 1244 a Montsegur, ma ne sopravviveranno appena la met: oltre duecento, infatti, finiranno  arsi sul rogo nella grande strage di eretici compiuta dalla Chiesa cattolica; era l'atto finale di una guerra
durata oltre cinquantanni, un momento che segner anche la fine dell'indipendenza politica e culturale dell'Occitania dalla Francia.
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SICILIA.
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Perch ti doner tutta la meraviglia
Il tuo orgoglio da riempire il cuore
Nell'abbracciare di colore e suono
Perch meravigliato  ogni istante
In cui ti amo.
Ezio Bosso, La Camera delle Meraviglie.
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ARCANO LIQUORE ACETO.
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Ad attenderla, al suo arrivo a Palermo, trov - ma nulla oramai
la stupiva - un personaggio eclettico, uno di quegli spiriti
che in vita doveva aver avuto un gran carisma e molteplici interessi.
Lo si percepiva dal portamento e dallo sguardo, dalla
cura dei particolari del suo abbigliamento. Le si present con
un gradevole accento palermitano, che alle sue orecchie oramai
abituate alle differenti musicalit degli idiomi regionali
risuon come il retaggio di antiche lingue orientali. Gaetano
Giorgio Gemellaro non passava inosservato neppure nel mondo
sottile degli spiriti: come in vita anche nell'aldil aveva conservato in pieno tutti gli interessi che avevano caratterizzato la sua esistenza: in pi, oltre alle scienze, alle lettere e all'impegno
politico e spirituale, amava indagare e curiosare tra le pieghe
della sua citt natale. La Palermo dai mille volti, e dal passato
antico e significativo: per la sua splendida posizione e l'incanto
della sua baia venne non a caso chiamata dai Fenici con il
nome di Zyz, ovvero il fiore. Ma furono i Greci, navigatori e
commercianti, a darle l'appellativo pi consono, quello di navpfwq, Pan Ormos, tutto porto. Era la stratificazione storica, le genti differenti che qui erano approdate a dare alla citt quel
suo volto alchemico, nel crocevia di idee, pensieri e spiritualit.
Lo spirito di Giorgio Gemellaro incarnava con perfezione
scientifica l'anima della citt e con estrema spigliatezza prese
Elisabetta sottobraccio trascinandola, seppur con garbo da
gentiluomo, verso il Parco della Favorita. Arrivarono davanti
alla Casina Cinese nel viale Duca degli Abruzzi, nell'edificio
che aveva accolto re Ferdinando II di Borbone dopo la sua precipitosa
fuga da Napoli, all'indomani della proclamazione della
Repubblica Partenopea, palazzo che custodiva - come uno
scrigno cesellato in una architettura esotica - le raccolte etnografiche create e organizzate dall'etno-antropologo Giuseppe
Cocchiara(91). Tra le raccolte intitolate all'amatissimo medico
palermitano Giuseppe Pitr(92), benefattore e filantropo vissuto
tra l'Ottocento e il Novecento, un unico obiettivo aveva spinto
Gaetano Gemellaro a percorrere le sale del museo. Quando si
trovarono davanti a un busto, una scultura dall'aspetto arcigno
e ostile, Elisabetta Sirani si rese conto che il volto ritratto
pareva muoversi e dirigere lo sguardo verso di loro: ebbe una
sensazione strana nell'osservare la maschera di pietra che - a
beffa della materia inerte con la quale era plasmata - scuoteva
ripetutamente le ciglia e storceva la bocca in una smorfia poco
rassicurante. La mimica facciale di quel volto rugoso le dava
cos tanta ansia da costringerla a guardare altrove.
Posso scommettere, esord Giorgio Gemellaro,
che per te si tratta di una novit... infatti non sono molti
gli spiriti imbrigliati nella materia, cos come  raro trovare un
fantasma imprigionato nella sua raffigurazione e costretto a
languire nella pietra. Ma la storia di questa donna  talmente
singolare che avrai modo di comprendere il perch di questa
sua condizione ultraterrena. Strega, fattucchiera e megera per
alcuni e risolutrice di problemi nonch salvifica alchimista per
una certa sua clientela. Giovanna Bonanno conduceva una
vita ai margini della societ, nella Palermo dove era nata nel
1713 da una famiglia povera che l'aveva instradata verso l'arte
dell'arrangiarsi. Lei stessa aveva volutamente cancellato ogni
ricordo dei primi anni di vita e dell'infanzia, trovandosi avvinghiata ad una citt disparitaria, con i drammi che derivavano
dalla povert e dalla miseria. Ma lei, nella scuola dei vicoli palermitani, aveva appreso non solo le strategie di sopravvivenza
ma s'era ingegnata in un mestiere quantomai discutibile. Oggigiorno,
con la nostra lingua che pare vittima delle locuzioni straniere, la sua clientela la designerebbe come una problemsolver.
Certo, i problemi li risolveva a modo suo, e ne avrebbe
risolto a centinaia ancora se un giorno non fosse caduta nelle
trappole del destino. Giovanna Bonanno aveva individuato
- forse per una casualit o per antica vocazione - un veleno
talmente subdolo da essere non identificabile all'esame autoptico.
Il quartiere della Zisa(93) era il suo regno e qui individu il
terribile miscuglio, un composto di aceto per pidocchi, vino
bianco e arsenico. La Bonanno aveva crudelmente testato il
suo mix venefico su un cane randagio, osservando che - dopo
il decesso - non rimaneva nessuna traccia della pozione. Era
stata lei, qualche tempo prima, a salvare da morte certa una
bambina che aveva ingurgitato l'aceto per pidocchi - venduto
in drogheria - facendole bere dell'olio di oliva: la bimba, viva
grazie al suo intervento, le aveva dato l'idea di migliorare il
prodotto contro le pulci aggiungendo una buona dose di arsenico
mischiato al vino.
Il professor Gemellaro osserv lo sguardo di Elisabetta, vide
in lei tutta l'attenzione per la narrazione del racconto, di quella
storia reale vissuta tra i vicoli di Palermo.
La prima cliente, prosegu rischiarandosi la voce, con un
leggero tocco che attir anche l'attenzione della statua,
era stata una sua vicina, Angela La Fata, ansiosa di liberarsi del
marito per poter stare con il suo amante Giuseppe Billotta: la pruriginosa conoscente avrebbe fatto da apripista per la brillante e fruttuosa carriera di Giovanna come avvelenatrice. La conoscente della Bonanno tentava infatti da tempo di raggiungere lo stato di vedova: a nulla erano serviti i Malefici, le fatture e le invocazioni alle anime nere per strappare dalla vita terrena il marito, colui che ostacolava con la propria presenza un rapporto d'adulterio con un garzone del mercato.
La terza dose del miscuglio ebbe il suo effetto: portato al creatore per mezzo dell'insospettabile condimento, il fu consorte venne sottoposto ad autopsia con una indagine che non rivel nessuna forma di avvelenamento.
Il prodotto magico aveva avuto il successo sperato: da quel
giorno la miscela prodotta in esclusiva dalla Bonanno ebbe anche un
suo marchio di fabbrica, Arcano Liquore Aceto. I componenti del
medicamento estremo erano facilmente reperibili ed economici,
non quanto le somme che arrivarono nelle tasche dell'avvelenatrice.
And a risolvere numerosi problemi: dalla moglie tradita che colp
la sua rivale, al marito geloso ansioso di porre fine al cinguettio tra l'avvenente consorte e alcuni giovani del quartiere. Alla Zisa divent nota in breve tempo, con una clientela desiderosa di mantenere il suo anonimato e arrivare, con tempestivit, alla soluzione di molteplici vicissitudini. La memoria antica degli abitanti riportava alla mente le gesta di una concittadina, divenuta suo malgrado molto pi nota: era palermitana e abile arrampicatrice sociale Giulia Tofana, figlia d'arte dell'avvelenatrice Tofana D'Adamo che termin i propri giorni sul patibolo a Palermo il 12 luglio del 1633. Colpevole, cos era stata giudicata, del veneficio a carico del marito scomparso repentinamente lasciando dote e terreni all'afflitta moglie. La carriera della figlia aveva preso altre strade, altolocate e regali, tanto da essere una delle cortigiane pi amate dell'entourage di Filippo quarto di Spagna e anche una delle pi ricercate per i servigi che sapeva rendere. Nella sua breve
vita professionale di avvelenatrice, lei che aveva perfezionato con
cura e con dovizia la formula materna, aveva accelerato il passaggio
all'aldil di circa seicento sventurati. Amanti, concorrenti, avversari politici; i destinatari dell'Acqua Tofana(94) erano democraticamente suddivisi per classi sociali mentre gran parte delle acquirenti rientrava nell'ambito delle consorti desiderose di interrompere - senza attendere l'intervento naturale della Nera Signora - matrimoni o convivenze tumultuose. Che la clientela di Giulia fosse soddisfatta lo attestano le numerose boccette venefiche pronte a essere consegnate rinvenute quando, dietro una denuncia anonima, la palermitana venne perquisita e arrestata con l'accusa di veneficio e stregoneria. Nell'arco della sua attivit, tra il 1633 e il 1651, aveva accompagnato al Creatore oltre seicento persone, con una media di oltre 33 omicidi per anno. Termin i suoi giorni, per decisione della corte giudicante, sul patibolo eretto a Roma in Campo de' Fiori: insieme a lei, quali complici e aiutanti, vennero consegnate al boia Girolama Spera e altre tre donne colpevoli
di aver avvelenato i propri mariti. Con le indagini successive, dopo
gli interrogatori e le torture alle quali venne sottoposta Giulia Tofana, altre 41 donne furono strangolate nelle segrete dei palazzi o murate per ordine dell'Inquisizione.
Un incidente di percorso, una pozione letale consegnata per errore,
interruppe improvvisamente la carriera di Giovanna Bonanno e il
commercio dell'Arcano Liquore Aceto. Il suo ultimo medicamento era
stato commissionato da una conoscente, desiderosa di sopprimere una
persona ignota all'avvelenatrice: l'affare era stato commissionato come accadeva di sovente da Maria Pitarra, intermediaria fidata e silenziosa dei suoi commerci. Quando Giovanna seppe che la vittima designata era il figlio di una sua amica cerc di porre rimedio, proponendosi come salvatrice e informando i familiari di un tentativo di avvelenamento.
Venne smascherata e incastrata da Maria Lombardo, la nuora
dell'acquirente della sostanza tossica, che si present alla Bonanno con dei testimoni per un ipotetico avvelenamento. L'anziana ideatrice della sostanza letale venne arrestata, quando aveva da poco compiuto i 76 anni, per ordine del vicer Caracciolo(95) e sottoposta a interrogatorio.
Il processo, iniziato nell'ottobre del 1788, si protrasse fino al 27 luglio del 1798 quando il Tribunale della Gran Corte emise il verdetto di condanna.
Gioved 30 luglio Giovanna Bonanno e la sua complice Maria
Pitarra vennero trascinate sul selciato, legate per i piedi con le corde, nel percorso tra le carceri cittadine e la piazza Vigliena: qui le attendeva il boia che le costrinse, prima di stringere loro il cappio attorno alla gola, a baciargli i piedi e chieder perdono. Restarono appese tutto il giorno a monito delle loro malefatte, guardate a vista e con disprezzo dai pochi che si erano fortunosamente salvati dalla donna dell'aceto.
Lasciando la sala del museo etnografico, tra le preziose raccolte
che testimoniavano le tradizioni, la vita e le usanze siciliane,
Elisabetta dette un ultimo sguardo al busto dell'avvelenatrice
palermitana. Il viso aveva ripreso la fissit consueta
sebbene, con un gioco di luci che andavano a incidere sulla
superfcie della scultura, la pittrice not un rivolo luminescente
che scendeva dalle palpebre aperte. Stille di rimorsi antichi.
L'aria della notte la inebri, respir il profumo del Mediterraneo,
raccolse tra i sensi l'aroma delle essenze radicate lungo le
rive e trov conforto e gioia nel sentire in lontananza il rumore
delle onde. Ritmico, melodico portava il canto di antichi marinai,
di pirati e contrabbandieri, il fremito del viaggio e della
scoperta. In fondo, pens, anche lei era una corsara, una immagine
romantica e poetica della pirata irlandese Anne Bonny...
viaggiava alla ricerca, alchimista dell animo.
Il suo corsaro, nostromo del percorso siciliano, la scroll
di botto, riportandola nel livello semiterreno nel quale stava
viaggiando ormai da settimane. Sotto la luce lunare la lunga
barba di Gemellaro aveva assunto tutte le sfumature dell'argento,
dal brunito fino al lucente metallo appena lavorato. Lui
le sorrise creando un'onda tra i baffi imponenti e le fitte sopracciglia, impersonando in pieno il ruolo di navigante in un
mare di ricordi.
Abbiamo un appuntamento, le mormor all'orecchio,
prendendo delicatamente la sua mano e conducendola per via
Ruggero settimo verso il centro storico di Palermo, ed  ci che
da qualche tempo richiama l'attenzione e la curiosit dei miei
concittadini. Andiamo nella parte pi antica, il cuore pulsante
della citt, dove si manifesterebbe una donna molto particolare.
Un fantasma, cos si dice, e si mormora addirittura che sia
lo spirito di Santa Rita o lo spettro di una monaca. Arrivarono
in via delle Cappuccinelle dove, all'angolo di piazza Capo,
si stagliava la sagoma del campanile della chiesa di Maria della
Mercede: in quello spazio, subito dopo la scalinata, un folto
gruppo di persone guardava verso il campanile della chiesa e
commentava animatamente. Tra le vele della torre campanaria
si intravedeva una sagoma che, con il gioco di luci o ombre,
pareva una monaca nell'atto di pregare. Tra il pubblico assiepato
lungo la strada e sul sagrato c'era chi avvalorava senza
alcuna ritrosia l'avvenimento mistico e chi, dotato di binocoli
e macchine fotografiche, scartava a priori ogni evento fantastico,
riconducendo tutto a un puro inganno ottico. Da mesi
ormai il vecchio mercato palermitano, dopo la normale attivit
mattutina, si riempiva di curiosi: tra loro non mancavano i
fedeli, certi che quella sagoma portasse loro beneficio e sollievo dalle penitenze.
Elisabetta pens a quanto la mente umana fosse bisognosa
di scandagliare ogni angolo dell'ignoto e di cercare spasmodicamente
le risposte al quesito che - fin dagli albori della vita
- arrovellava ogni esistenza: cosa si celava nel dopo... Gli animi
sensibili e coloro che avevano avuto il dono necessario per
contattare gli spiriti potevano vedere, avere una esigua percezione
dell'oltre. E lei, vivendo nell'oltre, comprendeva ora molta
della fatica che animava i ricercatori, i saggi, gli alchimisti
e i semplici mortali. La vera chiave non stava nella semplice risposta...
Lasciarono la piazza, diretti verso i luoghi sotterranei della citt.
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Note.
91. Giuseppe Maria Cocchiara (Mistretta, 5 marzo 1904-Palermo, 24 gennaio 1965)  stato un antropologo, etnologo e accademico italiano, fra i maggiori  studiosi di storia delle tradizioni popolari e folclore.

92. Giuseppe Pitr (Palermo, 22 dicembre 1841-Palermo, 10 aprile 1916)  stato uno scrittore, medico, letterato e etnologo italiano. Noto soprattutto per il suo pionieristico lavoro nell'ambito del folclore siciliano, la museografa e la cultura materiale, fu il pi
importante ricercatore e studioso di tradizioni popolari siciliane, nonch l'iniziatore degli studi folclorici in Italia. Giuseppe Cocchiara, etnologo e preside  della Facolt di Lettere e Filosofia di Palermo nonch prosecutore della sua opera, disse di lui: ... la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastit d'informazioni nel campo del folclore, in cui nessuno ha raccolto come e quanto lo scrittore palermitano....

93. La Zisa  uno dei quartieri storici di Palermo e deve il suo nome all'omonimo castello situato dentro il perimetro circoscrizionale. Situato nella parte centrale della citt,quella che in origine faceva parte dell'antico parco normanno denominato il Genoardo Paradiso in terra, era luogo di villeggiatura e di caccia dei sovrani. In origine l'intero parco si estendeva subito fuori dalla cinta muraria ed era costituito da  piccoli nuclei di case, intorno ai mulini per grano e sale costruiti lungo il corso del torrente Gabriele. Sotto i
Normanni l'area contava una popolazione di circa 1200 abitanti.

94. L'acqua tofana (conosciuta anche come acqua toffana, acqua tufania, acqua tufanica, acqua perugina, acquetta, acqua di Napoli o manna di San Nicola)  il veleno, ampiamente utilizzato nel diciassettesimo secolo a Palermo, Perugia, Roma e  Napoli, messo a punto da Giulia Tofana.

95. Domenico Caracciolo, marchese di Villamaina (Spagna, Malpartida de la Serena, 2 ottobre 1715 -Napoli, 16 luglio 1789), fu un diplomatico e uomo politico del Regno di Napoli. Venne nominato vicer di Sicilia per un quinquennio, dal 1781 al 1786, ufficio a
cui era stato designato nel maggio 1780, ma vi si dedic solo dopo un anno dalla nomina, indugiando nel lasciare a malincuore Parigi e i suoi successi mondani, per la Sicilia. Il suo ritratto si trova nella Sala dei Vicer del palazzo Reale di Palermo.
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NEL RIFUGIO DEI BEATI PAOLI.
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 una citt parallela, esord Giorgio Gemellaro, conducendola
tra le strade del rione Capo verso uno dei palazzi storici
cittadini, ed  un reticolo che resta ancora da scoprire nella
sua interezza, un sistema occultato che i viventi poco conoscono.
 un mondo antico, come antichi sono i suoi abitanti e
gli spiriti che ancora aleggiano nel sottosuolo. Sotto il palazzo
Baldi Blandano, per mezzo di una discesa segreta, si giunge
in un mondo che fu il regno di una confraternita misteriosa.
Dovremmo esser fortunati nell'incontrare qualcuno che  ben
informato, uno dei primi narratori che ha raccontato il segreto dei Beati Paoli.
Da una porticina situata al primo piano del palazzo gentilizio
della famiglia Baldi Blandano scesero per una scala
ripida, scavata in parte nella roccia: li accolse un grande ambiente
circolare che, agli occhi di Elisabetta, parve una sorta
di tempio destinato alle cerimonie pi antiche dedicate alle divinit greche.
La camera, le raccont la sua guida, era stata ingrandita e
abbellita dai proprietari del palazzo sovrastante, ufficialmente
come luogo di riposo nelle giornate afose palermitane: in realt
questo antro aveva ben altra funzione ed era governato dalle
leggi della confraternita che qui si riuniva.
Sentirono, nel silenzio e nell'atmosfera ovattata della grotta,
un brusio di voci. Era un chiacchiericcio concitato tra due uomini,
impegnati nel disquisire sulla storia e le vicende di quei
luoghi, sulle narrazioni che riguardavano la confraternita dei Beati Paoli.
Ecco, esclam Gemellaro, siamo stati fortunati: speravo
proprio di incontrare questi due spiriti, due personaggi che
hanno fatto e hanno scritto la storia di Palermo.
Da uno dei cunicoli laterali, una delle diramazioni che confluivano
nella sala circolare, apparvero due sagome ben distinte,
due entit che avevano vissuto in tempi differenti e si
erano ritrovate nell'aldil per condividere identiche passioni
e curiosit: Giovan Battista Chianello barone di Montegrande
e il marchese di Villabianca, Francesco Maria Emanuele Gaetani,
erano figure di spicco nella storia siciliana, con trascorsi
differenti eppure uniti dalla sete di conoscenza.
Per nulla stupiti della presenza di altri due spiriti, visto che
lungo i cunicoli sotterranei non era casuale percepire o individuare
un fantasma o un revenant(96), i due spettri palermitani si
avvicinarono a Elisabetta Sirani e Giorgio Gemellaro con tale
foga da sollevare un nugolo di polvere dietro di loro.
Una sorpresa, esclam il barone di Montegrande,
visto che da queste parti oramai  difficile incontrare spiriti colti e amanti del bello:  un viavai di antiche anime che si dilettano a volte ad apparire nel mondo sovrastante, con le quali tuttavia  difficile assai intavolare disquisizioni di sapore intellettuale. Io e il mio esimio collega eravamo invero alla ricerca di qualche traccia storica che desse una luce alla vicenda dei Beati Paoli. Ne cerchiamo non solo le testimonianze tangibili ma anche qualche loro rappresentante divenuto come noi... fantasma. Fu fugace un incontro con due rappresentanti di questa confraternita.
Uno di essi si chiamava Giuseppe Amatore e in vita svolgeva
l'attivit di fabbricante di fucili. Insospettabile e abile nel mascherarsi era stato casualmente individuato come responsabile di alcuni omicidi compiuti in citt. Venne processato, giudicato colpevole e condannato a morte. La sua impiccagione avvenne nella spianata del Carmine il 17 dicembre del 1704, quando non aveva neppure compiuto i 27 anni.
L'altro suo sodale, Gerolamo Ammirata, di professione contabile - o
come dicevano allora razionale di occupazione - venne impiccato
qualche anno dopo per aver ucciso a colpi di fucile un uomo ritenuto
colpevole di violenze e soprusi ai danni di povera gente.
Come vedete, cari miei signori aggiunse quasi con solennit,
accompagnando le parole con ampi gesti di braccia, Francesco
Maria Emanuele Gaetani, in vita marchese di Villabianca,
 attraverso i miei studi e i miei scritti che si conobbe una piccola
parte dell'attivit e della storia di questa organizzazione. Ne narrai le gesta, per quanto oscure e poco note fossero, in una delle mie cronistorie palermitane(97) subito dopo aver incontrato proprio in questi sotterranei il fantasma irrequieto di un sacrestano, un anziano che aveva trascorso gli ultimi anni della propria vita relegato nella chiesa barocca di  Santa Maria al Cassaro, qui a Palermo. Per un curioso gioco del fato o per superiore volont era stato indirizzato, una volta passato a miglior vita, in un purgatorio terreno nel quale doveva ricercare le anime dei suoi complici, degli appartenenti alla compagnia dei Beati Paoli. Per paradosso altri spiriti dei Beati Paoli giravano per questi luoghi,  nei sotterranei
che furono un tempo il loro covo, la loro sede, il loro tribunale:
vagavano tra i cunicoli nel vano tentativo di incontrarsi e riallacciare i rapporti di complicit che avevano avuto in vita. Vito Vituzzo, questo era il nome del sacrestano, di colui che in giovent faceva il vetturino nel quartiere del Capo; era entrato tra gli incappucciati ed era stato esecutore di numerose condanne pronunciate dal loro tribunale nei confronti degli oppressori del popolo. Smascherato e braccato dalla polizia borbonica si era rifugiato e nascosto per il resto della propria vita nella chiesa di Santa Maria, chiudendo i propri giorni nell'anonimato e nel rimpianto di una esistenza differente.
Lo spirito di Vito Vituzzu era stato alquanto restio, durante
la sua apparizione nei sotterranei palermitani, a raccontare
storie e vicende dei Beati Paoli: esisteva il vincolo del silenzio
che legava ogni componente della confraternita.
Mi raccont, prosegu il marchese di Villabianca, che i pi anziani della compagnia narravano dell'origine antica della compagnia, un'organizzazione talmente segreta che solo i vertici dell'ordine
conoscevano i nomi di tutti gli affiliati: ognuno di loro svolgeva
un mestiere ed una professione ma, con il calare della sera e dopo aver indossato un cappuccio nero, si riuniva con gli altri confratelli nei sotterranei situati nei pressi della Cuncuma. Era questo un giardino noto per i suoi frutti ma ben presto entr nel gergo dei Beati Paoli per designare la loro assemblea. Era nel corso di queste assemblee che venivano portate a conoscenza del loro tribunale le vicende e le malefatte di signorotti despoti, di nobili violenti o di semplici cittadini colpevoli di reati nei confronti di deboli e di bisognosi. Il verdetto pronunciato era irrevocabile e sfociava spesso in una condanna a morte. Grazie alla estesa rete di cunicoli, le cui diramazioni e uscite erano note ai soli Beati Paoli, i giustizieri potevano muoversi liberamente da una parte
all'altra della citt, raggiungendo l'obiettivo della loro punizione. Spesso il colpevole, una volta catturato veniva condotto legato e imbavagliato al cospetto dei giudici di quel tribunale: ascoltata la sentenza e senza alcuna possibilit di difendersi, veniva giustiziato. Il suo corpo, con il marchio della confraternita, veniva poi lasciato in una delle piazze cittadine, come monito e simbolo del potere oscuro dei Beati Paoli.
Altre volte colpivano direttamente in strada con la complicit del buio dalla notte: e anche in questo caso i giustizieri lasciavano traccia del loro operato, come monito contro gli oppressori.
Il racconto dei due nobili si era fatto poi confuso: l'uno, lo
storico marchese di Villabianca, asseriva che verso la fine del
1700 la confraternita dei Beati Paoli aveva cessato la propria
attivit perdendosi nei ricordi della gente, nell'oblio di una
storia antica. Per contro il barone Chianello di Montegrande
aveva ben altre certezze. Lui che aveva avuto in vita rapporti
altolocati, uomo di fiducia di Francesco Crispi e alto esponente
della Massoneria palermitana nonch Gran Maestro della
loggia Centrale(98), diceva di aver avuto alcune confidenze da
persone fidatissime sul perdurare dell'attivit dei Beati Paoli
almeno per tutto il 1800 e fino all'Unit d'Italia. Poi il gruppo
segreto era stato sciolto e dei suoi affiliati era rimasto solo
qualche vago ricordo.
Restavano quei luoghi antichissimi a mantenere vivo il ricordo
dell'operato dei Beati Paoli, cos come  reale il percorso
alternativo che si snoda dalla cripta della chiesa di Santa Maria
di Ges al Capo, conosciuta anche con il nome di Santa
Maruzza ri Canceddi, edificio sacro che guarda la piazza ora
dedicata alla temutissima congrega. Altre due strette gallerie
si diramano in un reticolo di diversi ambienti. Cos nel sottosuolo
del vicolo degli Orfani si dipanano altri lunghi condotti,
alti fino a due metri e abbastanza larghi da consentire il transito
di tre uomini affiancati: correvano sotto il palazzo Geraci,
sotto la chiesa di San Matteo e il Monastero delle Vergini. Altri
condotti partivano dal vicolo degli Orfani fino alle catacombe
delle Cappuccinelle, nella via Papireto, per inoltrarsi fino
alle catacombe di Porta d'Ossuna(99). La citt sotterranea, con i
suoi abitanti di un tempo, manteneva inalterato il suo aspetto
magico e sconosciuto, popolato da presenze insospettabili.
Si odono spesso rumori sordi e sibili che arrivano da quelle
gallerie, si percepiscono voci antiche e suoni inspiegabili: gli
scettici attribuiscono tutto ci al vento che si incunea nei cunicoli, cassa armonica in grado di trasformare il vento in mormorio
d'anime. I due fantasmi per conto loro, cos amanti di
una certa privacy che deriva dalla loro nobilt, preferiscono
passare quasi inosservati: in certi momenti si deliziano nel fare
qualche fugace apparizione, scegliendo con cura i propri interlocutori.
Galanti e ben educati, prediligono i luoghi di cultura
andando a bisbigliare - tra le chiome di avvenenti visitatrici -
vezzeggiativi complimentosi. Certi che le loro parole verranno
scambiate per illusione e altrettanto consapevoli del mondo
stratificato nel quale le anime si muovono dall'una all'altra sfera.
Basta crederci.
Con parole altrettanto galanti il barone di Montegrande e il
marchese di Villabianca si accomiatarono dai loro ospiti: nel
salutarli Giovan Battista Chianello si avvicin a Giorgio Gemellaro
per stringerlo ripetutamente, con un fare che aveva
del rituale, sussurrandogli alcune parole dal significato misterioso.
Risalendo verso la superficie Elisabetta guard con fare interlocutorio il suo temporaneo compagno di viaggio e, ancor
prima che lei pronunciasse una parola, Gemellaro l'anticip
sorridendo.
Mia amabile artista, l'apostrof il fantasma,  un vincolo fraterno quello che mi unisce al Montegrande: avrai notato i toccamenti, la stretta di mano e il sussurrare della parola. Una parola di riconoscimento, sillabe esoteriche che si tramandavano fin dal sorgere della nostra istituzione. Entrambi in vita facevamo parte della libera muratoria e ancora oggi frequentiamo, certi di non essere visti, le tornate di quelle antiche logge palermitane che dettero lustro e impulso all'unificazione dell'Italia. Il nostro non fu un agire politico, perch di politica e religione nei templi non si parlava affatto, ma divenne un impegno civile. Legato ovviamente al nostro percorso esoterico. Un pensiero molto mazziniano, cos come furono mistici e magici alcuni aspetti della sua vita. Prima di accomiatarmi da te e lasciarti proseguire nella tua ricerca, ti mostrer un luogo altrettanto mistico e fantastico, una stanza magica dove fedi differenti ed etnie diverse si ritrovavano per meditare e suggellare il proprio rapporto di fratellanza.
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Note.
96. Il terminie revenant, di derivazione francese, indica in letteratura una delle differenti tipologie di spettri o di defunti richiamati in vita per compiere un gesto riparatore o una
vendetta a fronte di un sopruso.

97. Della Sicilia nobile, Palermo, 1897.

98. Giovan Battista Chianello barone di Boscogrande  maestro venerabile ad vitam 33, a Palermo, maestro venerabile 33 della Loggia Centrale, non solo consigliere provinciale e comunale, ma anche responsabile della segreteria elettorale del presidente del Consiglio
Francesco Crispi.

99. Le catacombe di Porta d'Ossuna rappresentano il pi esteso cimitero comunitario paleocristiano della citt di Palermo, con un'organica distribuzione degli spazi, tra ampi ambulacri, arcosoli e cubicoli di dimensioni monumentali. Questi luoghi sotterranei sono
testimonianza della presenza, tra il quarto e il quinto secolo, di una comunit cristiana ben organizzata e sviluppata nella Palermo prima della dominazione dei Goti.
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NELLA STANZA DELLE MERAVIGLIE.
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Via Porta di Castro, nel quartiere di Ballar, riluceva di un
gioiello nascosto, incastonato in quello che fu il palazzo della
famiglia Sammartino, uno scrigno carico di simbolismo alchemico
ed esoterico. Quando arrivarono nella stanza che era stata
riportata al suo splendore originario dai nuovi proprietari
dell'immobile, si ritrovarono immersi in un mondo totalmente
differente. Era l'Athanor dell'animo, la camera di compensazione
tra la materialit e lo spirito.
Recto Lucet, esclam Giorgio Gemellaro, indicando una
delle molteplici calligrafie che emergevano dalle pareti intonacate
d'un blu intenso, ovvero brilla di rettitudine.
Dal centro della stanza Elisabetta ammirava il susseguirsi degli
intrecci grafici tracciati nella scrittura araba, un rincorrersi
di parole che nella musicalit della lingua orientale avevano
il ritmo di un antico mantra. Quello che Dio vuole accade.
Quello che Dio non vuole non accade. La frase ripetuta all'infinito
adornava le mura della stanza, luogo che pareva anche
agli occhi dei due spiriti l'anticamera di differenti mondi. L'artista che si era cimentato nella decorazione di quell'ambiente aveva compiuto un lavoro eccelso, per nulla inficiato da qualche
errore ortografico nella lingua araba: era stato un esecutore
materiale, copista di frasi antiche dai significati magici,
capaci di smuovere energie e forze sconosciute.
Cos era stata concepita, prosegu la guida di Elisabetta Sirani,
nella mente degli esoteristi che si radunavano intorno alle prime
logge massoniche palermitane. Stefano Sammartino, duca di Montalbo,
il proprietario di questo stabile, era uno degli esponenti di spicco
della compagine esoterica: ministro delle finanze e capo della polizia del regno borbonico, mascherava con attenzione la sua affiliazione alla Massoneria(100). Nasceva cos nel suo palazzo, nel luogo pi appartato della sua abitazione, un vero e proprio tempio nel quale confluiscono energie invisibili ma ben percepite da chi aveva intrapreso il cammino iniziatico.
Cos come ebbe voce nella sua decorazione Michele Amari(101), studioso palermitano, esoterista e islamista di spicco, elemento di spicco della Massoneria siciliana. Numeri sacri, come il 7 e il 5 si ripetono, cos come le note musicali rappresentate in maniera nascosta tra le mura. Tutto  ci che ci circonda ora  pura armonia di frasi, colori, musica e proporzione, ed  il frutto di una mente elevata che ha lasciato un grande enigma ai suoi posteri. Si cimenteranno nel risolvere i mille quesiti che questo ambiente
riesce a celare: bisogner entrare con animo puro tra queste mura per
comprendere il vero significato del messaggio nascosto. La parola Recto Lucet non indicher solamente il suo significato letterale: bisogner scavare nel profondo per individuare cosa brilla in una certa direzione.
Si immersero in contemplazione cos da sollecitare le eggregore
latenti nella stanza, materializzando antichi viaggiatori
impegnati in una ricerca ancestrale: emersero dai loro pensieri
le immagini di saggi e alchimisti, di naviganti che percorsero il mare immenso dell'animo umano.
Quelle immagini accompagnarono Elisabetta mentre si distaccava
dall'Isola, viaggiatrice diretta verso altre isole. In maniera
del tutto inaspettata Giorgio Gemellaro la salut ritualmente,
con strette e abbracci dal significato magico. La parola
che giunse al suo orecchio risuon familiare, come una voce gi sentita in vite precedenti.
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Note.
100. Il nonno paterno di Stefano Sammartino, l'omonimo Stefano San Martino Reggio - nato a Palermo nel 1725, ivi deceduto nel 1796 - era il Maestro Venerabile della loggia Marie au Tempie de la Concorde, all'obbedienza della Gran Loggia Nazionale de' Regni delle due Sicilie, Lo Zelo.

101. Michele Benedetto Gaetano Amari (Palermo, 7 luglio 1806-Firenze, 16 luglio 1889)  stato uno storico, politico e arabista italiano, ministro della  Pubblica Istruzione del Regno d'Italia. Considerato il fondatore della moderna organizzazione degli studi orientali in
Italia, fu studioso della Sicilia musulmana e dei Vespri siciliani, e autore di varie opere letterarie di rilevanza internazionale.
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VERSI INCANTATI E PAGINE ESOTERICHE.
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Son io l'eterna, nell'eterna forma
dell'accanita giovinezza bella [...]
Sono venuta all'ombra delle cose
con il pallor di mia bianca vanezza [... ]
NELLA DORIA CAMBON
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Nei salotti culturali di tutta Italia non si parlava d'altro se
non di spiritismo e di colloqui con l'aldil, degli apporti di
materia e delle parole sussurrate nella penombra magica delle
sedute medianiche. Poeti e scrittori si affollavano intorno ai
tavolini, uniti nell'evocare l'uno o l'altro dei loro predecessori,
artisti scomparsi da tempo ma in grado di materializzarsi dietro
sollecitazione delle medium. Non aveva neppure compiuto
25 anni il giovane poeta Luigi, fervente patriota e combattente
garibaldino, quando a Firenze incontr la donna eterea, la
musa che parlava con i defunti. Luigi Capuana era partito da
Mineo per un lungo percorso che lo aveva portato a Catania a
frequentare la facolt di Giurisprudenza per arruolarsi e combattere
tra i volontari della spedizione del generale Garibaldi:
era forte la sua scelta e la sua adesione al movimento, motivata
dalle notizie della strage di Perugia dove le truppe papaline e
i mercenari svizzeri al soldo di Pio nono avevano compiuto ogni
sorta di violenza, non risparmiando neppure le bambine e gli
stranieri che in quel momento si trovavano in citt(102). L'incontro
fiorentino con la medium Beppina Poggi aveva incentivato
nel giovane scrittore, reduce dalla pubblicazione della leggenda
drammatica in tre canti Garibaldi, l'interesse per lo spiritismo
e il mondo dell'occultismo. La giovane medium era diventata
il tramite per la conoscenza di un mondo incantato, avvolto
dal mistero: cos curioso e articolato, ricco di novit e fonte di
spunti letterari, doveva diventare il filo conduttore della sua
produzione poetica. Luigi Capuana era girovago: i suoi viaggi
non erano solo fisici, passando tra Firenze, Milano, Roma e
poi Catania. Gli itinerari erano spirituali e compiuti sulle ali
del fantastico. Sperimentava in maniera eccelsa l'uso dell'apparecchio fotografico, immortalando la sua Beppina Poggi durante una dominazione spiritica una sera di sabato 27 agosto
1864. Sar al suo fianco, nel seguirne gli esperimenti medianici
e magnetici, la giovane poetessa Adelaide Capuana Bernardini(103), che firmer le proprie composizioni e gli scritti letterari
con un nom de plume che ne incarnava l'animo e la sensibilit.
Chimera. Sar lei, pi giovane di 33 anni, a collaborare e sostenere
lo scrittore nei suoi viaggi fantastici, nelle sue visioni e nei
suoi costanti contatti con l'aldil. Si erano sposati a Catania,
dove Luigi Capuana teneva la cattedra di Lessicografia e Stilistica
nell'ateneo cittadino: a far da testimone l'amico e collega,
suo allievo d'ambito fotografico, Giovanni Verga.
La casa di Mineo, dove vissero e dove videro la luce pagine
poetiche e letterarie eccelse, risuona ancora dei passi della
coppia, del lieve rumore della penna sui fogli.  ora un museo,
ma pi d'ogni altra cosa  il luogo vivo dei ricordi, tra quadri e
fotografie, tra immagini di un tempo passato filtrato dall'ingegno
di Capuana. Nelle stanze vibrano i versi della sua compagna,
le parole tracciate in giovent quando a Roma tent, dopo
una delusione d'amore, di abbandonarsi al sonno eterno.
Nel foglietto, deposto sul comodino dalle mani che avevano
versato una grande quantit di oppio nel bicchiere, Chimera
aveva scritto con grafia ferma una frase, dei versi che saranno
la chiave per aprire il cuore di Luigi Capuana.
Chi dice vile il suicida insulta il martire tra i martiri. Mando
i miei ultimi palpiti, i miei ultimi baci a chi mi spinge nel
baratro dell'oblio.
Non era il tempo degli addii: Chimera sopravvisse, dedicandosi
con successo alla prosa e alla poesia, musa e consigliera
delle scorribande del marito nel mondo degli spiriti.
Tra le stanze di Mineo ci sono oggi altre anime che vegliano
sulle antiche carte e sulle raccolte dei due poeti: il fantasma di
Beppina Poggi, la medium cos cara al Capuana, aleggia benevolo
e occhieggia nel suo ritratto. Pare vederla ancora, con il
braccio poggiato su una colonna, mentre dialoga con l'aldil
rispondendo alle domande del suo fotografo e poeta.
...
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Note.
102. Le stragi di Perugia hanno inizio il 20 giugno 1859 a opera delle truppe pontificie. Le truppe dei reggimenti svizzeri inviate da papa Pio nono attaccarono  i cittadini che si erano ribellati al dominio dello Stato della Chiesa, procedendo all'occupazione della citt, al saccheggio e al massacro di civili. Ne parler ampiamente la stampa internazionale; cos scriveva il corrispondente del New York Times: Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volont in tutte le case, commettendo omicidi
scioccanti e altre barbarit sugli ospiti indifesi, uomini donne e bambini (The Massacre at Perugia - The outrage to Mr. Perkins and his Party, New York Times, 25 giugno 1859).

103. Adelaide Capuana Bernardini, nota anche con lo pseudonimo di Chimera, nasce a Narni il 21 maggio del 1872.  stata scrittrice, poetessa e  drammaturga nonch autrice di testi di critica letteraria. Ha tradotto in italiano diverse opere teatrali in dialetto siciliano del marito Luigi Capuana. In seguito alla morte dello scrittore   stata curatrice delle sue opere.  morta a Mineo, nella casa della famiglia Capuana, il 2 novembre 1944.
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SARDEGNA.
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OGNI LIBRO HA UN SUO PERCH.
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L'immaginazione non  uno stato mentale:  l'esistenza umana stessa.
WILLIAM BLAKE.
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Un salto nel tempo, un immergersi in una citt assolata. Era
la Cagliari degli anni Cinquanta che portava ancora forti i segni
delle distruzioni causate dai bombardamenti alleati, con i
suoi drammi ma soprattutto con la voglia di iniziare delle vite
nuove e nuove avventure. Le tre sorelle Sanna, Anna, Dorotea
e Mercede, erano tra le tante figlie di una guerra che aveva
lasciato nei cuori delle ferite profonde, lacerazioni che derivavano
non solo dalla perdita delle proprie abitazioni e degli
affetti materiali e spirituali: erano voragini colme di tristezze
e di quesiti destinati a rimanere irrisolti. Cos la citt solare
era divenuta in quei giorni anche un luogo popolato di ombre,
dalle anime di chi aveva trovato la morte tra le macerie, sotto il
ferro e il fuoco degli spezzonamenti. La casa di famiglia, dove
le sorelle erano nate, era stata distrutta come altri immobili
che guardavano il Bastione cagliaritano: nulla era rimasto dei
ricordi e degli affetti se non il sapore amaro della perdita di
un frammento di vita. Fotografie, cimeli, libri e mobili erano
stati spazzati via cancellando la materialit degli affetti. Erano
da poco trascorse le 15,30 del 26 febbraio 1943 quando una
ventina di B14 statunitensi sganci sulla citt un carico di circa
500 tonnellate di bombe, colpendo tra l'altro lo stesso Bastione
e numerosi edifici limitrofi. Erano i drammi che forgiavano
gli animi e le personalit, capaci di riprendere la trama di un
vivere con nuove prospettive. Ci che non era stato cancellato
dalla guerra, nei cuori di quelle tre sorelle, era la loro forte coesione, la complicit e una particolare propensione a sentire e percepire oltre i normali sensi. Scherzavano fin da piccole, guidate
dalla sorella maggiore Mercede nata nel 1887, sulle voci
e i sussurri che sentivano nella casa che le aveva viste nascere:
dalla madre, Rita, avevano imparato a convivere e non temere
quello che di invisibile animava l'antica abitazione situata
nel centro cittadino, in quella piazza Martiri che si affacciava
sull'imponente baluardo dedicato al vicer di Saint Remy(104). La
madre, donna energica e loquace, raccontava spesso - davanti
alla curiosit mostrata dalle figlie per gli eventi particolari che
avevano come teatro le mura domestiche - di una lontana parente
vissuta tra il Piemonte e la Savoia, una donna dotata di
virt magiche e con la capacit di parlare con gli spiriti. Quelle
parole e i racconti sembravano, agli occhi delle giovani figlie,
frutto di una certa fantasia materna vista l'abilit della genitrice
di ammaliare con le parole e riempire di fronzoli anche le
vicende pi normali. Restava invero il fatto che tra le mura domestiche,
oltre la suggestione, accadevano eventi inspiegabili seppure sempre legati a un filo di bont e buonumore.
Rita, oltre all'abilit linguistica coltivata tra letture di poesie
e romanzi, era una sarta affermata con una clientela varia e
articolata: per gusto e finezza nei lavori aveva un certo seguito
tra gli stranieri che avevano fatto di Cagliari la loro residenza.
Amava ricordare quando in giovent aveva conosciuto
un giovane pastore protestante originario di Trieste: Pietro
Arbanasich, cos si chiamava il religioso giunto in citt nel
1855, inviato in missione da Roma per aiutare e sostituire il
referente battista Angelo Cossu. Aveva l'Isola nel cuore anche
per via del matrimonio con la maestra cagliaritana Giuseppina
Lippi, che con lui divideva passioni e fede religiosa. Il triestino
aveva un fascino indiscutibile, frutto di un trascorso di
vita ardimentoso e movimentato. Si era rivolto a Rita Sanna
per realizzare alcune camicie e, nel corso delle misurazioni e
delle prove, tra la famiglia Arbanasich e la giovane sarta si era
instaurato un rapporto di amicizia e confidenza. Raccont
del suo passato prima come soldato nel i Reggimento di Granatieri
di Milano e in seguito, mosso da patriottismo ed eroismo,
come volontario tra le fila dei garibaldini. Al comando
dell'Eroe dei Due Mondi aveva partecipato nel 1866 alla battaglia
della Bezzecca e l'anno successivo a Mentana dove, nel
corso dei furiosi combattimenti, venne ferito e costretto ad
abbandonare il fronte. Si era cos avvicinato, nutrendo una
profonda fede calvinista(105), al protestantesimo sotto la guida
del pastore George Broadman Taylor: il suo percorso l'aveva
portato ad accostarsi allo spiritismo negli anni in cui il fenomeno
prendeva sempre pi piede soprattutto tra le menti
liberali e votate al libero pensiero. Erano state numerose le
sedute alle quali aveva preso parte, interessandosi e appassionandosi
a un mondo popolato da esseri impalpabili, da
quelle forme cos contrastate dall'ortodossia della Chiesa di
Roma. Sensibile all'ultraterreno e dotato di grande acume,
aveva riconosciuto nella giovane sarta le caratteristiche che
rendevano alcune persone speciali: medium, cos venivano
chiamate. Per la giovane sarda era una parola gi nota, conosciuta
attraverso alcuni libri che le erano capitati tra le mani,
divorati per interesse culturale e filosofico. Complice di quelle
letture era un commerciante cagliaritano, proprietario di
una tra le note case cittadine che commerciavano in tessuti:
Ettore Vassallo, con attivit nel corso Vittorio Emanuele,
era personaggio di spicco nella vita cittadina, noto per le sue
posizioni liberali e l'impegno civile. Appassionato esoterista,
scorgendo in Rita Sanna l'interesse per la spiritualit, il Vassallo
aveva contribuito con il prestito di alcune letture a irrorare
di linfa culturale la mente della giovane sarta. Nella citt
di fine Ottocento all'oltranzismo religioso si contrapponeva,
a volte con sprazzi goliardici, quella compagine della Libera
Muratoria in grado di richiamare al suo interno pensatori,
artisti e commercianti, esponenti di un mondo nuovo che
avanzava. Tra scomuniche e anatemi, processioni riparatorie
e orazioni, i massoni cagliaritani - al pari dei loro confratelli
della Penisola - venivano additati come adoratori di Satana
in persona, arrostitori di bambini e causa di tutti i mali che
affliggevano il mondo. Denigrati e vituperati, obiettivo degli
strali arcivescovili, i Figli della Vedova - cos anche si appellavano - venivano altres corteggiati nel corso delle raccolte
benefiche per questa o quella istituzione religiosa. Ed Ettore
Vassallo, tra impegni di lavoro e di loggia, non era da meno
nel partecipare con altri confratelli a qualunque forma di aiuto
verso gli svantaggiati.
Elisabetta Sirani rivide, come una sequenza fotografica, le
immagini di quella giovane ragazza, della sarta cagliaritana
che inconsciamente aveva lasciato in eredit alle tre figlie il
dono del contatto. Del colloquio con l'aldil.
La incontr nell'abitazione che aveva preso il posto della casa
andata distrutta, un luogo particolare nel quale pareva che le
doti, avute nell'eredit spirituale materna, si fossero accentuate.
D'altra parte la palazzina di via Bottego si trovava a pochi passi
dall'antico camposanto cittadino, un luogo che fin dall'antichit
era riconosciuto come attrattore di energie positive. Non un
luogo di morte, come comunemente poteva apparire, ma una
porta di comunicazione verso altri mondi e altre dimensioni.
La pittrice bolognese si present davanti alle tre sorelle attratta
dalla loro vivacit spirituale, chiamata inconsciamente a testimoniare avvenimenti del passato, fatti che ancora si riverberavano nella vita di Anna, Mercede e Dorotea.
Loro, con la stessa ironia materna, scherzavano spesso paragonando
l'attivit sartoriale che esercitavano a quella di tre
moderne parche: Mercede, la pi anziana, era Lachesi ovvero
colei che filava e cantava il passato; Dorotea, la giovane tra le
sorelle, era Cloto, intenta a filare e cantare il presente. Anna
cantava il futuro in attesa di reciderlo.
Era stato il pastore protestante Pietro Arbanasich, raccont
Mercede Sanna, seduta insieme alle due sorelle nella sala
della casa di via Bottego, a narrare a nostra madre di una visione netta e forte che lo inseguiva da tempo: sognava tre ragazze capaci di dialogare con l'aldil che sarebbero state chiamate a riappacificare l'anima di una giovane straniera morta in questa citt. Per nei suoi racconti i contorni erano cos sfumati e cos poche le informazioni necessarie per risalire all'identit
della donna: solo qualche sprazzo di immagine poteva ricondurre alla
citt di Londra, luogo forse dal quale era partita la ragazza. L'iniziale ricerca di nostra madre, che insieme all'Arbanasich e sua moglie avevano composto una catena d'unione per evocare lo spirito che chiedeva aiuto, si era rivelata infruttuosa e priva di qualsiasi risultato. L'unico elemento che poteva in qualche maniera essere l'anello di congiunzione tra loro e l'anima della donna pareva essere riposto in noi, nelle figlie che dovevano ancora nascere.
Quante volte Elisabetta aveva incontrato anime in cerca di
conforto, spiriti che chiedevano ai viventi un gesto o un atto
riparatorio, una riappacificazione con il mondo nel quale
avevano vissuto. Anche in questo caso si era trovata davanti
la richiesta di un'ombra di una trapassata, una entit che con
la sua disperazione poteva apparire tanto tormentata quanto
terribile: cos a volte si era manifestata, e il suo appello completamente frainteso e catalogato come espressione del male e
dell'oscurit.
Quando Pietro Arbanasich and via da Cagliari, intervenne
Dorotea, per prendere servizio di apostolato nella citt di Firenze nel 1903, noi eravamo poco pi che adolescenti: per qualche tempo lo frequentammo, incuriosite dal suo carisma e dalla sua sensibilit. Lui stesso pareva trarre ulteriore energia dalla nostra presenza e in maniera molto bonaria e affettuosa ci definiva come le sue maghe e streghette.
Partendo dalla citt dove aveva esercitato la sua opera pastorale,
suscitando non pochi malumori nella classe ecclesiastica, lasci un
vuoto enorme: ci non solamente per quelle dotte conferenze da lui
tenute nel minuscolo spazio che aveva ricavato nel corso Vittorio
Emanuele ma, cosa per noi pi sentita, il suo guidarci in un percorso
ignoto. Quello dello spiritismo.
Erano ricordi di anni addietro, immagini che dalla voce delle
tre donne avevano comunque tutto il sentimento di un vissuto
quasi recente. Da un cassetto del grande com della sala Anna
prese una scatola e, dopo averla messa in bella vista sul tavolo,
inizi a parlare snodando delicatamente e con lentezza il nastro
rosso che l'avvolgeva.
Lasciando Cagliari per Firenze, sottoline Anna Sanna,
Pietro sapeva in cuor suo di non rivedere pi questi luoghi.
Era anche consapevole che da quel momento la ricerca dello
spirito della ragazza straniera sarebbe passato in nostre mani.
Consegn, nel giorno della partenza, un involucro tra le mani
di nostra madre, ci che lui considerava il suggello e il simbolo
di un rapporto che non si sarebbe mai interrotto neppure oltre
questa vita.
Le mani ferme di Anna, abituate a cucire e rammendare,
a creare pezzi unici con stoffe delicate, presero un sacchetto
dalla scatola e, dopo aver sciolto il nodo che lo teneva chiuso
ed estratto il contenuto, dispose sul tavolo due gemelli. Erano
quattro piccole semisfere in argento, lavorate con accuratezza
da mani artigiane, due fermapolsi per camicie.
Semplici oggetti di uso quotidiano agli occhi della gente,
continu con la memoria la pi anziana delle sorelle Sanna,
che per noi avevano invece un valore simbolico di grande rilevanza.
Erano il legame che ci univa a quell'uomo, a quella mente eccelsa che
guidava un corpo da combattente. Era rimasto garibaldino nel profondo
del suo cuore, abbracciando come altri patrioti lo spirito della
Massoneria. Rest legato a Cagliari fino al termine dei propri giorni.
La notizia del suo passaggio a un'altra vita arriv in citt per tramite di un suo amico e conoscente, di quel Luigi Ronchetti che svolgeva, con passione e gioia, il mestiere di commerciante di tessuti e lanerie.
Persona squisita e amabile, integerrimo nella vita pubblica e privata, era originario di Torino e in citt aveva impiantato una fiorente attivit, uno dei punti di riferimento per gli artigiani della moda. Fu lui, con aria mesta, a informarci della scomparsa di Arbanasich, deceduto a Firenze appena due anni dopo aver lasciato l'Isola.
Elisabetta Sirani osserv con attenzione e curiosit quei
due oggetti in argento minimamente scalfiti nella loro energia
dalla patina del tempo che li aveva resi ancora pi suggestivi.
Li immagin ai polsi del veterano garibaldino e, prendendoli
tra le mani, avvert un'onda di ricordi del loro antico
proprietario. Lo vide in piedi, come oratore nella loggia cittadina
della Karales, cos come ne pot ammirare il coraggio
nell'assalto del 21 luglio del 1866 alla conquista del borgo di
Bezzecca. Le ferite riportate avevano reso ancora pi indomito
quell'uomo, capace di sfidare un sistema clericale ben radicato
nel territorio italiano. Era stato preso a sassate durante
qualche sua predicazione e ci l'aveva reso maggiormente determinato
nel portare avanti la sua personale battaglia per la
libert di credo, fede religiosa e politica. Diceva di esser ben
consigliato dagli spiriti degli avi: in questo si sentiva molto
mazziniano, ritenendo che nella piramide delle vite da noi
percorse vi fosse sempre un'anima al fianco, un consigliere
benevolo da ascoltare.
Con il passare del tempo le sorelle Sanna, pur non mettendo
in disparte l'interesse per lo spiritismo, decisero, per via delle
vicende terrene e materiali, di sospendere la ricerca sulla quale
si era incentrato l'interesse della madre e del loro conoscente
Pietro Arbanasich.
Quando, nel dopoguerra ci trasferimmo nel quartiere di
Bonaria, in via Bottego, prosegu nel racconto Anna,
ci avvolse una sensazione unica. Era come se questo luogo ci spingesse a compiere un qualcosa e allo stesso tempo evocasse la nostra  attenzione sul vicino camposanto. Avevano fatto nuovamente capolino le voci e i sussurri notturni, dopo anni nei quali c'era solo la percezione lontana di non essere sole: passi leggeri si udivano di notte accompagnati da voci tenui, soffi di vento e movimenti tra le tende. Eravamo abituate al contatto con l'aldil ma sembrava che questa casa fosse una sorta di condensatore pi potente di energie sottili, benevole sicuramente e delicate nel far sentire la loro presenza. Nulla di preoccupante ai nostri occhi se, il 23 dicembre dello scorso anno, i fenomeni non avessero acquisito maggiore forza: quella sera sulla citt soffiava un vento freddo di maestrale e cadeva una leggera pioggia; ascoltavamo come era nostra abitudine la radio, la stessa che vedi alla tua destra vicino al muro.
C'era del lavoro da terminare e da consegnare l'indomani mattina presto; cos concentrate e assorbite dal cucito e dalla musica quasi non ci si accorse dell'improvviso cambio di stazione. Le note di una canzone avevano lasciato spazio ad una frequenza straniera, forse una stazione londinese, che tra qualche fruscio e disturbo ripeteva una frase... nulla di strano all'apparenza visto che spesso c'erano delle interferenze di altri canali.
Ma ci che ci parve strano, dopo aver prestato orecchio alle parole era il continuo ripetersi delle stesse, come se la puntina di un grammofono si fosse inceppata sulla stessa traccia... If the doors o fperception  were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite... If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite... era sempre la stessa frase, che suon come un richiamo, un avvertimento. Di colpo la radio si spense, cos come le luci della stanza
iniziarono a tremolare fino a lasciarci quasi in penombra. Fu in quel
momento che Mercede, pi ferrata di noi nell'inglese, parl traducendo con voce tremolante la cantilena inglese... Se le porte della percezione fossero purificate tutto apparirebbe all'uomo come in effetti . Infin...Non aveva neppure finito di pronunciare l'ultima parola che dalla libreria cadde pesantemente per terra un volume. Mi alzai istintivamente per raccoglierlo, senza chiedermi neppure cosa o chi l'avesse spinto verso il basso: l'atmosfera della stanza era diventata all'improvviso cos carica di energia che un qualsiasi suono, un movimento o un passo riverberavano tra le pareti come una eco. Quando presi tra le mani il volume e lo poggiai tra le stoffe in lavorazione, Dorotea ne riconobbe subito la provenienza. Era uno di quei testi arrivati in dono da Pietro Arbanasich, una raccolta di poesie alle quali - come ci aveva pi volte raccontato - era particolarmente affezionato, per valore simbolico e l'elevazione spirituale dell'autore. Durante l'infanzia nessuna di noi era
mai andata oltre le prime pagine, incapaci di comprendere il testo in
inglese dell'autore. William Blake(106). Il suo nome era indissolubilmente legato alla spiritualit, ad un mondo angelico e all'ultraterreno.
Il libro, rilegato con una copertina rosso porpora, portava
stampigliato in caratteri dorati il nome dell'autore: era un volume
cos gradevole da tener tra le mani, con le sue pagine che
profumavano di un delicato aroma di rosa. Fu proprio questo
fiore, essiccato tra la carta, a guidarle come un segnalibro volutamente posizionato, nel passo tratto da Il matrimonio tra
Cielo e Inferno composto tra il 1790 e il 1793.
Continu Anna:
Mercede inizi a leggere, traducendo quel brano con una voce lenta
e cos musicale da creare nella stanza un riverbero magico: pareva di
sentire l'eco del poeta e mistico quando nella penombra della stanza si materializz una sagoma delicata, dai contorni luminescenti. In altri momenti quell'apparizione ci avrebbe turbate e spaventate. Era la prima volta che assistevamo a un fenomeno del genere, all'apparizione di un qualcosa di inspiegabile. Nonostante la razionalit cercasse di motivare l'immagine che si era manifestata nessuna spiegazione logica riusciva,
in quel momento, a dare risposta alle mille domande che si affollavano nella nostra mente. Fissa, immobile, l'immagine diafana prese per un attimo un contorno pi netto, delineando il viso ornato da capelli rossi di una giovane. Cos come era apparsa si dissolse lentamente, lasciando nell'aria un inconfondibile profumo di rosa. Eravamo sconcertate, incapaci di parlare e ben consapevoli che l'accaduto non era frutto di una allucinazione. L'immagine era troppo reale, come il libro poggiato sul tavolo e la rosa che segnava il passo poetico.
Nulla di ci che era avvenuto poteva essere casuale cos come
ogni elemento, ogni segnale portava verso un'unica direzione:
pareva che la ricerca intrapresa anni addietro dalla madre delle
tre sorelle dovesse riprendere, sollecitata da una forza ignota
e sorprendente. Cos come era stato inspiegabile il messaggio
contenuto nel libro... altrettanto misterioso era il foglietto che
scivol dall'ultima pagina del volume.
Ci trovammo tra le mani un frammento di carta, precis
Dorotea, un minuscolo foglio sul quale era tracciata, con una calligrafia minuta, una frase... o meglio un insieme di lettere che andavano a comporre un nome. Theresa Rose J. London-Cagliari. Quel biglietto, talmente sottile e profumato da sembrare il petalo di una rosa, ci colp anche perch mai prima di allora lo avevamo notato all'interno del volume.
Sembr una indicazione che, per quanto vaga e confusa, poteva essere
legata alla famosa donna inglese di cui parl il nostro Pietro Arbanasich.
Tutto era talmente irreale da spingerci a pensare che il foglio fosse
stato nascosto dall'apparizione, dallo spirito che aveva manifestato la sua essenza in questa camera. Nel leggere il nome a voce alta la radio si riaccese improvvisamente, senza che nessuna di noi l'avesse sfiorata: la stessa cantilena, identica litania, le stesse parole del brano dell'esoterista inglese Blake.
Quella notte le sorelle Sanna andarono a letto molto tardi,
ancora frastornate dagli avvenimenti che avevano avuto come
teatro la loro casa. Sentivano e percepivano l'ultraterreno fin
da giovani ma nella loro mente non si sarebbe mai affacciata
l'idea di un contatto cos forte con l'aldil. Tutto ci che era
accaduto quella sera era avvolto da un'aura benefica: osservati
da una diversa angolazione tutti i fenomeni potevano essere
catalogati come una infestazione, uno dei casi nei quali la
paura avrebbe preso il sopravvento sconvolgendo la vita dei
testimoni dell'evento. Cos non fu per Anna, Dorotea e Mercede:
durante il breve sonno fecero sogni simili, immagini che
le riportarono all'interno del camposanto cagliaritano. Tra le
lapidi, tra nomi confusi e fotografie sbiadite dal tempo, una
lastra funebre pareva risplendere pi di altre, tanto da apparire
illuminata da un unico raggio biancastro. Al centro del marmo
campeggiava una rosa che, nella sequenza onirica, dischiuse
i petali rossi per appassire e sbocciare ancora in un ripetersi
ciclico e simbolico di vita e morte.
Non fu solo per curiosit. L'indomani mattina ci vestimmo
presto, incuranti delle cose ancora da concludere, del lavoro da
portare a termine. Era, sottoline con i suoi occhi profondi
Anna, un qualcosa di impellente che ci chiamava. Cos come
istintivamente acquistammo tre rose dal fioraio che di solito
disponeva il suo banchetto all'ingresso del cimitero. Per qualche
motivo particolare il venditore, un uomo di mezz'et, volle
sottolineare la giusta scelta tra i tanti fiori, specificando che le
rose acquistate erano di una variet particolare, chiamata Therese.
Coincidenze? Forse troppe per un inizio di giornata che
avrebbe riservato altre sorprese.
Oltrepassarono l'ingresso del camposanto, lasciandosi alle
spalle i colombari che contrassegnavano le mura perimetrali
dell'area di sepoltura: quella mattina sembrava non ci fossero
visitatori o parenti in preghiera e il silenzio, rotto solo dal
canto dei gabbiani, faceva da scenario a una calma placida. Si
diressero, come guidate dall'istinto, verso uno dei quadrati pi
antichi destinati alla sepoltura degli adulti.
Cos, incuranti di ogni altro elemento architettonico, ci trovammo
all'improvviso davanti ad una lapide spezzata in due
frammenti. Era una vecchia sepoltura di cui nessuno ormai si
era preso pi cura. La parte sommitale della lastra, quella che
giaceva per terra, appariva capovolta cos da occultare il nome
del defunto. Fu la curiosit ma soprattutto una voce che suonava
dentro di noi a farci sollevare quel marmo antico.
Impallidirono nel leggere l'epitaffio. Le poche righe riemerse dal tempo.
...
.
...
HERE LIES
THERESA ROSE JEFFERS
LONDRA 24 DICEMBRE 1855
CAGLIARI 24 DICEMBRE 1887
SUB ROSA DICTA VELATA EST.
...
Impallidirono nel leggere il testo, consapevoli di aver trovato
la donna cercata da Arbanasich, il suo sepolcro dimenticato.
Sapevano anche che la scritta in latino aveva un significato ben
profondo, indicando nel gergo esoterico e nascosto un segreto
che andava preservato. Era la stessa scritta tracciata nel libro
del pastore battista, vergata con la sua inconfondibile calligrafia
a fare da incipit nel frontespizio del volume. Sotto la rosa.
Nulla era casuale in quella vicenda. La ragazza era coetanea di
Mercede, nata nello stesso anno: forse anche per questo motivo
aveva scelto le tre sorelle come interlocutrici.
Mentre eravamo cos assorte e immerse nei pensieri, raccont
Dorotea, quasi non ci accorgemmo di una ragazza che, a distanza forse di una decina di metri, ci guardava e sorrideva, in maniera talmente delicata e dolce da spingerci a ricambiare con le mani il suo saluto. Ad un tratto spar dietro una scultura, una statua che campeggiava nell'angolo del quadrato delle sepolture: restammo diversi minuti in attesa di rivederla muoversi dal retro dei marmi. Invano. Ogni cosa divenne allora ben chiara nella nostra mente: non una allucinazione ma lo spirito di quella ragazza era apparso in segno di saluto e di gratitudine. Lasciammo le tre rose sotto la lastra tombale per tornare verso casa, tra mille pensieri e un'infinit di domande. Non ultima quella che riguardava la piccola incisione fatta sotto l'ultima riga dall'epitaffio, un graffito preciso che riproduceva ad arte una coppia di gemelli,intrecciati e avvolti tra foglie di rosa.
Troppe coincidenze e altrettanti interrogativi venivano a
galla in una vicenda che pareva inverosimile: un'apparizione
enigmatica, un libro, una scritta misteriosa, una ragazza londinese
morta a Cagliari all'et di trentadue anni e la presenza costante del simbolismo della rosa.
Continu Dorotea:
Fu il caso a guidarci nell'intricata vicenda, mettendoci sulle tracce
della comunit inglese che aveva messo solide radici nell'Isola; Theresa Jeffers era arrivata in citt al seguito dei famigliari, dopo una serie di contatti avuti con il console britannico William Sanderson Craigh. In citt aveva trovato, tra i connazionali presenti, un clima culturale che ben si adattava ai suoi interessi, legati soprattutto allo spiritismo. Si era impregnata, fin da piccola, delle tematiche che riguardavano l'ultraterreno,
capacitandosi del potere medianico in suo possesso. Cos
aveva avuto l'opportunit di far da tramite con i defunti nel corso di alcune sedute spiritiche che si erano svolte nel quartiere della Marina, nell'abitazione occupata dal console e dalla sua famiglia; improvvisamente arriv la morte mentre programmava il suo matrimonio con un cagliaritano al quale si era legata.
Nei giorni successivi, dopo aver appreso le poche e scarne
notizie sulla vicenda cagliaritana della giovane inglese, le
sorelle Sanna decisero di ritornare nel cimitero: avevano un
obiettivo. Ristrutturare la lastra tombale e dare una decorosa
sistemazione al luogo che ospitava i resti della ragazza.
Eravamo emozionate, e le parole di Anna erano specchio
del sentimento provato in quegli istanti, e allo stesso tempo
felici di poter, in qualche maniera, ricordare una persona che
sembrava ormai dimenticata da tutti. Forse anche dalla persona
amata, da quel ragazzo che l'avrebbe sposata. Arrivammo
molto presto e, dopo aver comprato dei fiori dal solito uomo
appostato all'ingresso del cimitero, con passo veloce ci dirigemmo
verso il quadrato che ospitava la tomba di Theresa Rose.
Rimasero per un attimo interdette quando si misero a cercare
invano la lastra tombale. Erano certe del luogo e del punto
esatto della sepoltura. Non c'erano dubbi. Sembrava invece
che ogni traccia fosse stata cancellata, tanto che l'area dove era
situata la tomba appariva completamente spianata e ripulita.
Incredule, pensando che nei giorni precedenti gli addetti del
cimitero avessero esumato tutte le salme, si recarono nel minuscolo
stanzino che serviva da ufficio e stanza del custode.
Quando gli chiesero informazioni, cercando di specificare il
luogo esatto e il nome della defunta, il custode rest per un
attimo interdetto. Dopo una pausa che parve eterna decise di
accompagnarle nel quadrato cimiteriale per capire meglio i
dettagli di qualcosa che sfuggiva alla sua memoria.
Ritornammo sui nostri passi, e il racconto era divenuto
coro a tre voci, con lentezza, seguite dal custode che zoppicava vistosamente: il nostro cuore era in subbuglio, incapace di trovare una spiegazione per quanto stava accadendo. Finalmente, dopo un itinerario che ci sembr lunghissimo e senza fine, si arriv nel quadrato degli adulti. Le parole del custode ci raggelarono. Ormai da un decennio tutte le sepolture sono state esumate. I resti sono conservati nell'ossario mentre le lapidi, quelle integre erano state disposte lungo le scalinate. Ci che era deteriorato  stato scartato e forse buttato... Ma vi assicuro che qui, da quando ho preso servizio, non c'era nessuna lastra tombale di alcun inglese.... And via quasi risentito, forse per il disturbo che gli era stato arrecato mentre sfogliava con interesse alcune riviste. Eravamo talmente frastornate e disorientate che non ci rendemmo conto di un
particolare prima sfuggito ai nostri occhi. Cercavamo una lapide ma,
a ben guardare, nel punto dove la prima volta avevamo individuato la
sepoltura, era cresciuto un piccolo cespuglio d'un verde intenso. Attir la nostra attenzione, tanto da spingerci a guardare al suo interno.
Tre rose rosse, appena sbocciate, custodite e protette da quel piccolo baluardo verde. Ci venne in mente una frase... Sub Rosa. Sotto la Rosa stava un'anima pura. Venne nuovamente a salutarci e questa volta il suo arrivo sembr un volerci ringraziare: avevamo riportato alla memoria una storia, un'esistenza che pareva dimenticata.
Elisabetta la vide, la osserv mentre si muoveva serena e
leggiadra, con un'andatura che ricordava dei passi di danza.
Danzava finalmente libera, libera nel ricordo di chi ne aveva
rinverdito il ricordo. In fondo erano state le pagine di un libro,
un poeta mistico, tre donne magiche e un religioso battista a
comporre quell'unione spirituale che aveva dato le ali a uno
spirito imbrigliato nell'oblio.
Elisabetta Sirani mantenne una promessa fatta a Dorotea,
Anna e Mercede Sanna. Le accompagn delicatamente quando
lasciarono questa terra, leggiadre anche loro, leggere come
la seta che per anni avevano lavorato e confezionato: in fondo
erano state Parche a se stesse. Cloto, Lachesi e Atropo, benefiche
e dispensatrici di purezza.
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Note.
104. Il Bastione di Saint Remy prende il nome dal primo vicer piemontese. Filippo-Guglielmo Pallavicini, il barone di Saint Remy. Venne edificato alla fine dell'800, per collegare tra loro i tre bastioni meridionali della Zecca, di Santa Caterina e dello Sperone, unendo cos il quartiere di Castello con quelli sottostanti di Villanova e Marina.

105. Giovanni Calvino, italianizzazione di Jehan Cauvin (Noyon, 10 luglio 1509-Ginevra, 27 maggio 1564),  stato un umanista e teologo francese. Calvino  stato, con Lutero, il massimo riformatore religioso del cristianesimo protestante europeo degli anni venti e
trenta del Cinquecento. Dal suo nome  stato coniato il termine calvinismo per indicare il movimento e la tradizione teologica e culturale scaturiti dal suo 

106. William Blake (Londra, 28 novembre 1757-Londra, 12 agosto 1827)  stato un poeta, pittore e incisore inglese. Artista dotato di grandissimo talento,  stato l'ideatore di una tecnica innovativa per la realizzazione di opere di sorprendente forza di immaginazione,
per le quali  ricordata la sua grande capacit di trasferire nel mondo reale le sue visioni spirituali.
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IL CONGIURATO FRANCESE.

Ci che voi siete noi eravamo.
Ci che noi siamo voi sarete.
Danza macabra.
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La sua presenza, per quanto eterea e impalpabile, non era
passata inosservata: da diverso tempo oramai la sagoma di
un giovane vestito in abiti militari, con una divisa novecentesca.
percorreva di notte le strade del quartiere della Marina,
nel reticolo di strade che si affacciavano davanti al porto
cagliaritano. Le pi sagge e argute tra le residenti avevano
catalogato quell'apparizione nel novero delle anime in cerca
di pace e di riabilitazione, mentre c'era chi - per scaramanzia
o timore spropositato - tendeva a evitare il transito notturno
nel quadrilatero compreso tra via di Sant'Eulalia, via Cavour,
via dei Mille e via Sardegna, le antiche contrade Gesus, Saline,
Sant'Eulalia e San Francesco. Quell'anima irrequieta sostava,
con lamenti e pianti, davanti a una casa situata proprio nella
via Cavour, luogo che doveva - secondo gli abitanti - aver
avuto un qualche ruolo nella vicenda terrena di quell'anima. I
pochi, a dire il vero, che lo avevano visto da vicino lo descrivevano
come un giovane di bell'aspetto, alto e ben piantato, con
baffi tipici dei militari d'altri tempi: c'erano anche gli scettici
che, pur avendolo notato, attribuivano quella apparizione a un
semplice gioco delle ombre, una illusione ottica. Eppure cos
reali erano sia la sua voce che i suoi lamenti, il suo procedere
lento e misurato quasi fosse tenuto da ceppi o corde per prigionieri.
Non fu difficile per Elisabetta, in quel percorrere a
ritroso i tempi, incontrare quello spirito di cui ancora ai nostri
tempi si parlava spesso, un fantasma torturato da rimorsi
antichi e da vecchi avvenimenti. Lo vide all'angolo della salita
che conduce verso la chiesa di Sant'Eulalia, la parrocchiale del
quartiere, notandolo per il suo fare circospetto e titubante nel
muoversi tra le vie. Temeva forse pi lui un contatto con i viventi
che loro nel vedere la sua anima in pena.
Rispondeva perfettamente alla descrizione che la gente ne
faceva: alto e slanciato, reso ancora pi prestante dalla divisa
che indossava ancora. Perch le anime dei defunti - ed Elisabetta
Sirani ben conosceva l'usanza dei fantasmi di indossare
e manifestarsi con gli abiti migliori, forse gli ultimi indumenti
indossati in vita - avevano cura del loro aspetto per una sorta
di attaccamento al loro passato, alla vita terrena che avevano
lasciato. Nel riconoscere un'anima pura il fantasma accenn a
un saluto militare, che subito mut in un signorile baciamano:
le apparve felice di quell'incontro, forse l'unico contatto con il
mondo delle anime da quando era passato a miglior vita. Erano
trascorsi pi di duecento anni, 229 inverni per l'esattezza,
dal giorno in cui si era trovato invischiato suo malgrado negli
avvenimenti di una battaglia combattuta tra la Francia repubblicana
e la monarchia sabauda, in quell'insieme di schermaglie
militari che ebbero come teatro l'Isola di Sardegna. Ma la
morte di quel sottufficiale non era avvenuta per mano nemica
bens era stata conseguenza di un clima repressivo e di sospetti
nati all'indomani dell'attacco francese nel sud della Sardegna.
Il 16 febbraio 1793 Cagliari viene posta sotto assedio dalla
flotta francese comandata dal contrammiraglio Jean-Franois
Laurent Truguet che ha il preciso ordine di invadere la Sardegna
e liberarla - secondo il volere del Direttorio - dall'ingerenza
sabauda: l'Isola rappresentava, per tradizione millenaria,
uno dei punti nodali nei commerci mediterranei e la politica
economica del nuovo regime francese puntava sul suo possesso
per aumentare il suo prestigio a livello internazionale. Nelle
settimane precedenti l'attacco, Cagliari era stata tappezzata di
manifesti che inneggiavano all'avvento della Repubblica francese,
incoraggiando i cittadini a prendere le armi contro l'oppressione
piemontese. In questo clima di tensione si agitava
l'ombra del vicer Vincenzo Balbiano(107), militare di carriera
la cui fama era gi tristemente nota nell'Isola per la dura repressione
che aveva attuato nel giugno del 1780 a Sassari. Qui
la popolazione, dopo essere insorta e aver cacciato dalla citt
il marchese Claudio Alli di Maccarani, era stata oggetto della
reazione militare del Balbiano, con fucilazioni sommarie e
dure pene inflitte ai sospettati di congiura. Sin dall'inizio della
sua reggenza, nel 1790, il Balbiano aveva manifestato tutta
la propria ostilit nei confronti delle idee liberali e giacobine,
attivando una rete di delatori e informatori in grado di monitorare
ogni forma di libero pensiero. Dal 1792 inizia una fitta
corrispondenza con Torino per informare la Corte del dilagante
malumore nei confronti dei regnanti; l'anno successivo
emana un pregone contro il proselitismo francese nell'isola
insospettito, tra l'altro, dalla presenza di una folta comunit
francese in citt.
Sospettoso e poco propenso al dialogo, il Balbiano inizia la
sua opera di epurazione, allontanando da Cagliari il console
francese Guys e il connazionale Gigon, commerciante oramai
ben radicato in citt: tra i numerosi personaggi pubblici che
vengono tratti in arresto e gettati nelle carceri di San Pancrazio
e del castello di San Michele figura un nome notissimo in citt.
 quello del docente universitario Luigi Liberti, cattedratico di
Diritto nell'ateneo cittadino accusato di intelligenza col nemico.
 uno dei tanti nomi che figurano nella lunga lista dei
sospettati di connivenza con il nemico: andranno a far parte
dell'elenco semplici cittadini le cui origini, savoiarde o francesi,
rappresentavano gi un sinonimo di sovversione. Sulla scia
dell'attivit repressiva del Balbiano si muove un'azione parallela
condotta da uomini legati al giacobinismo e al libero pensiero.
Sar Giovanni Maria Angioy, nella sua funzione di Giudice
della Real Udienza, a far scarcerare Liberti, mentre poco
potr fare nei confronti di altri sospettati di congiura. Non
serviranno le sue pressioni per reintegrare l'ex gesuita Francesco
Carboni, prefetto delle Scuole di Santa Teresa(108) e docente
di Eloquenza latina presso la Facolt di Arti dell'Universit di
Cagliari, accusato di essere seguace delle novit francesi. Viene
allontanato dall'insegnamento accusato di essere portatore
di un illuminismo religioso e autore di alcune pubblicazioni a
carattere giacobino. Il clima costante di sospetto trova terreno
fertile nel carattere del Balbiano, definito da alcuni molle
ma sempre ben disposto a usare la forza e la repressione nei
confronti degli oppositori: ne far le spese anche il muratore
cagliaritano Michele Loi Ceddu che verr rinchiuso nelle carceri
senza aver la possibilit di difendersi. L'accusa era sempre
identica: propaganda filo-francese e attivit sovversiva nei
confronti della casa regnante.
Fu solamente una tempesta che interess il golfo di Cagliari
tra il 16 e il 17 febbraio del 1793 ad allontanare l'idea di una
Sardegna isola di Francia? I bombardamenti della flotta comandata
da Truguet non ebbero sicuramente l'effetto sperato,
cos come era fallito lo sbarco delle truppe repubblicane sulla
spiaggia di Quartu Sant'Elena: il fortunale che interess il golfo
costrinse la flotta repubblicana ad abbandonare il campo di
battaglia con numerose vittime e la perdita di imbarcazioni da
guerra. Mentre l'ammiraglio francese disponeva la sua armata
in ordine di battaglia, nelle stesse ore nel quartiere della Marina
si consumava una caccia all'uomo generata da sospetti e
da piccole vendette personali. Messi in allarme da un drappo
rosso innalzato sul terrazzo di un'abitazione di contrada Gesus,
avvistato dal cannoniere del porto Michele Amedeo, i miliziani
al comando di don Girolamo Pitzolo e del marchese di
Neoneli iniziarono un'azione di rastrellamento ritenendo che
la bandiera fosse un segnale convenzionale e di comunicazione
con il nemico. La posta in gioco era alta e non riguardava
solo la difesa della citt: il vicer Balbiano aveva promesso una
ricompensa di 500 scudi per ogni persona sospettata di collaborazionismo
con i francesi. Poco prima del mezzogiorno,
sollecitati da alcuni informatori, i gendarmi fecero irruzione
nell'abitazione di Gian Battista e Antonio Gastaldi, due stimati
commercianti di origini liguri che nei giorni precedenti
avevano ospitato nella propria casa un francese. Si trattava di
un amico di famiglia, Antoine Lucien Jordan, la cui origine
parigina era gi certezza di reato. Cos come i due fratelli, la
cui casa di contrada Gesus poteva corrispondere al luogo ove
era stata issata la bandiera rosso porpora. Vennero catturati
e gettati nelle segrete di San Pancrazio, senza peraltro aver
la possibilit di discolparsi: le loro tiepide idee giacobine, le
relazioni d'amicizia e di lavoro con numerosi francesi erano
prova certa della loro colpevolezza. Nonostante l'accurata perquisizione
non venne trovata traccia della bandiera issata sulla
casa e furono in seguito molti a dubitare della reale esistenza
del segnale, forse frutto di un abbaglio o dell'eccessivo zelo del
cannoniere al porto.
La ritirata della flotta francese che temporaneamente manteneva
il controllo sulle isole di Sant'Antioco e San Pietro non
serv a stemperare gli animi, aumentando anzi il sentimento
francofobo e incentivando una caccia al presunto filogallico.
Il reggimento Schmidt nel quale avevo preso servizio, narr
quello spirito a Elisabetta Sirani, dopo aver raccontato gli
avvenimenti tristi dei giorni del 1793,
era arrivato in Sardegna nel giusto l'anno precedente a questi fatti:
inviati da casa Savoia su precisa richiesta del vicer Balbiano. Molti di noi provenivano dai cantoni svizzeri di Glarona e Appenzello e parlavano indistintamente il francese o il tedesco. Le mie origini, quelle dei miei nonni paterni Rignon erano francesi, e pi precisamente provenzali.
Per me questa terra era, nonostante il servizio militare, un luogo ideale dove avrei voluto vivere una volta congedato, una citt come Cagliari crocevia di genti e di scambi commerciali. Qui avevo stretto amicizia con alcuni miei connazionali francesi che avevano messo su attivit soprattutto nel quartiere della Marina. L'aria del mare, i venti predominanti, mi portavano a pensare ad un futuro sereno nel quale metter su famiglia. Guardavo anzi con tenerezza, sperando sempre in un suo sorriso e in una sua occhiata accondiscendente, la giovane figlia del commerciante Allemand: ricca di fascino e piena di vita, cos curiosa e intelligente, amante del buon leggere e della poesia. Per un perverso gioco del fato, per un errore nel comprendere il vero significato di alcuni libri che avevo tra le mie cose, venni accusato di tradimento.
L'accusa che mi venne mossa, sotto la spinta della fobia malsana del
vicer Balbiano, era quella di esser una spia francese visto che portavo
un cognome d'Oltralpe e frequentavo possibili nemici della corona.
Pensavo un tempo, prima di innamorarmi, di poter combattere e morire
eroicamente, in quella maniera romantica che tanti passi dei libri letti
avevano esaltato. Mi portarono, da accusato e senza nessuna difesa,
davanti ad un plotone d'esecuzione composto non da miei commilitoni:
loro si erano rifiutati, ben conoscendo il mio carattere e le mie passioni, di imbracciare le armi contro di me. Passai velocemente dalla vita ad altra vita non senza aver gettato uno sguardo disperato a ci che era il mio corpo, crivellato di colpi e macchiato nella giubba bianca del sangue innocente. Il sacerdote rifiut di darmi sepoltura in terra consacrata, dandomi a sua insaputa almeno il beneficio di aver conservato anche nell'ultima ora la mia fede calvinista. Per questo, vittima innocente di un governante che ripetutamente si rese colpevole di numerosi crimini, vago ancora nel quartiere di cui mi innamorai in vita. Giro per queste strade sperando un giorno di vederla, di guardare ancora negli occhila ragazza che un tempo stava dietro un bancone della premiata ditta Allemand. Nutro sempre la fiamma della ricerca nell'idea che l'amore che stava maturando verso di lei ci riporti insieme. Cos vago. Non arreco disturbo a nessuno; al massimo apro qualche porta e passo con discrezione tra le stanze di questi palazzi. Io cerco.
Elisabetta non pot fare a meno di stringerlo tra le braccia:
fu lui anzi, vista l'altezza e la statura, a raccoglierla sul suo petto,
complice di confidenze e racconti nei quali l'animo umano
sembrava aver mostrato il suo volto pi feroce. Ne erano testimoni
ormai silenziosi anche i cento e pi prigionieri francesi
catturati nel fallito sbarco sulla costiera orientale di Cagliari.
Per loro non vi fu nessuna prigionia. Passati per le armi sommariamente
vennero decapitati e, come macabro avvertimento,
le loro teste infisse su lunghi pali furono portate in trionfo,
nelle strade cittadine, nei giorni della furia della battaglia.
Due anime in viaggio. Si lasciarono per proseguire nel proprio
cammino, entrambe ricche di energia e forza. Ci che a
volte le anime richiedono ai vivi per portare a compimento
una propria missione.
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Note.
107. Vincenzo Balbiano di Chieri (Colcavagno, 15 marzo 1729-Saluzzo, 12 febbraio 1799), politico e militare sabaudo, fu governatore del Capo di Sassari, vicer di Sardegna, e governatore di Casale e Saluzzo. Apparteneva a una famiglia nobile e alla casta militare piemontese, come tutti i vicer sabaudi. Divenne cavaliere dei Gerosolimitani il 25 agosto 1752. Nel 1779 fu governatore di Casale, nel 1781 del Capo di sotto della Sardegna. Dal 1790 al 1794, sotto Vittorio Amedeo terzo, fu vicer di Sardegna, nominato su suggerimento del conte Graneri gran cancelliere e ministro della Guerra e della Sardegna.

108. Divenute poi Regio Liceo Dettoti nel quartiere della Marina.
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FUGGEVOLI FANTASMI FUTURISTI.
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Ci sono anime girovaghe, spiriti in continuo movimento
cos come si materializzano i fantasmi domestici, attaccati ai
luoghi e legati indissolubilmente alle vicende di un determinato
sito. Alcuni di loro, memori di una vita trascorsa, si manifestano
come un puro residuo di energie che risulta difficilmente
avvertibile da una mente poco abituata a colloquiare
con il mondo dell'aldil: altri, forse anche grazie al trascorso
stesso dei luoghi, riescono a trarre forza dal vigore sotterraneo,
dall'impercettibile flusso che scorre sottoterra o lungo
le antiche mura di un palazzo. Si presentano agli occhi degli
umani con caratteristiche differenti: pi o meno delineati nei
tratti oppure con pesanti passi e rumori, attraverso lo spostamento
di oggetti e l'inattesa accensione di luci e apparati
elettrici.  certo che luoghi di antica frequentazione umana
siano impregnati delle vite, delle emozioni e del vissuto stesso
dei loro remoti abitanti, cos come monumenti, palazzi o
semplici terreni sono in grado di rilasciare frammenti delle
storie e delle vicende che si depositano come minuscole molecole
nelle menti dei posteri. Quanta energia scorreva sotto
l'antica villa Congiu Pattarozzi, l'imponente edificio che sovrasta
la salita di via Pola a Cagliari nel quartiere di Stampace.
L'angelo posto sulla sommit della villa sembra far da
collettore, da antenna artistica innalzata per captare invisibili
onde elettromagnetiche e trasportarle nel sottosuolo, nell'intrico
di camminamenti e gallerie che caratterizzavano questa
parte della citt e ancora restano - in parte - testimonianza
del trascorso storico fenicio-punico e romano.
A uno sguardo disattento sfugge la bellezza architettonica
dell'edificio, protetto alla vista da una rete di plastica strappata
in qualche punto: il luogo, nonostante l'abbandono, sembra vivo
e vitale cos come  protetto da un giardino lussureggiante che
ne caratterizza la vasta propriet. Chiss quale sensazione susciterebbe
oggi al suo antico progettista nel vederne la solitudine e
percepirne i silenzi: Dionigi Scano, dalla cui penna geniale prese
forma l'elaborato costruttivo nato su incarico di Luigi Congiu,
ripercorrerebbe perplesso il lungo viale e la salita che conduce
alla costruzione, osserverebbe con occhio critico le finestre
sbarrate e gli oramai lontani fasti dell'edificio neoclassico. 
Quando la sontuosa abitazione venne inaugurata nel 1897, fu l'allora primo proprietario Luigi Congiu a far gli onori di casa, 
accogliendo tra le mura dell'imponente villa gli esponenti della politica e della borghesia cagliaritana:
lui, avvocato, deputato e sottosegretario all'agricoltura nel primo
e secondo governo di Luigi Facta, aveva sposato Clotilde Cocco
Ortu imparentandosi con l'altrettanto famoso e affermato
politico isolano Francesco Cocco Ortu(109). Congiu aveva seguito
quella tendenza culturale che si stava diffondendo tra le classi
economiche emergenti, commissionando progetti edilizi fuori
dalla vecchia cinta urbana cagliaritana nell'area che sorgeva sopra
il tracciato dell'antica Karales romana. Non era stata neppure
casuale la scelta d'affidare a Dionigi Scano la realizzazione del
progetto: professionista di estrema cultura laureatosi alla Regia
Scuola di Applicazioni di Torino, era rientrato in citt su espresso
desiderio di Filippo Vivanet(110) e in qualit di suo collaboratore
nell'ufficio regionale per la conservazione dei monumenti. Una
scelta motivata certamente dalla fama che circondava lo Scano,
ma derivata anche dalla predisposizione del progettista verso l'esoterismo e la ricerca spirituale. Massone, come era confratello
lo stesso suo ex dirigente Vivanet, Dionigi Scano edificava secondo
una logica antica progettando i suoi edifici o i monumenti
anche in base alla positivit dei luoghi, alla carica energetica che
riusciva a percepire. Il sito prescelto per la futura villa Congiu
Pattarozzi rispondeva alla logica che animava, spiritualmente,
l'opera dell'architetto cagliaritano: l'atto costruttivo era un momento
di sacralizzazione dello spazio e del territorio e come tale
andava concepito e portato avanti. Cos come conosceva bene la
storia antica di quella vallata e delle vestigia romane ancora presenti
nella trama urbana. L'antica villa di Tigellio era solo uno
dei tanti affioramenti della citt romana, della Cagliari repubblicana
e imperiale con i suoi luoghi sacri e di culto. Cos come
era al corrente di avvenimenti di cronaca pi recenti, fatti che
avevano avuto come teatro le grotte e i camminamenti, le cave
e gli anfratti scavati nella roccia. Sia il progettista che il proprietario erano a conoscenza delle storie che circondavano la morte
di un giovane francese, ritrovato ormai cadavere all'ingresso di
quella grotta inclusa nella propriet acquistata da Luigi Congiu.
Luis-Franois Piccard era nato a Praga nel 1842: luogo non
casuale per i suoi natali, scelto dai genitori per l'aura mistica
e alchemica che circondava la citt. Praga magica era stata la
culla del giovane Piccard, citt dove era entrato in contatto con
gli ambienti esoterici che gravitavano intorno alle confraternite
cabalistiche e dove - sotto la guida genitoriale e vista la
stessa propensione della madre per l'occulto - aveva avuto accesso
all'interno del cenacolo praghese degli Illuminati. Il suo
viaggio verso l'Isola, con destinazione Cagliari, rientrava in un
percorso di apprendimento e di ricerca sulle antiche origini di
culti misterici e sulla devozione delle popolazioni originarie
nei confronti delle divinit femminili e maschili della natura.
Ma soprattutto quel suo viaggio sarebbe servito a individuare
un antico sepolcro del quale si tramandava la ricchezza di ornamenti
e corredi funerari. Una tomba antica che conservava
la testimonianza del potere delle divinit della natura.
Piccard comp numerose esplorazioni nella zona, giustificando
il suo interesse con la passione per il disegno e la raffigurazione
delle antiche vestigia romane. Con fogli e matite
si aggirava alla ricerca: cos venne trovato, mentre stringeva
ancora tra le mani un blocco artistico nel quale erano tracciati
simboli e frasi incomprensibili. La sua morte, senza apparenti
segni di violenze, venne sbrigativamente attribuita a cause naturali,
morte ignota avvenuta il 16 settembre del 1869. Furono
gli stretti conoscenti a partecipare, il giorno successivo, ai funerali
che si svolsero nella cappella del cimitero cittadino: della
storia di Piccard, una volta colmata la fossa nella quale era
stata calata la bara, si ricordarono in pochi. Pochissimi ricollegarono
la sua vicenda alla presenza costante di un'ombra che
si stagliava di notte vicino alla grotta dove era stato ritrovato il
cadavere del cittadino di Praga, francese di spirito e di sangue.
Era stata l'energia del luogo a richiamare l'attenzione di Dionigi
Scano, individuando le forze antiche e ancestrali che ancora
permeavano la zona. Luogo benefico che, nonostante la
morte inspiegabile di Luis-Franois Piccard, trasudava di armonia
e serenit. Quella morte, avvenuta a soli 28 anni, in un
tiepido settembre cagliaritano, doveva avere un significato ben
differente dal semplice decesso: cos come non era stata casuale
la data dell'inaugurazione della villa, a 28 anni di distanza
dalla morte del giovane.
Convinto assertore e sostenitore del magnetismo e dell'aura
fantastica di quella villa, dei suoi cunicoli e delle cavit
presenti nel possedimento acquistato dall'avvocato Luigi Congiu,
fu uno degli eredi della residenza neoclassica. Gaetano Pattarozzi,
uomo d'arme, combattente, esteta e poeta non era rimasto immune
dal fascino del luogo, cos come era rimasto colpito dalle
presenze ultraterrene che vagavano nei giardini: lui, precursore
nell'Isola del movimento futurista, aveva stretto una salda amicizia
con Filippo Marinetti(111), suo ospite in numerose occasioni
durante i viaggi cagliaritani. Nel 1921, 1937 e 1938 il poeta futurista
soggiorna nella villa Congiu Pattarozzi, reduce dalle numerose
sedute spiritiche guidate da Eusapia Palladino. Strenuo
assertore, insieme al suo amico-poeta Pattarozzi, dell'esistenza
di entit superiori e della veridicit delle apparizioni spiritiche,
Marinetti non rester immune dall'energia di quei luoghi, cos
come condurr tra quelle sale alcune sedute di evocazione.
Cos apparentemente disabitata villa Congiu Pattarozzi ha
l'aspetto di un'isola incastonata in un mare verde: protetta non
solo dal grande angelo messo a guardia della villa ma da uno
spirito del luogo:  il genius-loci antico, che ha ritrovato anima
nello spirito guardiano di un giovane alchimista di Praga.
Elisabetta ammir la bellezza dell'opera di Dionigi Scano e le
parve di sentire le note antiche dell'orchestra chiamata a inaugurare
quelle mura, in un lontano 1897. Vide il giovane spirito
di Luis-Franois Piccard in tutta la sua luce e gli parve che declamasse versi e prosa del poeta Pattarozzi.
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Note.
109. Francesco Cocco-Ortu (Benetutti, 19 ottobre 1842-Roma, 4 marzo 1929)  stato un politico italiano, deputato del Regno. Fu ministro dell'Agricoltura,  Industria e Commercio del Regno d'Italia nei Governi Di Rudin 4 e Giolitti 3 e ministro  di Grazia e Giustizia e
Culti nel Governo Zanardelli. Fu anche sindaco di Cagliari nel 1883. Nel 1902 in qualit di ministro della Giustizia aveva firmato, insieme al presidente del consiglio Zanardelli la legge sul divorzio che venne poi bocciata in aula. Nel 1906 in qualit di ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio istituti il Corpo degli Ispettori del Lavoro, per contrastare i fenomeni di sfruttamento diffusi nella prima industrializzazione del periodo giolittiano.

110. Filippo Vivanet (Cagliari, 9 aprile 1836-Cagliari, 11 giugno 1905)  stato un architetto, archeologo e scrittore italiano. Nato a Cagliari, si  laure in architettura alla Facolt di Filosofa e Belle Arti dell'Universit di Cagliari, ateneo presso il quale divenne docente di matematica; si dedic prevalentemente a studi e ricerche di carattere storico-umanistico, interessandosi in particolare alla Sardegna in et antica e medioevale. I suoi scritti, in cui sono annoverate anche diverse poesie, spaziarono in pi campi della cultura. Svolse anche l'attivit di archeologo, diventando dirigente del Museo di Cagliari e Soprintendente ai beni archeologici della Sardegna. In questo ambito fu il primo a sperimentare l'archeologia subacquea in laguna.

111. Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d'Egitto, 22 dicembre 1876-Bellagio, 2 dicembre 1944)  stato un poeta, scrittore, drammaturgo e militare italiano.  conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista, la prima  avanguardia storica italiana del Novecento.
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IL FANTASMA DEL MISTICO CABALISTA.
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Per comprendere quella citt, la sua evoluzione e le genti
che l'avevano frequentata e vissuta, popolandola di etnie e
lingue differenti, poteva essere sufficiente volgere lo sguardo
a occidente. Cagliari vista dal bastione di Santa Croce mostrava
gran parte del suo sviluppo storico, con i due quartieri
della Marina e Stampace che stringevano in un antico
abbraccio la rocca del castello. In quella zona del Castrum
fortificato da Pisa, poi ammodernato dai catalano-aragonesi
che dal 1324 erano subentrati ai toscani nel governo del territorio,
si percepivano antiche voci di mercanti e di venditori,
accomunati da un'unica fede religiosa. Il quartiere ebraico
cagliaritano guardava, dall'alto del versante occidentale
del colle turrito, verso il golfo e il porto. Osservava, come
un posto di vedetta, il transito e l'arrivo delle imbarcazioni
commerciali che da rotte differenti facevano scalo nel porto
cittadino. Munito di torri e protetto da un insieme di sistemi
di difesa, l'approdo cagliaritano era la camera di compensazione
dove avvenivano scambi e trattative, vendite di merci
pregiate e acquisti di materiali d'importazione. A fare da
intermediatori erano soprattutto i commercianti arrivati in
Sardegna al fianco dell'Infante Alfonso(112), nella sua opera di
conquista e presa di possesso dell'importante base nautica
del Mediterraneo. Tra loro numerose erano le famiglie di origine
ebrea che, attraverso prestiti e cessioni di denaro, avevano
finanziato la campagna militare dei catalano- aragonesi:
i benefici derivanti dal loro sostegno economico alla corona
si erano concretizzati nelle numerose agevolazioni fiscali e
nella concessione di spazi e luoghi ove radunare la cospicua
comunit ebraica. L'Aljama(113) cagliaritana viveva - pur nel rispetto
delle normative della casata reale - secondo i dettami
e i principi sanciti dalle proprie leggi. L'autorit esercitata dai
rabbini aveva quasi svincolato gli ebrei cagliaritani dalla giurisdizione del governo del paese; nel volgere di breve tempo,
godendo di una sempre maggiore autonomia, i membri della
comunit vennero presto considerati dai funzionari regi non
come singoli, soggetti al diritto generale del paese, ma come
organismi collettivi con privilegi speciali e doveri speciali.
Gli ebrei di Cagliari poterono avere un proprio cimitero, situato
alle pendici del colle di Castello e un luogo dove macellare
la carne destinata alla comunit. Insieme alla grande
sinagoga ne venne consacrata una di minori dimensioni, situata
in prossimit della torre dell'Elefante. Il baluardo difensivo,
costruito dai Pisani sul progetto dell'architetto Giovanni
Capula(114), era stato ulteriormente adattato per ospitare i funzionari
regi e le loro famiglie e rappresentava il limite e confine
dell'insediamento degli ebrei.
Era una societ regolata e articolata, guidata dal rabbino
capo e dai Soferim, scribi e uomini di lettere.
Juceff de Gerona era arrivato a Cagliari nel 1490, figlio di
ebrei sefarditi(115) di stretta osservanza religiosa. Nato in un contesto familiare di grande elevazione culturale, sin da giovane aveva rivolto il proprio studio verso la Kabbalah ma soprattutto
sugli aspetti magici che derivavano dagli insegnamenti dei
padri. Si trattava di un percorso pericoloso che trovava spesso
ostacoli nell'ortodossia rabbinica, cos poco propensa a derive
personali e basate su studi ed esperienze personali.
Era riuscito a entrare in possesso di un libro, uno dei testi considerati pericolosi e inadatti a una lettura, seppure colta e preparata, delle parole contenute e dei segreti in esso celati. L'Alfabeto di Ben-Sira, cos si intitolava lo scritto di un autore anonimo del decimo secolo d.C., era la narrazione misterica ed esoterica che riguardava l'apparizione di Lilith sulla terra. Il compilatore dell'opera attingeva da antichi racconti ma soprattutto dagli insegnamenti di alchimisti vissuti secoli prima. Nell'opera si raccontava, in chiave ermetica, della prima donna venuta al mondo con Adamo: lei, Lilith cercando l'equilibrio e non volendo soggiacere alla
parte tellurica rappresentata da Adamo, fugg verso il mar Rosso
dove diede alla luce una stirpe di angeli ribelli.
Ma il volume giunto tra le mani del giovane Juceff racchiudeva
al suo interno numerose pagine che riguardavano gli insegnamenti
di Miryam l'Alchimista(116). Si trattava di un percorso
di apprendimento di antichissime origini, un viaggio spirituale
e magico che aveva avuto inizio ad Alessandria d'Egitto, nella
culla del misticismo e dell'esoterismo. Nelle prime pagine del
trattato dell'alchimista era stata ritracciata, in caratteri latini e
con scrittura minuscola Carolina, una frase destinata a permeare
la ricerca del giovane ebreo.
Prendete dunque Allume, Gomma Bianca e Gomma rossa,
che  il Kibrich dei Filosofi, il loro oro e la loro pi grande
tintura, e congiungete tramite un vero matrimonio la Gomma
bianca con quella rossa.
Un insegnamento nascosto contenuto nel libro, un viatico
che Juceff de Gerona considerava basilare per accedere a segreti
ancor pi elevati. Lo tormentava l'immagine di Lilith, della
primigenia assurta al ruolo di demone negli insegnamenti della
Chiesa di Roma. La Lussuriosa, la divinit legata alla natura,
venerata sotto mille altri nomi nell'alveo degli insegnamenti esoterici.
Conduceva le sue ricerche in un sotterraneo, una delle camere
nascoste sotto la piccola sinagoga, in un luogo che faceva
parte di un reticolo di antichi camminamenti realizzati
dagli ingegneri militari romani. Sapeva, per istinto, che quel
luogo era propizio per le ricerche, ritenuto talmente benefico
anche in passato vista la presenza di segni e simboli lasciati da
culti precedenti. Era forse un mitreo, un tempio dedicato alla
divinit misterica adorata dai Romani, un luogo sacro che si
prestava alla meditazione e allo studio del testo.
La tempesta doveva abbattersi sulla comunit ebraica. Il 31
marzo del 1492, a due anni esatti dal suo arrivo a Cagliari, le
mani di Isabella di Castiglia e di Ferdinando II di Aragona firmavano
a Granada l'editto di espulsione di tutti gli ebrei dai
territori della Corona. Erano ammesse le conversioni, poste
tuttavia sotto il vaglio dei vescovi locali. Dopo il 31 luglio di
quell'anno iniziarono le vere persecuzioni, con la caccia ai non
conversi e l'espropriazione di tutti i beni. Violenze anche
fisiche, motivate molto spesso da odi personali e da rancori che
ben poco avevano a che vedere con la religione.
Mi ritrovarono, oramai privo di vita, cos raccont a Elisabetta,
sul fondo di una cisterna che componeva l'insieme
dei camminamenti situati anche sotto la torre dell'Elefante.
Venni trucidato senza che potessi rendermi conto della presenza
di alcuni uomini, inviati sicuramente dai fomentatori
di un odio nei nostri confronti. Le pagine del libro vennero
bruciate mentre la mia vita lentamente si spegneva: ebbi
modo di poggiare per un'ultima volta lo sguardo sulle pagine
lambite dalle fiamme, consapevole del messaggio in esse
contenuto. La mia vita aveva ora un altro inizio, trasmutata in essenza pura.
Elisabetta Sirani lo accompagn ancora per quelle stanze
sotterranee, rest con lui del tempo per apprendere insegnamenti
nati da menti femminili, per comprendere il senso reale
della Lilith biblica.
Gira ancora per i sotterranei della piazzetta che guarda da un
lato la torre e dall'altra l'antica chiesa di San Giuseppe. Vaga
e spesso cerca energia, traendola dall'acqua. Questo fantasma,
immagine di un tempo remoto, continua a mantenere l'animo
gioviale e scherzoso della sua esistenza terrena. Gradisce
rispetto e silenzio: quando  contrariato o nell'impeto di un
gioco, si diverte ad aprire i rubinetti situati nei piani bassi del
locale sovrastante. Acque limpide e pura energia. Prosegue imperterrito
nel proprio studio, senza la fretta che la quotidianit
attanaglia i viventi. Ha del tempo.
Guardarono insieme, dal bastione di santa Croce, gli ultimi
raggi del sole che lambivano i monti e arrossavano le onde del
golfo. Il processo alchemico aveva inizio. Un nuovo inizio.
...
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Note.
112. Alfonso d'Aragona, detto il Buono o il Benigno (el Benigne) (Alfons in catalano, Alifonso in aragonese) nasce a Napoli il 4 novembre 1299. Fu re di Aragona (come Alfonso quarto), re di Valencia (come Alfonso secondo), re di Sardegna (come Alfonso primo) e conte di Barcellona e d'Urgell (come Alfonso terzo) dal 1327 alla morte avvenuta a Barcellona il 24 gennaio 1336. Nel 1323-1324, per conto di suo padre Giacomo secondo il Giusto, conquist la Sardegna con l'aiuto del ceto feudale aragonese: tra questi i Carroz; Alfonso invase la Sardegna nel 1323 per far rispettare i diritti della corona d'Aragona e Cagliari cadde il 12
luglio 1324.

113. Un termine spagnolo di origine araba usato in vecchi documenti ufficiali per designare le comunit autonome di Mori ed Ebrei che vivono sotto il dominio spagnolo. Le comunit ebraiche della Spagna, a causa del loro isolamento sociale e delle normative religiose e politiche imposte loro, avevano sempre formato gruppi a parte il resto della
popolazione.

114. Giovanni Capula fu tra gli autori delle fortificazioni di Cagliari a uscire dall'anonimato, cos come viene celebrato Architector optimus nell'epigrafe su lastra di calcare del 1305, murata all'ingresso della torre di S. Pancrazio, che lo indica Cefas huius fabrice... murariorum.  questa la prima delle tre torri erette da Capula a difesa di
altrettante porte che si aprivano nella cinta muraria, innalzata per munire la rocca alta del Castrum Karalis, quando i Pisani, all'inizio del quattordicesimo secolo, vollero portare a termine le opere fortificatorie della citt. Un sistema difensivo realizzato in previsione della spedizione in Sardegna che Giacomo secondo d'Aragona avrebbe certamente fatto seguire alla sua investitura dell'isola da parte del papa Bonifacio ottavo, nel 1297. Nel 1307, a due anni di distanza da quella di San Pancrazio, sorse la magnifica torre dell'Elefante.

115. Erano chiamati Sefarditi gli Ebrei residenti nella Penisola Iberica sino alla fine del quindicesimo secolo e gli esuli da quella regione che si erano insediati in molti paesi del bacino mediterraneo.

116. Miryam, nota anche con il nome di Maria l'Alchimista, fu la pi importante esponente di questa disciplina dell'antichit. Attraverso le sue ricerche teoriche e pratiche tracci le linee principali dell'alchimia occidentale, ponendo le fondamenta per la nascita
della chimica moderna. Maria visse tra il primo e il terzo secolo d.C., anche se, secondo alcuni alchimisti del passato, era sorella di Mos e Aronne e dunque, in quanto tale, da collocarsi prima della nascita di Ges Cristo. Queste parentele per fanno parte pi del mito e della leggenda che non della realt riguardante questo personaggio. Visse e oper ad Alessandria d'Egitto, proprio dove poco pi tardi avrebbe fatto la sua comparsa Ipazia.
...
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IL MANUALE DELLE STREGHE.
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Castel Genovese, Castel Doria, Castillo Aragons, Castelsardo.
I nomi della rocca che domina il golfo dell'Asinara, rivolgendo
lo sguardo verso la Francia e la Spagna, evocano storie
e vicende antiche intessute sulla trama di uno tra i pi affascinanti
borghi del Mediterraneo. Una storia millenaria, tra
scambi commerciali e culturali, tra influssi esterni che si plasmarono
sui culti delle genti del nord della Sardegna. Il vento
che sferza Castelsardo e accarezza le erbe aromatiche della
pianura  lo stesso che un tempo lontano agit i capelli della
giovane intenta a raccogliere le piante officinali e medicamentose
necessarie per la preparazione dei suoi unguenti. Caterina
Curcas era strega e maga, donna intrisa delle antiche conoscenze
che arrivavano dagli insegnamenti delle sue progenitrici,
delle antiche che avevano a loro volta appreso i benefici e i
malefici delle piante. Sapeva di rischiare, di poter finire sotto
lo sguardo degli inquisitori, cos come era successo qualche
tempo prima, quando il tribunale del Santo Uffizio era stato
trasferito dalla lontana Cagliari fino al castello di Sassari nel
1563. Quasi una fuga precipitosa, motivata dal timore di una
insurrezione dei cagliaritani a fronte degli innumerevoli abusi
perpetrati dal tribunale. Nel prendere servizio l'inquisitore
Diego Calvo aveva voluto dare una dimostrazione eclatante
dei propri poteri, mettendo sotto processo 160 presunte streghe,
maghe, eretici e giudaizzanti: nel corso di due giornate
insanguinate, si era dato uno spettacolo terribile testimoniato
dalla cronaca del gesuita spagnolo Cristoforo Truxillo. Il teatro
dell'orrore si era concluso con il rogo di tredici streghe,
ritenute colpevoli di costanti e continui rapporti con il diavolo
e i suoi rappresentanti. Era accaduto appena un anno prima,
a testimonianza dell'impegno che il Calvo avrebbe profuso
nello scovare, stanare e punire chiunque fosse minimamente
sospettato di eresia. Perch si era eretici anche nel praticare la
medicina naturale, demoni in grado di guarire con l'intervento
di Satana in persona. Era l'angelo nero dei boschi, delle radure
nelle quali si riunivano - secondo la mente perversa dell'inquisitore
- gli adepti del male, per congiungersi carnalmente
tra loro e offrirsi al loro signore. Forse pi che il male i giudici
volevano combattere i loro demoni interni, quelle visioni di
corpi nudi irraggiungibili e impossibili da possedere se non
con la violenza e la coercizione. Alle pi restie veniva riservata
l'ultima pena: il rogo.
Quando arrivarono davanti alla sua porta, tra le vie strette
di Castel Aragonese, Caterina ebbe una visione premonitrice:
vide il proprio corpo sottoposto a tortura, straziato nelle carni
e condotto - dopo interminabili giorni di carcerazione - nuovamente
al cospetto dei giudici. Era colpevole, sicuramente
colpevole agli occhi degli uomini di Chiesa, cos desiderosi di
stanare il male e mortificare l'animo e il suo corpo. Durante
l'interrogatorio al quale venne sottoposta dal delegato dell'Inquisizione, il prelato sassarese Alfonso de Lorca, lei arriv subito a confessare ci che le veniva suggerito: domande retoriche
alle quali, nel timore di altre torture, bastava rispondere
con un cenno del capo, a confermare ogni accusa a suo carico.
Per qualche arcano motivo lei scamp al fuoco ma non al sequestro
di ogni suo bene e all'esilio, lontano dal luogo che l'aveva
vista nascere. Ricord in quei momenti le antiche stagioni
narrate dalle sue progenitrici, quando ancora l'antica religione
della natura poteva essere praticata senza timore. Le vennero
in mente le parole di gioia, all'indomani dell'editto aragonese
del 1448 che riconosceva a Castellaragonese il titolo di Citt
Regia, a decretare il valore commerciale e culturale del piccolo
borgo. Tempi antichi e ormai andati, soppiantati dall'oscurit
imposta dai signori della Chiesa.
Era stato il timore, il terrore del rogo e della tortura, a far occultare tra le gallerie sottostanti la cattedrale di Castelsardo i
libri proibiti di Marsilio Ficino e i volumi compresi nell'Indice(117)
ecclesiastico romano: nascosti nel tentativo di preservarne
il valore e salvare al contempo la vita dei possessori delle opere
eretiche. Saranno ritrovati molti anni dopo, quando si provveder
a svuotare una antica cisterna, rinvenendo - in una camera
appositamente ricavata - il patrimonio librario scampato ai roghi
dei censori. Erano i tempi lontani nei quali oper, per abbellire
e glorificare il nome della cattedrale di Castelsardo, l'artista
svizzero Jakob Engel(118), che firmer nel 1679 con il nome di
Giacomo Angelini due ricevute di pagamento per la costruzione
dell'altare maggiore della basilica. Entrer in conflitto con i frati
interrompendo la collaborazione e riparando nei territori d'Oltralpe,
forse a causa della sua fede e del credo non conforme ai
dettami di Roma.
La magnifica rocca risuona ancora oggi delle voci di antiche
maestranze e delle genti che qui portarono usanze e credenze
differenti. Sar una delle tappe della diaspora dei fedeli catari,
dei pochi scampati dall'assedio di Montsegur: mentre ardevano
ancora le centinaia di roghi innalzati il 16 aprile del
1244, dopo la caduta della roccaforte dei Puri, piccoli gruppi
di credenti lasciavano la Francia per cercare riparo lontano
dalle persecuzioni. Saranno segnalati ripetutamente in Sardegna,
nelle missive inviate a Roma dai religiosi locali: gli eretici
memori della carneficina francese ordinata da Celestino
IV e portata a compimento dal suo successore Innocenzo IV,
pur mantenendo inalterato il proprio credo riuscirono a confondersi
tra le popolazioni che li ospitarono. Anche per loro
tramite si diffusero ulteriori conoscenze di carattere ermetico
ed esoterico, le stesse che confluiranno nel grande Grimorio(119)
spirituale delle streghe della Sardegna.
Ritorno spesso in questi luoghi, nei posti dove sono nata,
cos raccont a Elisabetta Sirani l'anima di Caterina Curcas, la
strega benefica, per inebriarmi nuovamente dell'odore del mare e del rumore della tempesta. Dovresti guardare il mare in burrasca, dall'alto degli spalti dove  stata costruita la cattedrale dedicata a Sant'Antonio Abate; qui puoi percepire il fascino del creato ed entrare in contatto con un mondo fatato che venne negato dalla furia inquisitoriale. Andai nei boschi per cogliere l'essenza delle cose ed essere guidata dal mio senso e dalle mie capacit nella raccolta delle cose benefiche. Passando per le vallate che collegano la rocca antica con il territorio di Sedini, sorgeva un tempo una radura frequentata fin dall'antichit, nota per le energie positive che qui si concentravano: era il luogo degli incontri, adunanze che nulla avevano di demoniaco. Le donne della magia si ritrovavano per la raccolta delle erbe, per affinare le proprie conoscenze legate alle cure e ai benefici. Questo era il nostro compito.
Quando venne scacciata da Castelsardo portava addosso
ancora i segni degli interrogatori e delle violenze subite: era
arrivata a confessare la congiunzione carnale con un demonio
dalle sembianze umane, riconoscendo tutte le proprie arti
magiche volte alla preparazione di miscugli venefici. Esiliata
a vita e in totale povert Caterina far perdere le proprie tracce,
nascondendosi nei luoghi meno accessibili dell'Isola. Ogni
suo bene era stato incamerato dal tribunale inquisitoriale che,
con logica economica, aumentava processo dopo processo il
proprio tesoro: terreni, case, oro e gioielli entravano nel patrimonio
di Santa Romana Chiesa. L'odore di zolfo dei monili e
dei preziosi, un tempo propriet dei devoti del Nero Signore,
spariva miracolosamente non appena entrava nei forzieri di
prelati e inquisitori.
Riuscirono a prendere ogni cosa materiale ma non i miei
beni pi preziosi: la mia conoscenza, la mia dignit e le emozioni
che posso ancora provare nel guardare il mare al tramonto,
dall'alto di questo sperone roccioso. Lo frequento soprattutto
durante la burrasca, per confondere le mie urla contro
l'umana idiozia del passato, tra il rumore e il ruggito del mare.
Respirarono insieme gli odori trasportati dalle onde. Il mare
chiamava Elisabetta verso una tappa della propria ricerca.
Guard a lungo quella donna, famigerata strega e maga: in lei
vide solo fierezza e, guardando i suoi occhi profondi, cap il
terrore e la soggezione provati dagli inquisitori nel sostenerne
lo sguardo. Anime nere, incapaci di volgere gli occhi alla luce
della conoscenza.
...
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...
Note.
117. L'Indice dei libri proibiti - Index librorum prohibitorum - fu un elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa cattolica, creato nel 1559 da papa Paolo quarto. L'elenco fu tenuto aggiornato fino alla met del ventesimo secolo e fu soppresso dalla Congregazione per la dottrina della fede il 4 febbraio del 1966. Dal 1571 al 1917 il compito della compilazione del catalogo dei libri proibiti fu di competenza della Congregazione dell'Indice.

118. Jakob Engel, architetto militare dal 1661, fu in seguito (almeno dal 1667) architetto di corte del principe vescovo di Eichstatt. Rimane ancora sconosciuto il motivo della sua presenza in Sardegna 
che fu meta dell'artista in diverse occasioni.

119. Il grimorio  un libro di magia. I libri di questo genere vennero scritti in gran parte tra la fine del Medioevo e l'inizio del diciottesimo secolo. Contenevano soprattuttocorrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, istruzioni pratiche per creare incantesimi, preparare medicine e pozioni, invocare entit  soprannaturali e fabbricare
talismani.
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PIEMONTE.
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IL CERCHIO SI CHIUDE E OGNI INCONTRO HA UN SUO PERCH.
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Elisabetta aveva lasciato alle proprie spalle il profumo intenso
del mare, aveva ancora addosso l'essenza che la magica miscela
tra la terra umida e l'elemento liquido in tempesta riusciva
a creare. Nessun profumo avrebbe mai equiparato l'inebriante
emozione che forse sfuggiva, nella fretta del vivere, a molti
esseri umani. Forse era necessario fare ingresso in una realt
che molti scartavano, ritenendola abitata solo da fantasie. Chi
realmente aveva avuto il dono di entrare in contatto con le anime
dell'aldil spesso evitava di condividere con altri la propria
esperienza, considerandola unica e irripetibile, guardandola
come un dono e non come un fenomeno da baraccone. A
volte rideva al pensiero delle truffe e degli insulsi tentativi
di propinare per ultraterreno ci che in realt era puro inganno.
Ben altri erano i mondi nei quali si libravano le anime: spesso
libere dai pesi delle vite passate, altre volte ancora legate da ricordi ed emozioni che vincolavano il loro ascendere agli strati pi alti. Sorrideva al pensiero dello sforzo umano nel penetrare
nella comprensione materiale dell'Universo. Inconcepibile
comprendere l'infinito quando si pongono confini alla propria
mente: nessun telescopio sarebbe riuscito a scandagliare tutto
ci che esisteva nell'oltre, nei differenti piani di vita.
Giunse a Torino, citt d'arte, di storia e di magie: qui si
intersecavano e incrociavano, nel confine a volte labile tra la Luce e le tenebre, la Scienza Occulta e le vicende dei personaggi a essa legati. Alchimisti, spiritisti, negromanti, individui dalle capacit
pi o meno comprovate di dialogare con gli strati pi alti
dello spirito. La notoriet della Torino magica era riconosciuta
da tempo, cos come erano noti i luoghi delle energie, i siti che
catalizzavano le forze del bene e della negativit.
Lei doveva adempiere al compito che si era prefissa, all'inizio
del suo viaggio, nel ritrovare quell'opera il cui significato
ultimo le si stava ora chiarendo. La ricerca della soluzione di
un antico rebus l'aveva condotta nella storia e tra le storie di
tante vite passate, legate da vicende artistiche e da profondi
moti dell'animo; era stata consapevole testimone della bellezza
dei luoghi e del carattere degli abitanti. Cos come aveva
scandagliato gli animi eccelsi e le menti perverse, le capacit
intellettuali e i vincoli imposti dall'ignoranza. Aveva conosciuto
l'orrore del passato, maturato nell'alveo della fede, cos come
aveva incontrato la bellezza.
Nel luogo pi luminoso della citt, tra i due Dioscuri che
segnavano l'invisibile porta tra la parte terrena e quella spirituale, incontr tre anime luminose, tre spiriti in cammino che come lei completavano la propria ricerca.
Si presentarono a lei con i nomi ricevuti durante il cammino:
Forza, Bellezza, Sapienza.
Vago da molto tempo per questa citt, disse Bellezza,
ed un tempo il mio nome era quello di Barbara Jakovlevna
Tatisjtjeva, principessa Beloselskij:
vissi gli anni pi felici della mia vita nella Torino dove Alexander, mio marito, era stato inviato presso la corte, quale rappresentante diplomatico. Ero nota per la mia grazia e la mia bellezza, frutto non solo dell'aspetto fisico ma anche di intelligenza e capacit di comprendere il prossimo. Ebbi tre figli dal matrimonio e
venni improvvisamente chiamata nel cammino ultraterreno quando
non avevo neppure compiuto i 28 anni. Lasciai, senza volerlo, tristezza e pianti, colmando di disperazione colui con il quale avevo vissuto i miei brevi anni. Fu Alexander a commissionare allo
scultore Innocenzo Spinazzi, nel 1794, una statua da collocare
sopra la mia tomba nel cimitero di San Pietro in Vincoli.
Sono passata nella memoria come la Dama Velata, donna fatale che attrae e seduce durante il mio vagare notturno, con una nomea resa ancor pi terrifica da quando il camposanto nel quale ero sepolta venne abbandonato e depredato. Ne fece le spese anche il mio sepolcro, aperto da mani sacrileghe, in cerca di ori e gioielli. Restarono impietriti nel vedermi apparire, nell'osservare la dama velata non pi leggiadra ma capace di incutere orrore e disperazione.
Viaggio sempre per questa citt e vago spesso nei luoghi che in
vita mi accolsero. Non li frequento con tristezza ma osservo e guardo, carpisco bellezza dalle opere d'arte e ammiro il tratto pittorico dei dipinti d'un tempo. Fai tesoro del mio nome, quello spirituale, perch servir a completare il tuo cammino.
Elisabetta l'ammir, scorgendo oltre il velo il reale significato
delle sue parole. Volse lo sguardo alla seconda presenza. Sapienza.
Cos si annunci.
Sono anche io testimone di un amore e di una vita spezzata. In tempi
diversi e anni pi vicini sono stata chiamata, non comprendendo nell'immediato il perch della morte. D'altronde il caso e il fato giocano tiri funesti, cos come  stato sconcertante il mio addio alla vita condiviso con altre 63 persone. Il 13 febbraio del 1983 si consumava in questa citt la tragedia del cinema Statuto, in una domenica fredda imbiancata di neve. Veniva proiettato il film La Capra(120) del regista Francis Veber e, per un insieme di concatenazioni nefaste, ci trovammo coinvolti nella tragedia. Qualcuno, nei giorni seguenti, mise insieme i pezzi di un nero mosaico: dal numero 13 fino al simbolo della capra, raffigurazione del diavolo per arrivare alle celebrazioni del carnevale che, in quell'anno, vedeva come elemento di spicco proprio il signore degli inferi. Il fumo che invase all'improvviso la sala, le cui porte d'emergenza erano state bloccate, uccise 31 donne, 31 uomini, una bimba ed un bambino, ribaltando sulla numerologia del 64 l'immagine delle case o caselle che compongono il gioco degli scacchi. Il luogo dove avviene l'eterna sfida tra il bene e il male. Ci che accadde, per casualit o per nefaste forze, mi port via da colui che segretamente mi amava: era un amore puro che compresi solo dopo la mia morte, un sentimento cos forte da portare quel ragazzo - amico di una comitiva consolidata - a portare sulla mia tomba quei fiori di cui ero innamorata. Le rose gialle non mancavano mai e, nonostante la mia anima fosse ben lontano da quel corpo custodito in cimitero, sentivo e percepivo quella forza che  arrivava dal cuore. Due anni esatti, in una seconda domenica di febbraio venne
chiamato anche lui, vittima di un incidente che lo strapp giovanissimo alla vita. La mia immagine, stampata sulla lastra in cimitero, non era pi coperta dalle sue rose, nessuno ormai ricordava il mio trascorso, i sogni che nutrivo per la vita. Prima di abbandonare definitivamente la tristezza del camposanto, al quale mi sentivo legata proprio perch ormai dimenticata, arrivarono altre rose nel giorno di un mio compleanno.
Mani fraterne avevano compiuto quel gesto, capace di riappacificarmi
con la materialit perduta della vita. Ora vago, come Sapienza, perch in vita tale era il mio obiettivo. Fai tesoro di questo secondo dono. Un ulteriore tassello del tuo percorso.
Era francese d'origine e portava in passato il nome del santo
patrono d'Irlanda. Alto e slanciato, era angelico in ogni dettaglio,
spirito libero dalle costrizioni di una vita. Portava per
ricordo dei guanti bianchi, da cui non si era mai separato neppure
nei luoghi del suo pellegrinare.
Fortitudo o Forza: quella dell'animo e della vita. Non forza
fisica ma capacit di resistere alle avversit e arrivare con forza
e purezza al momento del distacco dall'esistenza terrena. Le
parl cos, con la sua voce salda, e con un unico pensiero: lei,
Elisabetta, era messaggera e viaggiatrice, l'unica in grado di
trasportare nel mondo dei viventi una lettera. Un messaggio
lasciato a chi, una sera di febbraio, perse il proprio corpo tra le
nebbie del cuneese. Ripiegato in pi parti e scritto con la sua
calligrafia ferma, il foglio aveva una destinataria.
Elisabetta prese la carta tra le sue mani, aprendo ogni ansa
fino a mettere a nudo l'insieme di lettere. Segu con lo sguardo
ogni parola, ogni singola lettera tracciata con l'animo. Ne lesse
a voce alta il contenuto.
Ho sempre amato viaggiare, scoprire luoghi inesplorati, indagare,
osservare oltre l'orizzonte. Ho cercato di tracciare la via per evitare che ti perdessi, lasciando segnali che ti riconducessero a me. Prenderti per mano, questo era il mio compito qui, nonostante il dolore che mi attanagliava nel lasciarti sola e impaurita nel buio.
Il tempo non-tempo con i limiti della terra spazzati via, transitando
nel varco nell'oltre. La mia vita spezzata troppo presto per compiere
altri viaggi terreni.
Sorella mia sono qui e le barriere del tempo e dello spazio si erano
gi spiritualmente aperte il giorno in cui ti ho raccontato una mia
preveggenza, quella del passaggio in una dimensione ultraterrena.
Ho percepito il terrore nel tuo viso candido e ti ho sorriso, per rassicurarti.
Non ti ho mai abbandonata, il vento ora ti ha condotta a me, cos come le onde del mare ti hanno sussurrato e parlato con la mia voce. Una promessa mai dimenticata.
Attraverso i tuoi dipinti hai ritrovato il mio volto, quel giorno che
hai riportato alla luce le ali di un magnifico uccellino. I colori che hai preparato si sono mescolati, sciolti. Un sibilo, un rametto di ulivo  delicatamente appoggiato sul bordo del letto come se quell'esserino appena rinato ti avesse donato un suo dono, un simbolo che portava nel becco.
Messaggero, viaggiatore ti ha donato la mia parola.
Segnali forti per asciugare le tue lacrime e mitigare la tua tristezza. So di aver lasciato il vuoto. Io sto viaggiando, il corpo  diventato etereo e leggero, sono nel vento tra le ali del gabbiano che hai disegnato. I guanti bianchi che mi hai donato nell'ultimo tuo saluto cos candidi e puri e ti sfiorano la fronte mentre dormi. Da qui ho potuto lasciarti tutti questi segnali. Percepire il tuo dolore, il tuo smarrimento, inviarti la tua musica preferita in un pomeriggio destate. Nei luoghi di riposo ti ho lasciato
l'unico raggio di sole in un giorno grigio e cupo. Ho illuminato il luogo dove  inciso il mio nome. Ti ho attraversata nel cuore per toccare la tua anima. Sto viaggiando nel luogo di luce e amore. Non ho scordato l'alito del vento, il fragore del mare e i tuoi occhi. Sorella mia.
La nebbia, lo schianto di un lontano 10 febbraio mi hanno aperto il
varco dell'oltre e ho iniziato il viaggio eterno.
Rest in silenzio, nel rispetto dell'amore che trasudava da
quelle parole. Nulla di pi forte poteva esistere se non un messaggio
da consegnare ad altre anime pure. La stretta che don
quello spirito alto, il suo augurio, parevano il simbolo della
magia bianca della citt. Quelle tre anime pure si congedarono
cingendola in un cerchio di luce irradiandola con la loro forza.
Che la Saggezza illumini il tuo lavoro, la Forza lo compia e
lo renda saldo, la Bellezza lo adorni e lo renda sublime....
Si allontanarono lentamente per dirigersi verso il grande palazzo
Reale: leggenda voleva che i suoi sotterranei custodissero
intatta la Camera Alchemica dove ogni trasformazione della
materia era possibile. Esistevano altre alchimie dove si avverava
la mutazione dell'inerte in spirito, attraversando le porte
di lame affilate che rappresentavano le vicissitudini della vita
terrena.
Mi chiamo Elisabetta, Elisabetta Sirani. Ho attraversato le storie e
gli animi, incontrato spiriti e demoni terreni, vissuto le vite di altre persone attraverso le loro voci. Sono partita, affrontando il mio viaggio alla ricerca di una risposta, ed ora davanti al mio quadro nascosto e ben occultato nei magazzini del palazzo Reale trovo il nesso di questo percorso. Vedo la scritta tracciata, ci che nascosi tra le pieghe della pittura. Ne leggo ora tutto il senso tra quelle frasi che erano state vergate dalla mia mano poco prima del mio passaggio in questo mondo. Le leggo ora con un senso diverso.
...
.
...
Per mille e pi anni
Avanzo nel cammino
Silenziosa e libera
Capace di comprendere
Altre dimensioni
Limiti inesistenti
Eternamente vivi.
...
In fondo il mio cammino non si  concluso.  solo l'inizio di un altro viaggio. Ho altre storie da raccontare, altri luoghi dove poggiare il mio sguardo.
...
.
...
Note.
120. La capra (La chvre)  un film del 1981 di Francis Veber, interpretato da Gerard Depardieu e Pierre Richard. Nel gergo parigino, chvre sta per goffaggine che genera sfortuna.
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NOTA DELL'AUTORE.
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Il 15 giugno del 1966 il secondo canale della Rai mandava in
onda la miniserie televisiva Belfagor o il fantasma del Louvre,
una produzione che in Francia - dove era stata ideata e diretta
da Claude Barma - aveva riscosso un successo inaspettato.
Complice l'atmosfera horror, il bianco e nero del monitor, le
musiche e la trama, Belfagor divenne in breve tempo il mio
spauracchio e quello di molti miei coetanei. Cos anch'io, all'et
di sei anni, materializzai l'immagine di ci che fino ad allora
era per me solo un concetto astratto: quello del fantasma, entit
la cui presenza aleggiava spesso nei racconti degli adulti e che
nell'interpretazione di Juliette Grco a quel tempo pareva terrifica,
talmente calzante all'idea dello spettro notturno capace
di aggirarsi tra le sale del Louvre di Parigi ma anche in grado
di spostarsi da una parte all'altra del globo, per raggiungere
nottetempo ignare vittime e turbarne il sonno. Non era pi il
fantasma con il lenzuolo ma la rappresentazione reale di un
qualcosa che spaventava e allo stesso tempo attraeva. Con gli
anni continuai a sentire racconti e leggende, narrate da parenti
o da conoscenti: storie che avevano, nel surreale, una base
storica ben precisa, attraente e misteriosa. Negli anni Settanta
usciva nelle edicole, pubblicato dall'editore Corrado Tedeschi,
Il giornale dei misteri: destinato a diventare un cult per gli
appassionati dello sconosciuto, dedic moltissimi articoli alle
presenze spettrali, alle apparizioni notturne e pi in generale
ai fantasmi. Il filo d'unione che legava ogni evento si basava
su testimonianze o su fatti realmente accaduti nel passato, sui
quali spesso di poggiavano storie che non trovavano una spiegazione
logica. Da quegli anni, oltre a documentari, inchieste
e film, volumi e pagine sono stati dedicati all'argomento,
facendo spesso riferimento alle posizioni di personaggi celebri,
molti dei quali vengono citati in questo lavoro, aprendo
un antico dibattito tra gli accaniti sostenitori dell'esistenza dei
fantasmi e coloro che ne negano a priori la realt, reputando
l'argomento frutto di una fantasia sfrenata. Pur non entrando
nel merito delle tesi espresse dai possibilisti o dai negazionisti,
bisogna riconoscere al fantasma un suo ruolo storico e uno
strumento di comunicazione:  con questo spirito... ed  il
caso di dirlo, che ho affrontato - dopo i precedenti lavori e
l'apprezzamento per i libri pubblicati dal mio editore Newton
Compton (al quale vanno tutti i ringraziamenti da condividere
con tutto l'entusiasmante staff della casa editrice) un viaggio
tra le storie e i racconti del fantastico nell'Italia intera. Non 
stata neppure casuale la scelta di affidare, in qualit di guida e
conduttrice dell'itinerario, questo percorso alla voce di Elisabetta
Sirani. La sua storia, la vicenda umana e i quadri che ha
lasciato, rappresentano un tassello importante nella vicenda
artistica europea: ci che mi ha emozionato fino a renderla il
personaggio protagonista del viaggio,  quel suo vivere e proporsi
fuori dagli schemi, oltrepassando gli steccati seicenteschi
e il buio calato dall'Inquisizione e dai despoti d'allora. Un
esempio fuori dal tempo. Una testimonianza che meritava di
essere ricordata anche in una forma romanzata per renderla...
come i fantasmi... eterna. Una ottima compagna di viaggio per tutti voi.
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FINE.
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INDICE
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Per iniziare il cammino
PRELUDIO
La guida del viaggio
PIEMONTE
Sotterranei delle Porte Palatine di Torino
Alla ricerca del quadro perduto
Triangolazioni nefaste
IL VIAGGIO PROSEGUE
In Valle d'Aosta tra Castelli
e dame, amori e tradimenti
Il falegname invisibile
IN LOMBARDIA SULLE TRACCE
DI DIPINTI E PITTORI
Un fantasma con ermellino
Passando per Milano verso borghi lontani
Che sian inquisite, torturate ed infin bruciate
Antichi merli e venefiche pozioni
Il pentimento del boia
L'amore infranto tra le torri del Burg Taufers
FRIULI VENEZIA GIULIA
A Trento dove lo spiritismo  in rima
VENETO
Nel sestiere di San Polo, sul Ponte delle Tette,
tra carampane e spiriti goliardici
La regola del Palladio
EMILIA ROMAGNA
Spiriti tentatori e anime innocenti
Spiriti di sangue blu, spiriti giocosi
LIGURIA
Genova, tra roghi, streghe e vendette d'amore
Tra streghe, maghe ed eroi risorgimentali
La Torre Grimaldina
TOSCANA
Amanti, tradimenti e spiriti dolenti
Il fantasma, gli spettri innamorati
e la serendipit fiorentina
MARCHE
Nel ventre della terra
I fantasmi del bordello di Porta Cartara
La profezia
UMBRIA
Verso Gualdo Tadino, tra libri perduti
A Narni, l'alchimista delle segrete
Lo spettro del bigamo
LAZIO
Cos in vita, cos nell'aldil
L'infernale papessa di Roma
ABRUZZO
In giro andiamo tutta la notte
e veniamo consumati dal fuoco
Questa  pura stregheria
MOLISE
Trasformare il piombo in oro,
ovvero il fantasma dell'alchimista veneziano
CAMPANIA
L'Elisir dell'eterna vita
La Rosa Alchemica
Nom de plume: Picche. Lo scrittore fantasma
o il fantasma dello scrittore?
PUGLIA
Erano streghe e maghe, divenute chiaroveggenti
BASILICATA
Il sacro Olmo di Castelmezzano
Udrete il pianto e la mia doglia eterna
CALABRIA
Due demoni incatenati
La confraternita delle anime di luce
SICILIA
Arcano Liquore Aceto
Nel rifugio dei Beati Paoli
Nella stanza delle Meraviglie
Versi incantati e pagine esoteriche
SARDEGNA
Ogni libro ha un suo perch
Il congiurato francese
Fuggevoli Fantasmi Futuristi
Il fantasma del mistico cabalista
Il manuale delle streghe
PIEMONTE
Il cerchio si chiude
e ogni incontro ha un suo perch
Nota dell'autore
Playlist
Bibliografia
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Fine Indice.
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PLAYLIST.
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Questi brani musicali hanno fatto da colonna sonora e da accompagnamento durante le ricerche e nel corso della stesura e della revisione dei racconti. Diversi gli autori e differenti i generi che seguono, tutti accomunati dall'emozione delle note
e delle voci. Un corollario di lettura per immergersi in mondi fantastici.
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L'Arpeggiata: Bertali: Ciaccona (Veronika Skuplik Violin Solo)
Alessandro Stradella, Sinfonia avanti il Barcheggio for Trumpet, Strings and B.c. (Ludwig Guttler)
Zefiro torna. L'Arpeggiata Ensemble (Claudio Monteverdi)
Sometimes You Cant Make it on your own (U2)
The Siren (Nightwish)
Where the streets have no name (U2)
l'arpeggiata (Athanasius Kircher)
High hopes (Nightwish)
Pur ti miro, Nuria Real (Claudio Monteverdi)
La Tarantella (Cristoforo Caresana, Christina Pluhar dir. Celine Sheen Soprano)
Moment of surrender (U2)
Amore e Psiche (musiche di Antonello Manca - 432 Hz)
Game of Thrones - Main Theme (Extended) HD
Unchained Melody (Righteous Brothers)
Two Steps From Fieli - Blackheart (SkyWorld)
Disneys Maleficent 2: Mistress of Evil - Official Trailer Music (Darkness by 16)
Maleficent 2 soundtrack
Heart of courage (Thomas Bergersen)
Evergreen (EXTENDED Remix by Kiko10061980) (Two Steps From Hell)
Victim of Ritual (Tarja Turunen)
Know Why The Nightingale Sings (Nightwish)
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